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I salari più bassi allontanano il Sud dal Nord PDF Stampa E-mail
Economia
Domenica 12 Giugno 2011 15:57

[in "Nuovo Quotidiano di Puglia" del 12 giugno 2011]

 

E’ piuttosto diffusa l’idea che, a fronte del più basso livello dei prezzi nel Mezzogiorno, occorra reintrodurre in quest’area le ‘gabbie salariali’, un dispositivo normativo vigente negli anni Cinquanta che legava per legge la crescita delle retribuzioni monetarie alla crescita dei prezzi. Ed è oggi ancora più diffusa la tesi stando alla quale, essendo minore la produttività del lavoro nel Mezzogiorno, occorre legare l’andamento dei salari a quello della produttività. In entrambi i casi, i differenziali retributivi fra Sud e Nord del Paese risulterebbero ulteriormente amplificati. A fronte del fatto che, nel settore privato, il salario medio dei giovani neoassunti al Nord è in media di 876 euro, mentre nel Mezzogiorno non supera i 750 euro (una differenza di circa il 6%). Quanto al divario tra i sessi, i neoassunti maschi sfiorano i 900 euro mensili contro i 750 delle donne. Il gap, tra l'altro, tende ad aumentare nel corso della carriera lavorativa. Incidentalmente, si può osservare che, pure a fronte del maggior tasso di disoccupazione e dei più bassi salari nel Mezzogiorno, i lavoratori meridionali si attendono un salario d’ingresso più alto di quanto si attendono i loro colleghi del Nord: il che si può, in larga misura, spiegare con la maggiore incidenza dell’economia sommersa al Sud, che opererebbe come un improprio ‘ammortizzatore sociale’.

Mentre la prima tesi non ha un fondamento empirico robusto, nel senso che per numerose tipologie di beni di consumo i prezzi nelle città meridionali sono più alti rispetto a quelli del Centro-Nord (si pensi che la città nella quale sono più alti i prezzi dell’abbigliamento è Reggio Calabria), nel secondo caso occorre rilevare che – stando all’ultimo rapporto SVIMEZ - la produttività per addetto al Sud è più bassa di circa 20 punti rispetto al Centro Nord. A meno di non immaginare che i meridionali abbiano minore propensione al lavoro, per motivazioni antropologiche semmai tutte da dimostrare, appare chiaro che questo dato riflette le più piccole dimensioni aziendali nell’area.

Va preliminarmente chiarito che questo dato va registrato con estrema cautela. La produttività del lavoro è il rapporto fra quantità prodotta e numero di lavoratori impiegati per la sua realizzazione e che la produttività oraria è il rapporto fra ciò che si produce in un dato intervallo di tempo e le ore-lavoro che si sono rese necessarie per generare tale produzione. In linea generale, il lavoro concorre, insieme al capitale e alle materie prime, alla realizzazione del prodotto; ed è precisamente a partire da questa constatazione che può risultare teoricamente e praticamente impossibile imputare a un singolo fattore produttivo il suo contributo specifico alla produzione. La misurazione dell’efficienza del singolo è ancora più difficile (se non del tutto impossibile) nel terziario, dal momento che il prodotto si realizza in un servizio, che – per definizione – non costituisce una quantità fisica. E, ancor più, la quantificazione della produttività individuale è sostanzialmente impossibile in tutti i casi, assai frequenti, nei quali il prodotto deriva dal lavoro di team.

E tuttavia, pure a fronte di questi rilievi, e dunque recependo il dato della minore produttività dei lavoratori meridionali, la tesi stando alla quale la dinamica salariale deve essere legata alla dinamica della produttività prefigura un’indicazione di politica economica molto discutibile, se non del tutto irrazionale. Ciò a ragione della seguente considerazione. La riduzione dei salari nel Mezzogiorno – si suggerisce - dovrebbe implicare un aumento dei profitti delle imprese che operano in quest’area. A ciò dovrebbe far seguito un aumento degli investimenti (delle imprese locali o di imprese che eventualmente scelgano di localizzarsi al Sud) e, dunque, un aumento del tasso di crescita. Il vulnus di questa sequenza di eventi si rileva in due punti.

1. Non vi è nessuna ragione logica e fattuale per attendersi che l’aumento dei profitti si traduca in un aumento degli investimenti. Affinché ciò accada è necessario che le aspettative imprenditoriali, in ordine ai margini di profitti attesi, siano ottimistiche e questa condizione, a sua volta, presuppone che i mercati di sbocco siano sufficientemente ampi e che la domanda attesa sia crescente. Con salari in riduzione, questo meccanismo funziona al contrario. Bassi salari implicano bassi consumi e, dunque, peggioramento delle aspettative imprenditoriali. Non a caso, già nelle condizioni attuali (con più bassi salari al Sud), secondo le ultime rilevazioni di Confcommercio, soltanto il 23,1% delle piccole e medie imprese del Mezzogiorno ha investito nel periodo 2008-2009. Il 54,9% delle imprese dichiara che non effettuerà investimenti nell’immediato futuro. Solo l’8,5% investirà “certamente”, mentre il 18,2% dichiara che è “probabile” che verranno effettuati nuovi investimenti.

2. E’ semmai l’aumento dei salari a stimolare incrementi di investimenti. Ciò accade a ragione del fatto che l’aumento dei salari, accrescendo i consumi, ha effetti positivi sulla domanda. L’espansione dei mercati di sbocco spinge le imprese ad accrescere l’occupazione, ampliando le dimensioni aziendali. Poiché la bassa produttività è significativamente correlata con il ‘nanismo’ imprenditoriale, all’aumentare delle dimensioni d’impresa v’è da attendersi crescita della produttività e dei profitti. Evidentemente, la direzione opposta (bassi salari) genera il risultato opposto (bassa produttività e bassi investimenti). E, incidentalmente, si può osservare che questa sequenza di eventi si autoalimenta, dal momento che, di norma, al crescere dei profitti le imprese sono maggiormente disposte ad assecondare le rivendicazioni salariali.

Il recente aumento dei tassi di interesse da parte della BCE si muove nella direzione esattamente contraria a quella qui delineata. L’aumento dei tassi di interesse comprime i salari per tre canali. In primo luogo, in quanto disincentiva gli investimenti, determina riduzione dell’occupazione e, dunque, minor potere contrattuale dei lavoratori. In secondo luogo, e soprattutto laddove prevalgono forme di mercato non concorrenziali, l’aumento dei tassi di interesse – in quanto costituisce un aumento delle passività finanziarie delle imprese – si associa a un aumento dei prezzi e, di conseguenza, alla riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori. In terzo luogo, l’aumento dei tassi di interesse riduce il reddito disponibile per le famiglie indebitate con mutui a tassi variabili. E’ una linea di politica economica che, oltre a produrre effetti indesiderati, si rivela del tutto indifferente rispetto agli obiettivi di coesione sociale e di legittimazione del sistema, che sono alla base della auspicabile ripresa della crescita economica in Italia e nel Mezzogiorno.

 

 

 



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