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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
Venerdì 22 ottobre alle ore 18:00, nell’ex Convento delle Clarisse in piazza Galluccio, avrà luogo l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare “Aldo Vallone”:... Leggi tutto...
A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
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Recensioni
Giovedì 16 Giugno 2011 15:23

[Inizia una nuova rubrica dal titolo Leggere gli altri, nella quale si raccolgono in ordine cronologico le  recensioni di Gianluca Virgilio apparse su vari fogli negli ultimi anni]

 

-          Una lunga fedeltà (recensione a Antonio Prete, Finitudine e infinito, Feltrinelli, Milano, 1998 e ad Antonio Prete, Il deserto e il fiore. Leggendo Leopardi, Donzelli, Roma, 2004), pubblicata dapprima in www.zibaldoni.it, seconda serie; poi ne “Il Galatino” di venerdì 12 novembre 2004, p. 3.

-          Antonio Prete narratore (recensione a Antonio Prete, L’imperfezione della luna, Feltrinelli, Milano, 2000 e Antonio Prete, Trenta gradi all’ombra, Nottetempo, Roma, 2004), pubblicata dapprima in www.zibaldoni.it, seconda serie; poi ne “Il Galatino” di venerdì 28 ottobre 2005, p. 3.

-          I Vallone di Galatina (secc. XVII-XX) (recensione a Michele Romano, Storia di una famiglia borghese (I Vallone di Galatina (secc. XVII-XX), Milano, Franco Angeli, 2003), “Il Galatino” di venerdì 27 gennaio 2006, pp. 4-5; poi in Gianluca Virgilio, Scritti cittadini, Edit Santoro, Galatina, 2008, pp. 85-98.

-          Il pensiero poetante di Giacomo Leopardi (recensione alla ristampa in edizione economica di Antonio Prete, Il pensiero poetante, Feltrinelli, Milano, 2006), “Il Galatino” di venerdì 15 dicembre 2006, p. 3.

 

 

 

Una lunga fedeltà

Ci sono scrittori che accompagnano la nostra vita, divenendo tacite guide dei nostri giudizi e comportamenti, a cui rimaniamo fedeli non per assuefazione, bensì per un desiderio di conoscenza che sembra continuamente alimentato dal rapporto con loro. Se non aprissimo più le pagine di certi libri, non tradiremmo questi scrittori-guida, tradiremmo noi stessi, dimenticheremmo quello che siamo e non sapremmo più orientarci nella vita. Questi scrittori sono i grandi scrittori, Dante, Proust, Musil, Leopardi, Gadda, ma sono anche quelli che ci hanno insegnato a leggerli, sono alcuni critici-mediatori, senza l’opera dei quali noi faremmo fatica a capire tante cose. Antonio Prete ha avuto questa funzione nei miei confronti, mi ha insegnato a leggere Leopardi (e non solo) in un certo modo.

Frequentavo l’ultimo anno di liceo quando, nel 1980, vide la luce Il pensiero poetante di Antonio Prete. Naturalmente non ne sentii parlare al liceo dove, quando va bene, le cose arrivano dieci anni dopo. Ma quando di lì a poco cominciarono i miei studi universitari, Il pensiero poetante fu il libro attraverso il quale approdai alla lettura dello Zibaldone, “l’immenso volume”, “quel mio smisurato scartafaccio” (Lettera 1021 dell’Epistolario), che nella mia giovanile immaginazione doveva contenere, come di fatto potei constatare durante un’intera estate, meraviglie più numerose che nelle Mille e una notte. Capivo per la prima volta che non v’è questa gran differenza tra poesia e prosa, tra pensiero e tecniche in cui esso si esprime, capivo Leopardi quando diceva che “uno che per far versi si nutrisse solamente di versi sarebbe come chi si cibasse di solo grasso per ingrassare, quando il grasso degli animali è la cosa meno atta a formare il nostro…” (Zibaldone, 29); soprattutto capivo ciò che rendeva così vive le pagine leopardiane: questo “incontro tra “poesia pensante” e “pensare poetante”, che non dava origine né a una nuova filosofia né a una nuova poesia, ma semplicemente a una terza soluzione, tanto più incompresa in quanto fuoriusciva dal “recinto disciplinato delle discipline” che “non sopporta contaminazioni, scambio di strumenti, mescolanze di procedimenti conoscitivi”: questa terza soluzione era appunto il pensiero poetante (Il pensiero poetante, pp. 87-88).

Diciotto anni dopo, Antonio Prete ci ha poi dato Finitudine e infinito (1998). Leopardi aveva detto: “L’anima s’immagina quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario” (Zibaldone, 171). Prete chiosava: “l’indefinito ha una funzione vicaria nei confronti dell’infinito, è in un certo senso il suo illusorio addomesticamento, la sua terrestre pronunciabilità. Figura di una prossimità visibile-invisibile, laddove l’infinito è figura dell’assoluta lontananza e dell’inimmaginabile.” (Finitudine e infinito, p. 38-39). Sono questi passaggi, rapidi come meteore luminose, che rendono prezioso uno scrittore, perché in poche righe ti riassume una questione e te la chiarisce e non la dimentichi più.

Oggi ho sotto gli occhi Il deserto e il fiore. Leggendo Leopardi (2004), edito dall’editore Donzelli. Prete vi raccoglie scritti, interventi, relazioni già editi in varie sedi dal 1998 al oggi, chiudendoli tra una breve Premessa, nella quale dichiara la sua lunga fedeltà a Leopardi (“Leopardi è presenza costante nei miei studi, nella mia vita” p. IX) e una Postilla conclusiva, nella quale l’indagine si sposta in quella zona di confine dello Zibaldone che si apre dopo il 14 ottobre 1827, data in cui Leopardi conclude la stesura degli Indici del suo Zibaldone, a ridosso dell’ultima grande stagione poetica.

Entro questi confini, e sempre rimanendo fedele all’assunto principale del primo libro, Il pensiero poetante, Prete ci dà numerosi squarci della migliore esegesi leopardiana, laddove analizza lo stilema ridenti e fuggitivi del celeberrimo verso Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi (A Silvia), di cui egli non ritrova l’eguale in tutta la letteratura italiana ed europea (e sì che si avvale del magistero di Letterature comparate). Nei due aggettivi rinviene “l’annuncio del bagliore e l’ombra del declino” (p. 11), “la leggerezza del sorriso e l’ombra della transitorietà” (p. 15). Sono pagine di una bellezza incomparabile, dove rifulge il significato più profondo della poesia leopardiana nelle metafore della primavera (“quegli occhi sono di Primavera” (p. 21), del giardino, dei fiori recisi, del fiore dal deserto, immagini di una felicità impossibile e tuttavia sempre perseguita,  con l’ostinazione di chi non si arrende, ma al nulla oppone la pienezza corporea dell’essere, al deserto il profumo di un fiore (la Ginestra).

Prete indugia poi sulle Operette morali e riflette sul suo particolare rapporto con questo libro: “Qualche volta un libro, nella vita di un lettore, diventa una presenza insieme discreta e costante, e dalle sue figure, dai suoi pensieri, muove la meditazione sull’esistenza dei singoli e dell’universo, sull’orizzonte di senso, o sul vuoto di senso, che costituisce tutto quello che chiamiamo vivente. E tuttavia, allo stesso tempo, ad ogni nuova lettura, quel libro, pur nella sopravvenuta familiarità e prossimità, mostra una crescente resistenza nel dispiegarsi, quasi una ineludibile opacità: dietro il ventaglio delle forme e delle idee, si intravede, ogni volta, un paese per così dire ombroso, chiuso nelle sue iridescenti e negate lontananze. Questo libro dalla presenza assidua e avvolgente ha, per me, il titolo di Operette morali.” (p. 27).

Sebbene le Operette siano un’opera che non si lascia facilmente afferrare e rinchiudere in una definizione, Prete dà prova di come una lunga fedeltà possa suggerire definizioni illuminanti: nelle Operette morali agisce “un  pensiero interrogativo, che pone domande ultime” (p. 28), in esse è “una gaia scienza che ha come anima il dolore del vivente” (p. 29); “ogni operetta è una passaggio verso questa immersione dell’esistenza – del singolo, degli uomini, della terra – in una lontananza che non è solo frantumazione dell’antropocentrismo, ma è anche, e soprattutto, sconfinata apertura sull’enigma” (p. 32). Indimenticabile la definizione di Tristano, “cavaliere del nulla, un cavaliere che (…) non ha né stendardi né corazze, e non ha neppure una meta: attraversa infatti un deserto che è privo anche di miraggi” (p. 42); il deserto: “sarà da questo momento in poi l’orizzonte dell’interrogazione poetica leopardiana” (p. 44).

Dichiaro la mia predilezione per le pagine dedicate allo Zibaldone, laddove, citando la lettera di Leopardi a Carlo Lebreton di fine giugno 1836 (“…je n’ai jamais fait d’ouvrage, j’ai fait seulement des essais en comptant toujours préluder…”), Prete definisce i confini dello Zibaldone, “figura del pensiero leopardiano” (p. 50), nella quale “davvero è messa in questione (…) l’idea compiuta, omogenea, restaurativa di opera” (p. 50). Lo Zibaldone riunisce la forma-essai (narrazione, critica, esegesi, indagine morale, curiositas, ironia, journal intime, teoresi, erudizione, meditazione, eccetera) con la forma del preludio, che “invita a guardare dalla soglia della parzialità e del non compimento le sconfinate regioni dell’inconoscibile” (p. 55). Ritrovo qui alcune pagine che Prete ci ha donato qualche tempo fa per il n. 2 di “Zibaldoni e altre meraviglie” (prima serie) e argomenti che aveva esposto a braccio in un suo intervento a Frascati il 31 gennaio scorso, durante il primo convegno della rivista. Ripenso al suo arrivo trafelato all’ingresso delle Scuderie Aldobrandini, dove ci eravamo dati appuntamento per le 10.00. Alle 10.30 non era ancora arrivato, e allora decidemmo di mandare qualcuno in albergo per svegliarlo: si era attardato a letto per smaltire il sonno perso la sera prima nelle lunghe conversazioni con gli amici. Ma Prete fu il primo a parlare e ci disse molte cose che ora rileggo con piacere.

Belle sono anche le pagine sulla Filologia fantastica e sulla traduzione e, infine, tutta la seconda parte del libro intitolata Nella selva meravigliosa dello Zibaldone, che raccoglie le sei prefazioni agli altrettanti volumi dell’edizione tematica dello Zibaldone curata da Fabiana Cacciapuoti  (Donzelli, Roma 1997-2003); sulla quale ci sarebbe da chiedersi se non sia anti-zibaldoniana un’operazione che unifica nella forma del Trattato o del Manuale o della Teorica quanto Leopardi aveva raccolto sotto i suoi Indici senza poi dar luogo a nessuna di queste opere, pur avendo tutto il tempo per farlo. Egli sapeva che la forza del suo “smisurato manoscritto” risiede proprio nel non essere un’opera, nel non poter essere ridotto a opera/e. Ma queste prefazioni di Prete, così accostate, servono bene allo scopo di segnalare all’interno dello Zibaldone dei lunghi sentieri: sono il Trattato delle passioni, il Manuale di filosofia pratica, Della natura degli uomini e delle cose, Teorica delle arti, lettere ec. Parte speculativa, Teorica delle arti, lettere, ec. Parte prastica, storica ec., Memorie della mia vita. Non c’è spazio per diffondersi sugli innumerevoli incontri che si possono fare seguendo i percorsi all’ombra dello Zibaldone. Ed è certo che la compagnia di Prete che ci guida per questi sentieri è impagabile. Leopardi fa dire a Eleandro nel Dialogo di Timandro e di Eleandro, che “se alcuno libro morale potesse giovare, io penso che gioverebbero massimamente i poetici: dico poetici, prendendo questo vocabolo largamente”. Ebbene, da questo punto di vista il libro di Prete è un libro poetico; e questo spiega non solo la lunga fedeltà di Prete a Leopardi, ma anche la mia a Prete.

 

 

Antonio Prete narratore


...in ogni istante io sogno sulle cose,
immagino oggetti o persone la cui presenza qui
non è incompatibile con il contesto e che tuttavia
non si mescolano al mondo, ma sono oltre il mondo,
sul teatro dell'immaginario.
Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, Premessa.

La data di nascita di Antonio Prete narratore può essere fissata nell'anno 1984 quando per le Edizioni di Barbablù di Siena l'autore pubblica in 400 copie numerate Chirografie. Variazioni per Mallarmé. Si tratta di una breve composizione in prosa spesso intercalata da citazioni francesi tratte da Crise de vers di Mallarmé, nelle quali è possibile individuare i primi segni del complesso mondo poetico dello scrittore: la memoria, il dialogo con i poeti, la lingua della poesia, la meditazione mai disgiunta dallo sguardo sull'Altro.
“Dietro il vetro della memoria...” (p. 7) il narratore rivede il paese natale, luogo dell'origine e meta continua della rammemorazione. Ma queste Chirografie, cioè letteralmente parole scritte con le mani, non a caso sono dedicate a un poeta, Mallarmé: “... i nomi dei poeti lampeggiano sul cielo d'un ragionare meditativo e conversevole” (p. 8), afferma Prete, quasi riassumendo in poche parole il suo stesso modo di scrivere, disteso e pensoso, che, attraverso la mediazione dei poeti, cerca l'approdo ad una verità non facilmente raggiungibile: “... allineare versi è guardare l'abisso” (p. 10): si affaccia qui, per la prima volta, il tema dello sguardo rivolto verso l'abisso, ovvero verso ciò che ci rimane sconosciuto, l'Altro, a cui sempre tendiamo senza mai essere sicuri di poterlo raggiungere. Lo sguardo dello scrittore verso l'abisso è paragonato all'allinear versi, in una coincidenza tra visione e verso, tra vedere e poetare che diventerà elemento caratterizzante di tutta l'opera narrativa di Prete: “pensare è poetare” (p. 11). Non si può non citare, a questo proposito Il pensiero poetante (Feltrinelli, 1980), nel quale il pensiero di Leopardi, a partire dallo Zibaldone, veniva letto alla luce di questa equazione; poiché è evidente che è lì, in Leopardi, la matrice vera, la genesi vera del mondo poetico di Prete narratore.

“Interrogavo, ragazzo, i silenzi che da Mallarmé s'allargavano fino a Ungaretti...” (p. 14); e io penso a come sia unita in un sol nodo la rammemorazione di una giovinezza ormai lontana e la lettura dei poeti avviata già allora, sia pure in traduzione, e questa lettura con l'interrogazione dei poeti, e l'interrogazione dei poeti con la meditazione sul paesaggio: “Interrogare i poeti: salire, in sogno, su un tetto da cui il paesaggio di parole appare consumarsi nell'infinito e il sogno stesso, trasformatosi in parola critica, permane come assenza, come amarezza d'un inatteso risveglio.

La poesia è quel che si perde quando si pronuncia una parola” (p. 17). Una bella differenza tra poesia e parola, poiché la prima costituisce un rifugio per la seconda, mentre la questa costituisce la negazione della prima, il suo impoverimento e svilimento: “Nel verso la parola si rifugia, sfuggita al mercato del senso, del buon senso. Dal nuovo avamposto guarda le distese dei significati che la comunicazione manipola, contratta, svende. Come ha potuto vivere finora senza il fremito dell'impossibile?” (p. 18). La questione della lingua poetica trova qui la sua prima decisa trattazione: “Nel verso, come in un cristallo, l'iridescenza della lingua pura, della vichiana prima lingua, della lingua favolosa d'Atlantide, della lingua che ha il ritmo della baudelairiana "vie antérieure".

Le lingue, private del canto, s'affollano confuse nella babele dei significati.” (p. 19). La lingua poetica cerca un'approssimazione alla prima lingua vichiana, la lingua della fantasia e dell'entusiasmo, che oggi appare spenta a causa della sua mercificazione. Ecco perché la lingua poetica è una sorta di compensazione della prosaicità della lingua: “Col canto le lingue sono compensate della loro confusa diaspora...” (p. 19). E come la lingua poetica ci riporta alla Lingua, così “I silenzi e la musica dei libri dei poeti sono solo un corteggio all'impossibilità scintillante del Libro” (p. 26).

Chirografie, queste “lettere d'una lingua perduta” (p. 26), toccano già tutti i temi della narrativa di Prete. Li si ritrova, immutati, in una prova di qualche anno dopo, Le saracinesche di Harlem (Edizioni Dell'Obliquo, Brescia, 1989), in cui Prete racconta un suo viaggio a New York. “Da una panchina salgono parole di lingue perdute che bucano l'inglese della conversazione pomeridiana” (p. 7), le parole di tre italiani emigrati ad Harlem, che ricordano i vecchi tempi abbandonandosi alla lingua delle origini, la lingua del ricordo (che è anche la lingua della poesia).

Ecco il tema dello sguardo: “La città ti si scopre subito, ma per dirti che la conoscenza del suo pulsare sfugge allo sguardo del flaneur” (p. 8), il quale, a quel punto, preferisce indugiare sulle saracinesche dei negozi e dei garage o dei vagoni della metropolitana dove è dipinta l'intera città. Anche in questo caso, dunque, la realtà non si lascia conoscere direttamente, ma solo attraverso la mediazione di forme d'arte, pitture murali, graffiti e quant'altro, che le si sovrappongono e la rendono intelligibile e consentono, a loro volta, una meditazione su di essa. Qui la metropoli è l'Altro, l'inconoscibile, ciò a cui, attraverso la scrittura, si tenta l'approssimazione, e che continuamente sfugge alla nostra definitiva comprensione; e, pertanto, impone frequenti ritorni al passato, alla terra d'origine, ai luoghi consueti: “Fra questi pensieri, s'insinua, non chiamata, un'immagine: due leoni di pietra sul portale di un'antica chiesa collegiata, e noi bambini che li cavalchiamo, mentre dall'interno giunge l'onda di un litaniare che si trasforma in canto.
Fuori il sole indora le strade di Harlem: ha cancellato tutte le ombre dai marciapiedi” (p. 13).

Il ricordo funziona non solo come immagine associativa, ma come elemento del racconto, funzionale alla completa registrazione di una esperienza di viaggio, che coinvolge la soggettività, e la modifica, modificando a sua volta lo sguardo del narratore, la sua visione della città. Così, osservando il modo che ha una ragazza “di allontanarsi i capelli dal volto”, il narratore sente all'improvviso “il rifrangersi d'onda, nella memoria, di lontanissimi pomeriggi al Petit Cluny...” (p. 15). Non c'è nessuna spiegazione razionale a tutto ciò. Il narratore non vuole giustificare nulla, ma solo narrare in maniera completa la sua esperienza di viaggio, dentro la quale il ricordo compare come elemento fondamentale della percezione.

“Tra le parole mi si insinuano pensieri impalpabili: forse la distanza tra la siepe e la metropoli, oppure l'idea di un limite che è un'intera città, di un limite che ha il suo oltre iscritto in un marciapiede insozzato o in una vetrina vuota oppure nel fischiettare del ragazzo nero che scende nella subway danzando” (pp. 15-16).

Un pensiero impalpabile (il pensiero di Leopardi) costringe a una comparazione, che, contro ogni apparenza, si rivela molto plausibile. Se si sposta la siepe, il limite leopardiano, entro l'unico orizzonte immaginabile, ecco di nuovo approssimarsi l'idea che non sia temerario pensare alla moderna metropoli come ad un luogo dove possa nascere l'idea dell'infinito, o il desiderio di essa: “... New York... una cartografia del mondo, una rappresentazione formicolante di quella che è detta essenza di un'epoca” (p. 17).

Lo sguardo sul mondo, il ricordo ovvero lo sguardo sul passato non separato dalla consapevolezza di sé, e poi ancora il tema della lingua e quello dell'Altro tornano, dunque, in questo libretto di viaggio, nel quale si compie la seconda prova narrativa di Prete.

A quattro anni di distanza da Le saracinesche di Harlem, nel 1993, segue Prosodia della natura. Frammenti di una fisica poetica (Feltrinelli). Nell'incipit si legge questa dichiarazione di intenti, in cui ritroviamo alcuni princìpi già espressi: “... si tratta di mettersi in ascolto dei poeti, di accostare il loro sguardo al nostro” (p. 5) al fine di cogliere nel “lavoro della lingua”, ovvero nell' “interiorità del poeta”, “il vero suono del paesaggio. La natura è poesia” (p. 25). In queste poche righe si condensa l'anima dell'intero libro. Lo sguardo di Prete non ricade direttamente sulle cose, bensì è mediato ancora una volta, questa volta in modo sistematico, dallo sguardo dei poeti, attraverso il quale l'autore esercita la propria meditazione sul mondo. Se “la natura è poesia”, solo attraverso lo studio dei poeti è possibile giungere alla natura. Ripenso a Chirografie, nella quale già appariva chiaro il ruolo dei poeti in questa ricerca dell'autore: bisogna “interrogare i poeti” (p. 17), aveva detto lì Prete. E proprio a questo scopo servirebbe ora “una lingua paradisiaca (lingua dell'armonia e della conoscenza)”, precedente ad ogni “offesa dell'uomo alla natura” (p. 27), una lingua ormai introvabile e a cui è possibile sopperire solo con la lingua dei poeti: “La lingua della poesia... compensa l'imperfezione della lingua, il fatto cioè che tra le lingue manchi quella "suprema", impossibile e forse da tempo perduta” (p. 113).

La polemica sottesa a queste parole è contro "quelli che hanno sottratto alla natura il suo pulsare, la sua lingua”, i quali “non potranno avere dell'imitazione che un'idea gelida e priva di vita: infatti, la creazione, nell'arte, si dà solo come contiguità con la creazione che è in atto nella natura” (Prosodia della natura, p. 22).

Prosodia della natura è un libro pervaso dalla speranza che infine sia possibile, attraverso lo sguardo dei poeti, attingere il mistero della natura, conoscere la sua radicale alterità, che ci permetta di “narrare il romanzo della natura” (p. 102). Prete è certo che la metafora poetica non sia “mai un'astrazione, ma è soltanto una dislocazione fisica dello sguardo. Con questo stesso sguardo è possibile auspicare una "fisica sperimentale dell'anima"” (p. 21). Centrale è qui la questione della lingua: “Rifare la lingua vuol dire ridare alla metafora la sua anima "naturale", la sua fisica, vivente creaturalità. Ecologia della lingua e poesia sono la stessa cosa” (p. 130).

La poetica dello sguardo, fondamentale - come vedremo - nelle narrazioni seguenti, aveva trovato già in Chirografie una sua prima coerente formulazione: “La letteratura vela, del paesaggio, quel che lo sguardo libera. Ma dà anche una parola e una possibilità d'oltrepassamento al limite dello sguardo” (p. 22), dove è da notare la funzione di mediazione che Prete attribuisce alla letteratura nel rapporto tra sguardo e paesaggio, oltre il paesaggio che la percezione riesce da sola a discoprire. In Prosodia della natura, Prete torna a interrogarsi sulla “relazione” che “la lontananza della notte” “dischiude tra vedere e poetare” (p. 81), e ancora sul senso del guardarsi allo specchio, “lo specchio dell'io, luogo dell'affrontamento di sé” (p. 90) secondo Baudelaire dell'Irrémédiable; e poi sul significato del mare, “riverbero metafisico dell'altro” (p. 91), presente in Moby Dick; e infine - ma gli esempi potrebbero continuare - considera “la preziosità di una pietra” che è “testimonianza di un ordine, cioè di una forma e di una lingua che sono sotterranee, originarie, anteriori all'uomo” (p. 107), e che l'uomo cerca di rendere a sé familiari. Così anche le piante hanno un loro "sentire" (“Dante è attento al "sentire" della pianta” p. 120), che ci rimarrebbe per sempre sconosciuto senza la poesia (vedi la sezione del libro intitolata Jardin des plantes).

Bisogna capire, dunque, che “ogni esperienza poetica è davvero la nascita di un nuovo sguardo” (p. 129), anche quando questo sguardo non sia che uno “sguardo animale” (p. 148). “Rilke... fa dell'animale il testimone di quell'infinito che per il poeta è "indicibile", ma nello stesso tempo vede la fraternità dell'animale e dell'uomo nel dolore di una separazione dall'origine” (p. 149). Anche in questo caso la poesia trasforma lo sguardo muto dell'animale nella metafora di quella “prima lingua, lingua purissima, prossima al Verbo, nella quale l'essenza delle cose era irrimediabilmente nome e il nome conoscenza” (p. 155). Un intero universo ci rimarrebbe precluso, a meno di intendere la sapienza alla maniera degli antichi, come “scrigno che custodisce il fantastico” (p. 153), ovvero tutto ciò che immediatamente ci è sconosciuto. Prete sa che solo “la narrazione fantastica può ospitare, senza raggelare, la verità” (p. 156), e che solo una lingua che vada “oltre la barriera della convenzione semantica” e fondi “la sua sintassi nell'armonia creaturale” (p. 167) può ristabilire un rapporto autentico tra uomo e natura. Per questo l'estetica della percezione in Prete non può che approdare all'ipotesi che sia lo sguardo animale il miglior punto di vista dal quale guardare alle cose del mondo ed anche a noi stessi, poiché esso “restituisce all'uomo il limite della sua percezione, la povertà di campo del suo linguaggio e, persino, l'insensatezza, alla lettera, della sua superiorità” (p. 170).

Se è vero l'assunto iniziale, che cioè “la natura è poesia” (p. 25), l'excursus tra i poeti delle varie letterature non può, alla fine, che condurci alla riscoperta della natura nello “sguardo animale”, lo sguardo poetico per eccellenza: “Osservare la singolarità del vivente, di ogni cosa vivente, come la pulsazione necessaria di una stessa lingua: se la poesia ha, come le nuvole, uno sguardo, esso è il riflesso dello sguardo animale” (p. 171). Questo è l'approdo dell'estetica della percezione in Prete, un approdo che stabilisce una misura definitiva per l'uomo abituato a ergersi a sovrano dell'universo. Lo sguardo animale, cioè lo sguardo poetico, è la misura di questa percezione, nella quale si riassume il limite umano e la vera essenza dell'uomo come essere naturale.

Rimane da chiedersi quale posto occupi Prosodia della natura nel percorso narrativo di Prete. Questo libro, come si è visto, si colloca sulla soglia dei generi; come uno zibaldone di pensieri, mescola l'intuizione critica all'annotazione riflessiva alla meditazione sulla poesia. La questione della lingua, sottratta a secolari dispute di parte, costituisce il fulcro della riflessione di Prete. Il titolo annuncia un trattato di regole "prosodiche" utili a leggere la natura, o a ritrovarla, ma allude anche al compito che Prete si assume rispetto alla tradizione poetica europea (e non solo), di comprendere, attraverso la lingua poetica, il senso della presenza umana nel mondo, ricondotta alla sua dimensione reale, sottratta ad ogni antropocentrismo e a ogni falsa certezza. Il senso di questo programma era già ben chiaro all'autore sin dai tempi di Chirografie, quando così Prete definiva la prosodia: “La prosodia come statuto che unifica i linguaggi, li distoglie dalla chiacchiera, li corazza di silenzi e di assenze, li spinge verso quel prima e quel dopo la lingua che è la musica.” (p. 20); come dire, alla ricerca di una lingua naturale...

Probabilmente, proprio a causa di questa necessità meditativa che oltrepassa e reprime la vena fantastica e narrativa, Prosodia della natura rimane al di qua della narrazione, che si dispiega completamente solo con i libri seguenti, dove lo sguardo del narratore non è più mediato (almeno, non palesemente) dallo sguardo dei poeti, ma acquista la sua piena autonomia affabulatoria. Tuttavia, in Prosodia della natura sono ripresi e sviluppati e variati in forma di frammento tutti i temi che fin qui abbiamo visto caratterizzare la narrativa di Prete e che ritroveremo nei libri seguenti: l'osservazione della realtà a partire dalla propria interiorità, il fantastico come luogo di una conoscenza più autentica, lo sguardo animale, eccetera.

Provo ora a leggere L'imperfezione della luna (Feltrinelli, Milano, 2000) e Trenta gradi all'ombra (Nottetempo, Roma, 2004) come un medesimo libro. Del resto, solo pochi anni separano l'uno dall'altro e, dunque, è lecito pensare che essi siano il risultato di una medesima disposizione narrativa. Il racconto di Prete ha varie tonalità e non è facilmente riassumibile in una formula. La scena della narrazione è spesso riconoscibile nei paesaggi salentini della giovinezza dell'autore, la natia Copertino e il Salento in generale, e nelle città grandi e piccole in cui l'autore ha vissuto, Parigi, Milano, Siena, ma si accenna anche a una non meglio precisata città anseatica (L'imperfezione della Luna, p. 108), che diventano i luoghi prediletti della sua osservazione, della sua "percezione delle cose" (L'imperfezione della luna, p. 30). Osservare è parola chiave nella narrazione di Prete, e l'osservazione è la pratica ricorrente, sia essa l'osservazione di scene di vita paesana (vedi Cinema meridiano in Trenta gradi all'ombra o La stagione delle tarante ne L'imperfezione della Luna, per citare solo due racconti) sia quella che riporta il narratore nelle Stanze (L'impeferzione della Luna) abitate nelle varie età della vita (dal sapore proustiano) o che gli fa rivedere le movenze leggere di una donna ("osservavo il suo passo leggero" ne Il passo leggero, L'imperfezione della luna, p, 75), le infinite regioni siderali (vedi la sezione Carte celesti, L'imperfezione della luna) o le corse di Luna, la cagna ormai morta dal "nome d'ombra, o meglio di luce nell'ombra (Trenta gradi all'ombra, 11, pp. 51-52). Già in Prosodia della natura Prete ci aveva spiegato che osservare significa entrare in relazione con il mondo esterno, comunicare con l'Altro e, dunque, intraprendere la difficile strada della conoscenza, anche per via fantastica. Osservare è vivere nel senso pieno del termine. E allora bisogna intendersi su questa parola, osservare, poiché è certo che nessun cieco realismo è presente nella pagina di Prete. Ne è prova la presenza di racconti in cui alla credenza popolare si sovrappone una limpida visionarietà (“... che della malinconia è un po' la lingua...” scrive Prete in Dalla lettera di un cartografo a un amico, Trenta gradi all'ombra, 13, p. 56) come in Portenti di fra Giuseppe da Copertino (L'imperfezione della Luna) o, nella stessa raccolta, in A largo, dove si racconta come un pescatore pescò una nuvola; ma vedi anche i racconto immaginifici dal titolo Questioni naturali, Sulla torre di tufo, e la Favola dell'ombra raccontata dalla madre (Trenta gradi all'ombra 3, 5 e 10); racconti nei quali - ma se ne potrebbero citare altri - l'immaginazione dello scrittore carica di una misteriosa potenza allusiva e visionaria la narrazione.

Quello che il narratore, in fatto di osservazione, richiede al lettore è un nuovo “sistema delle nostre percezioni”. In Una rimostranza (Imperfezione della luna, p. 32) scrive: “Insomma è tutto il sistema delle nostre percezioni e dei nostri poteri che va rimesso in discussione, riordinato, sottoposto a revisione e controllo, sottoposto a modifica. Tutto è nello stesso tempo lontano e vicino, sommerso ed evidente, non ci sono proporzioni, distinzioni tra esterni e interni, delimitazioni di campi visivi. Quel che può parere una virtù del nostro stato si rivela di fatto essere un limite per la nostra azione. Non possiamo agire se non, per così dire, in interiore homine...”. Osservare significa percepire in modo nuovo la realtà, a partire da se stessi, dalla propria interiorità. Ne troviamo conferma in una vera e propria dichiarazione di poetica che apre Da un incompiuto Libro d'ore (Trenta gradi all'ombra, 25, p. 97), dove, commentando alcuni scritti del fantomatico Libero Martano, Prete dichiara che bisogna “comprendere come per lo scrittore la cura dell'interiorità, o meglio l'interrogazione di sé, del proprio situarsi in rapporto ai viventi, non fosse mai disgiunto da una sorta di esercizio dello sguardo, assiduo e ostinato. Si potrebbe dire che descrivere era per lui vivere. Perché descrivere era entrare in relazione con le cose, sentire il loro respiro, mettersi in ascolto della loro lingua.”

Cura di sé e sguardo aperto sul mondo sono, dunque, le due facce della narrazione, inscindibili l'una dall'altra, necessarie l'una all'altra; e non è difficile rinvenire in tutto questo, sia pure entro un disegno narrativo più ampio e variegato, una conferma di quanto Prete aveva scritto in Prosodia della natura e anche nelle sue opere precedenti.
La cura di sé sottintende una diuturna interrogazione sul senso della propria esistenza, a partire dalla considerazione che la singolarità dell'individuo è una cosa ben misera: “...la mia singolarità sarebbe in questo caso solo un'egoistica supposizione, la mia irripetibilità - di figura, di sentimenti, di pensieri - sarebbe una credenza arrogante.” (L'imperfezione della luna, p. 105).

Lo sguardo aperto sul mondo, sugli infiniti universi, porta anch'esso a conclusioni estreme: “Dunque nella linea che separa il giorno dalla notte c'è un segreto spaventoso: ogni sua oscillazione può essere il primo istante di un sistema infiammato da una luce sovrana e distruttiva, oppure può essere il primo istante di un crescente gelo notturno nel cui buio si spengono uno dopo l'altro i pianeti, precipitando, privi di energia e di futuro, nell'assoluto niente.” (L'imperfezione della luna, p. 116). Così “il cielo di per sé puro vuoto” diventa “abisso della lontananza, anzi figura stessa dell'assenza.” (L'imperfezione della luna, p. 120). A questi risultati sconcertanti approda la percezione nella narrazione di Prete. Ma si leggano anche le belle pagine dal titolo Lo sguardo, l'ombra (L'imperfezione della luna, pp. 166-167) scritte per Luna, la cagna ormai morta, nelle quali lo sguardo della cagna (“i suoi occhi, sorprendendo i miei”) rimane “inesplicabile”: “Nessuna familiarità poteva addomesticare questa distanza: nei suoi riverberi si potevano qualche volta leggere barlumi della separazione dell'uomo dall'universo animale”.

Non diversa è la soluzione della dialettica luce-ombra, la prima "figura stessa della conoscenza", ma solo se la si pensa "in relazione" con la seconda (Solstizio d'estate, in Trenta gradi all'ombra, 26, p. 103), in quando “siamo necessarie l'una all'altra”, dice l'ombra alla luce nel Dialogo dell'ombra e della luce (Trenta gradi all'ombra, 27, p. 108). La percezione, alla fine, deve arrendersi davanti all'estrema ipotesi: “Di fatto, in questa percezione, lo stato di ansia è dato dalla prossimità di un sospetto: se, come l'ombra, tutto fosse apparenza, i corpi stessi e l'universo intero fossero apparenza? L'ombra è dunque figura dell'apparenza, sua messaggera e testimone.” (L'ora dell'insidia, in Trenta gradi all'ombra, 28, p. 114). E' questa una delle ultime pagine del racconto di Prete, nel quale si condensano gli interrogativi più ardui che l'uomo possa rivolgere a se stesso e agli altri; pagine leopardiane, oltre le quali non è possibile spingere la nostra percezione. Dinanzi al cielo stellato e all'infinito mistero che esso racchiude, anche l'osservatore più acuto deve ritrarsi: “... in quegli abissi mi soffermo a lungo, e vedo senza vedere, o sogno di vedere oltre il visibile, e ancora oltre, fino allo smarrimento del pensiero stesso, dell'immaginazione stessa. Così diviene impossibile il mio compito di osservatore.” (Dalla lettera di un cartografo celeste a un amico, in Trenta gradi all'ombra, 13, p. 59).

Nessuna meraviglia, allora, se il ritmo della prosa trova una sua misura nelle figure conclusive dei paesaggi consueti della giovinezza, dove il fluire del tempo sembra sospeso, tra il verde argentino degli ulivi, i racconti delle donne, i giochi dei ragazzi, il vecchio che fuma la pipa tra i bagliori del meriggio, il mare...
Queste figure sospese nel tempo, su cui ritorna la narrazione, sono le figure del ricordo, della nostalgia (non si dimentichi che Prete ha curato nel 1992 per Raffaello Cortina Editore un volume, ristampato nel 2004, dal titolo Nostalgia. Storia di un sentimento), del tempo irreversibile e irrecuperabile, se non attraverso il ritmo delle parole. E' facile imbattersi in stilemi del tipo “Fu proprio allora, rivedo il momento...” (Al banco, in L'imperfezione della luna, p. 22) oppure “Te la ricordi anche tu...” (La petracadente, ne L'Imperfezione del Luna, p. 40) o anche “...pensando al passato...” (La frase, in L'imperfezione della Luna, p. 68); e ancora si legga La meridiana, i cui capoversi, salvo l'ultimo, sono tutti introdotti dalla formula “C'è, nel ricordo...” (Trenta gradi all'ombra, pp. 37-38). Nel ricordo, dove prevale il “tempo verbale dell'imperfetto” (Lo sguardo, l'ombra, in L'imperfezione della luna, p. 166), si esercita l'osservazione della realtà e l'indagine sul mistero che essa racchiude; ed è esercizio mai fine a se stesso, come quello di chi non abbia altra prospettiva che il passato, e in esso si adagi, bensì diventa il momento risolutivo d'ogni interrogazione e d'ogni ricerca, l'unico possibile approdo consentito alla lingua imperfetta dell'uomo, lingua intesa come “atto di una separazione, il primo segno di una ferita”. Il ricordo, dunque, sembra ricondurre alla “lingua vera della creazione” (La prima solitudine, in L'imperfezione della luna, p. 128), che permane “anche nell'atonia, o nel deserto del sentire”, e di cui occorre imparare ad “apprendere qualche tecnica per proteggere con l'arte del linguaggio la trama impalpabile del sentire.” (Da una lettera, in L'imperfezione della Luna, p. 80). Come si vede, vi è una ripresa di temi e motivi già presenti nelle prime opere dello scrittore, che qui trovano una più limpida e matura definizione, ma soprattutto si incarnano in storie e racconti di grande respiro narrativo.

“Osservare il mare [...]: di qua il profumo di una terra aspra e pietrosa, di là il suono dello sconfinato, il rumore della lontananza. Lu rusciu ti lu mare, il suono del mare, è voce che poi ti accompagna. Anche nell'atonia, o nel deserto del sentire.” (Epilogo. La luce, dall'ombra, in Trenta gradi all'ombra, p. 122).

Terminata la lettura dei racconti di Antonio Prete, so che è dalla cura di sé, da una ostinata osservazione dell'Altro, in tutti i suoi aspetti, persino quelli di un Bestiario familiare (vedi L'imperfezione della luna, pp. 125-167), di un mondo fantastico che sempre si sottrae alla nostra immediata comprensione, so che è da questa instancabile ricerca che bisogna ripartire per poter ancora una volta narrare una storia, anche quando dietro l'angolo ci attenda il fallimento, il terribile volto di una verità che non ha nulla di consolante per noi umani, ma che non ci può cogliere impreparati. Prete narratore ci consegna infine questo messaggio, chiaro e severo, e tuttavia implicitamente invitante a non sospendere mai la ricerca dell'Altro, che costituisce la fonte preziosa di ogni affabulazione. Oggi come ieri, soltanto una narrativa consapevole delle sue ragioni, solo un raccontare che sia l'esito di una seria e spregiudicata riflessione sul rapporto tra sé e il mondo, a lungo mediato dallo studio della tradizione poetica, può avere diritto di cittadinanza nelle lettere contemporanee, troppo spesso bistrattate da facili sequele di narrazioni immotivate.

 

 

Scritti storici galatinesi di Michele Romano

 

Apro il bel libro di Michele Romano dal titolo Storia di una famiglia borghese. I Vallone di Galatina (secc. XVII-XX), edito da Franco Angeli nel 2003. Mi accorgo subito che esso è l’esito felice di un lavoro più che decennale di Romano sulla storia di Galatina degli ultimi secoli.

Ho già letto la sua tesi di laurea, conservata presso la Biblioteca “Pietro Siciliani” di Galatina (dono dell’Autore), dal titolo Amministrazione e potere locale a Galatina (1860-1888), discussa presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Lecce nell’anno accademico 1992-93 (relatore: Ornella Confessore). La “microanalisi” di Romano passa in rassegna il trentennio postunitario della cittadina salentina, dalle prime elezioni comunali del dicembre 1860 (nelle quali gli elettori galatinesi confermano l’ultimo sindaco borbonico, Antonio Dolce),  al sindaco Luigi Papadia (1870-1876), con un intermezzo durato pochissimo di Giuseppe Galluccio (1867-1869) e di Pietro Garrisi (insediato per pochi mesi, prima dell’elezione di Papadia). Anni di immobilismo, di resistenze dell’élite locale al dirigismo del potere centrale, che terminano solo con l’amministrazione di Giacomo Viva (1877-1884). L’anno della svolta è, dunque, il 1876: alla vecchia “dirigenza agraria” si sostituisce una dirigenza borghese di impronta radical-repubblicana. Il motore di questo cambiamento e dello sviluppo improvviso di Galatina è individuato nella cosiddetta “vignetazione” che avviene per impulso del mercato internazionale. I proprietari locali (“dove la dizione di “proprietario” sta a indicare un’attività e quella di “possidente” una condizione”  precisa l’autore citando R. Romanelli a p. 65) abbandonano la produzione cerealicola in favore di una più redditizia produzione vinicola. La vitis vinifera cambia il paesaggio della campagna galatinese, mentre si assiste ad un ammodernamento della tecnologia meccanizzata applicata alla lavorazione dell’uva. Sono anni di grande fervore cittadino, nei quali viene inaugurata la stazione (13 dicembre 1884), è ultimata l’edificazione del nuovo cimitero cittadino (estate 1887) e si portano a termine due strade: la Noha-Collepasso (1884) e la Galatina-Ruffano (1886), che avevano dissanguato per vent’anni le casse del Comune. Il 25 aprile 1880, intanto, era stato approvato un dettagliato “regolamento edilizio”, una vera e propria “pianificazione urbanistica” destinata a dare una struttura organica ben precisa al tracciato viario della città:

“Lo sviluppo dei fabbricati non avviene solo sulle macerie delle vecchie strutture abbattute perché ormai non consentanee allo status che la ricchezza della vite ha apportato tra il ceto “proprietario”. La cultura dell’abitazione come affermazione di un benessere raggiunto, si localizza tendenzialmente a ridosso di Piazza Dante Alighieri, distante poche centinaia di metri dalla stazione ferroviaria alla quale – verso la metà degli anni ottanta – sarà collegata da un viale realizzato proprio per permettere il collegamento diretto, e contigua alla chiesa madre dei SS. Pietro e Paolo ed alla omonima piazza, sempre più centrali nella vita cittadina. L’insediamento urbano continua sul versante nord occidentale della città, in cui si definiscono in una nuova dimensione urbana ed elitaria, le relazioni spaziali tra il simbolo delle velleità economiche, la ferrovia, ed il caposaldo della tradizione, la religiosità. Negli spazi residui degli orti e dei giardini abbandonati nella corsa alla vignetazione, frapposti tra i due “elementi”, la “nuova borghesia”, che non trova più aree sufficienti all’edificazione nell’antico e caotico nucleo del Comune, pone dinanzi al popolo, insediato nel vecchio borgo, il suo palazzo signorile, metafora di un “potere” che l’immaginario collettivo coglie spazialmente tra il laico e il divino, consacrazione di una superiorità sociale da ammirare e da temere” (pp. 125-126).

L’importanza della citazione scuserà la sua lunghezza. In realtà, qui Romano traccia non solo le linee essenziali del nuovo spazio urbano, intorno al quale si andrà aprendo a raggiera la città novecentesca e post-novecentesca, ma anche delinea le coordinate della cultura cittadina, stretta tra una dimensione religiosa e una laica, tra conservazione e sviluppo, e simboleggiata bene dall’edilizia sacra e civile del centro urbano.

La tesi si correda di due utili appendici, nelle quali il lettore potrà apprendere i nomi di quanti hanno amministrato il Comune di Galatina nel trentennio postunitario. Nella prima, in particolare, Romano riporta l’Elenco degli assessori del Comune di Galatina. Elezioni dal 7 novembre 1861 al 7 settembre 1888; nella seconda, l’Elenco dei consiglieri del Comune di Galatina. Elezioni amministrative dal 26 maggio 1861 al 24 giugno 1888.

Gran parte della tesi di laurea viene riproposta da Romano in un lungo articolo per il “Bollettino Storico di Terra d’Otranto”, n. 5, 1995, pp. 117-194 col titolo Ottocento galatinese: riflessioni, ipotesi, vicende. Ma già qui assistiamo ad un ampliamento dei confini cronologici del lavoro: non più solo il trentennio postunitario, bensì slitta il “terminus a quo della ricerca sino a comprendere gli anni dell’esperienza napoleonica” (p. 120) durante i quali “la distinzione in classi dei decurioni scompare dalle carte amministrative”. La “trasformazione di carattere epocale simboleggiata dalla svolta francese”, se annulla la differenza nominale tra nobili, artieri e contadini rilevata in un documento del 5 maggio 1794, “è anche l’unica nota diversa e innovativa per l’amministrazione del Comune, che, rimanendo in buona sostanza appannaggio degli esponenti delle famiglie di sempre, in una fumosa atmosfera di antiche consuetudini, stempera fatti di non poco conto” (p. 136). Infatti, “la composizione del decurionato e poi del consiglio comunale di Galatina, dal 1794 almeno fino al 1876, è sostanzialmente determinata dal rimescolamento degli stessi nomi” (p. 138). L’immobilismo cittadino è tale che si fa fatica a rinvenire “processi di mobilità sociale”. La classe dirigente sembra essere invischiata dall’ “identificazione, all’interno dell’élite galatinese, tra famiglia e patrimonio o meglio, in questo caso, tra famiglia e terra” (p. 140). Galatina appare afflitta dall’usura e dalla mancanza di un’organizzazione del credito “almeno fino al 1887, anno di fondazione della Banca Popolare Cooperativa” (p. 141) che, se pone un limite certo alle speculazioni usurarie, non si sa bene poi fino a che punto abbia costituito un volano per la locale economia, se cioè “abbia fatto affluire capitali nelle campagne, o invece, col rastrellamento del piccolo risparmio, abbia avviato la ricchezza, così sottratta, verso un tipo di investimento tradizionale ed esterno” (p. 130).

In questo articolo si sposta anche il terminus ad quem della ricerca di Romano, poiché egli considera il trend della vignetazione nel “cinquantennio successivo” agli anni Ottanta dell’Ottocento, rinvenendo un “ridimensionamento dei vigneti galatinesi” dovuto alle “mutate condizioni di commerciabilità a livello internazionale e nazionale” del prodotto: “si passerà infatti dai 2720 ettari del primo ventennio postunitario, ai 2000 del 1912 ed i 981 degli anni trenta del XX secolo” (p. 128). Sarà la fine della civiltà galatinese della “vignetazione” e l’inizio di un’altra storia, legata alla produzione del tabacco.

Cinque anni dopo Romano dà alle stampe un altro articolo dal titolo Antonio Vallone (1858-1925): un deputato meridionale nell’Italia liberale. La politica, gli e i (“Itinerari di ricerca storica”, XII-XV – 1998-2000, pp. 145-196), avvertendo nella nota 1 di p. 147 che “il lavoro che presento in queste pagine s’inserisce in una monografia sui Vallone di prossima pubblicazione>>, monografia che costituisce la tesi del suo dottorato in Storia economico-sociale e religiosa dell’Europa (tutor: Anna Lucia Denitto) discussa nel 1998 presso l’Università degli studi di Bari.

Nell’articolo citato Romano pone “al centro dell’analisi l’azione sociale dell’individuo per poi giungere alla forma politica organizzata” (p. 146). A questo fine, “accanto alle fonti oggettivanti”, archivi comunali, notarili, di stato, eccetera, “hanno assunto fondamentale importanza le fonti biografiche, individualizzanti, i repertori dei cosiddetti life documents (soprattutto le lettere, documenti prevalentemente individuali)”. (p. 146), che Romano ha potuto studiare nell’Archivio Vallone di Galatina. Di Antonio Vallone è passata in rassegna la vita, dalla prima formazione professionale (lauree in Ingegneria e Fisica), all’educazione politica (Guglielmo Oberdan, Matteo Renato Imbriani, Pietro Siciliani) alla carriera politica, indagata “su due piani: uno pubblico e uno privato: da una parte la propaganda, la diffusione dei programmi e delle idee (…); dall’altra le manovre per organizzare le sue campagne elettorali, le strategie delle alleanze, le reti di relazioni personali (…)” (pp. 149-150). Il Vallone, eletto per la prima volta nella XXI legislatura (1900-1902), pur animato da forti idealità (il taglio delle spese militari, a favore del divorzio, contro l’insegnamento religioso nelle scuole, contro il colonialismo, ecc.) non poté sottrarsi alla “consuetudine” del tempo:

“il candidato, una volta ottenuta la carica di deputato, diveniva l’anello centrale di una catena che dall’elettorato locale giungeva alle autorità governative. Da una parte, dunque, il deputato cercava i favori del ministro, al quale garantiva in cambio l’appoggio in Parlamento, dall’altra gli elettori locali, direttamente o per mezzo dei “grandi elettori”, chiedevano al deputato di soddisfare le loro richieste, e in cambio gli offrivano la rielezione.

Il Vallone non poté fare altrimenti…” (p. 168),

come testimoniano le centinaia di lettere a lui indirizzate. Era la pratica della “raccomandazione”, di cui ancor oggi non cessiamo di lamentare la dannosità e che anche allora era consustanziale all’esercizio della funzione parlamentare. Va da sé che, se era usuale questa pratica a favore degli elettori, a maggior ragione Antonio Vallone, avvalendosi della sua funzione, doveva favorire se stesso e la sua famiglia nella “riconversione su larga scala a favore del fico e della vite” (p. 178).

“In altri termini” scrive Romano, “l’esperienza politica di Antonio Vallone, oltre a essere il portato delle sue convinzioni ideologiche e della sua formazione culturale, fu anche il riflesso del processo di consolidamento del successo economico e agricolo-imprenditoriale che egli stesso e la sua famiglia nel senso più largo, a partire dalla fine del XIX secolo, stavano portando avanti con la realizzazione di una decisiva svolta nelle forme di gestione e nella destinazione colturale delle proprietà rurali…” (p. 177-178).

Romano passa in rassegna tutte le campagne elettorali che videro impegnato, con alterne fortune, Antonio Vallone, dagli scontri con il magliese De Donno prima e Tamborino poi, fino all’ultima legislatura, la XXVI del 1921-23, dopo la quale Vallone si ritirò a Galatina, morendovi due anni dopo (1925).

Ma è bene rileggere le pagine dedicate ad Antonio Vallone inserite nel loro contesto, la Storia di una famiglia borghese. I Vallone di Galatina (secc. XVII-XX) citata all’inizio di questa recensione, per comprendere a fondo da quali lontane origini sia nato l’enorme consenso politico che circondò a Galatina il ”partitone” di Antonio Vallone.

Come da titolo, in questo libro assistiamo, rispetto al primo lavoro di Romano, ad un restringimento del campo d’indagine, la “famiglia come oggetto d’analisi storica” (p. 9) e a un allargamento dei limiti cronologici della ricerca: “… dal XVII [secolo] al primo trentennio del XX secolo” (p. 13). L’autore dichiara che studierà la famiglia Vallone seguendo “tre piani tematici, tra loro sovrapposti e interconnessi, relativi all’economia, alle professioni e alla politica” (p. 13). E tuttavia Romano, avvalendosi delle precedenti ricerche, ricostruisce tutto il “microcosmo economico-sociale di Galatina” (p. 41), nel quale si snoda quella che potremmo definire l’epopea della famiglia Vallone: dalla “originaria appartenenza dei Vallone al patriziato giovinazzese” (p. 31), attraverso un lungo periodo di decadenza economica durante il quale i Vallone trasferiti a Galatina sono annoverati tra i bracciali (termine col quale si designa un ceto che, “pur individuando una tra le più basse tra le qualifiche professionali, non sempre si collocava tra le fasce di reddito più povere” (p. 41)), cui segue il passaggio agli inizi dell’ ’800 allo status di ”negozianti” in grado di prestare denaro a fini anche usurari, fino all’accumulo di un patrimonio terriero assai ingente, secondo “una logica di concentrazione della proprietà nelle aree adiacenti all’agro galatinese” (p. 86), che “rappresentava un elemento di distinzione sociale tanto più valido ed efficace quanto più esso era visibile alla comunità a cui appartenevano” (p. 87). La liquidità derivante da questa “strategia d’ascesa sociale” (p. 88) favorisce “le nuove possibilità di accesso al mercato della terra, intervenute con la vendita dei beni dell’asse ecclesiastico incamerati dal demanio nazionale per effetto delle leggi del 7 luglio 1866 e 15 agosto 1867” (p. 89). Ma fu la differenziazione delle attività economiche, “produzione e commercializzazione agricola, il credito a privati e la produzione e commercializzazione dei pellami” che determinò “la capacità di tenuta economica dei Vallone durante la fase di bassa congiuntura economica” (p. 102) dell’ultimo venticinquennio del XIX secolo. Intanto, dalla metà del secolo la famiglia Vallone si era venuta affermando anche nel campo delle professioni, a partire da Nicola, anatomo-patologo, morto prematuramente nel 1870, con cui si inaugura la serie dei professionisti di casa Vallone: farmacisti, medici, professori universitari. Era quello che serviva alla famiglia borghese per avere “uno status, cioè una trama di elementi di identità che la rendevano socialmente visibile e riconoscibile” (p. 137). Gli elementi distintivi della classe dirigente italiana otto-novecentesca ci sono tutti: prestigio sociale e ricchezza materiale. Questo spiega a sufficienza il consenso politico che, sin dai tempi dell’Unità d’Italia (il già citato Nicola la sera del 21 ottobre 1860 “riuscì a convincere dell’importanza del plebiscito gran parte della popolazione radunatasi nella piazza centrale di Galatina” (p. 144)), ebbe la famiglia Vallone, e spiega perché in questo “ambito a Galatina i Vallone, dalla fine dell’Ottocento, non avrebbero avuto rivali” (p. 141). Diventa ora più chiaro, direi necessario, lo straordinario successo politico di Antonio Vallone, che si situa all’apice di un trend secolare, nel quale si è fatta strada la nuova classe dirigente dell’Italia liberale. Nessuna meraviglia, dunque, che un fratello di Antonio Vallone, Vito, all’avvento del fascismo, non esiti a schierarsi dalla parte del vincitore: “L’adesione di Vito Vallone al fascismo fu entusiastica…” (p. 218) scrive Romano. Contemporaneamente, nel 1925 nasceva la “Banca Fratelli Vallone fu Vincenzo”, il cui ruolo nello sviluppo del territorio, secondo Romano, rimane alquanto incerto. Anche in questo caso, come già si disse a proposito della Banca Popolare Cooperativa fondata nel 1887, la banca rastrella il denaro dei risparmiatori, ma non lo reinveste nelle attività produttive, bensì in “beni più sicuri, come gli investimenti immobiliari e i titoli di Stato” oppure per finanziare “le attività economico-imprenditoriali dei Vallone” (p. 232). Sempre da quest’epoca data la riconversione delle colture agricole. Tramontata la “vignetazione” che aveva favorito l’ascesa dei Vallone, la famiglia sceglie la più redditizia coltivazione dei tabacchi orientali (pp. 232-249), mentre l’attività vinicola cambia radicalmente. Mentre in passato i Vallone “avevano dimostrato… di essere interessati piuttosto alla massificazione delle rese ed alla produzione di vino da taglio decaratterizzato”, negli anni venti, invece, tendono “alla realizzazione di “tipi stabili”, cioè di un prodotto con specifiche qualità>” (p. 250), ed è questa la ragione del loro successo sul mercato nazionale.

Romano cessa di studiare la famiglia Vallone alla fine del primo trentennio del Novecento, quando essa è nel pieno della sua ricchezza, del suo prestigio professionale (non si dimentichi la “Casa di Cura F.lli Vallone fu Vincenzo” a Lecce nei primi anni trenta) e politico. Tra le ragioni che ne spiegano l’ascesa, Romano annovera la capacità imprenditoriale dei Vallone, la determinazione a non guardare alla loro condizione di proprietari “secondo un’ottica redditiera” (p. 261): “Essi considerarono senz’altro il patrimonio terriero un potente elemento di distinzione sociale, ma anche il frutto del sacrificio e del duro lavoro di intere generazioni della famiglia…” (p. 261). Il lavoro, la famiglia, la capacità imprenditoriale sono le ragioni che spiegano il successo della famiglia Vallone. L’albero genealogico posto all’inizio del libro (pp. 16-17), percorso ramo per ramo, a partire da quell’Angelo battezzato nel 1583 e venuto a Galatina nei primi anni del Seicento, fino ai figli di Vincenzo nel Novecento, appare come il compendio grafico di una vicenda plurisecolare, nella quale la lotta per l’affermazione sociale si è avvalsa di tutte le strategie che potevano essere messe in campo per risultare vincente (come dimenticare l’uso speculativo del patto de rehemendo, cioè di ricompra, da parte di Serafino poco oltre la metà del XVIII secolo?). La storia dei Vallone di Michele Romano è la storia di una competizione e di un successo. Dispiace che l’autore abbia interrotto la disamina di questa storia familiare ai primi trent’anni del secolo XX, con poche rapide incursioni negli anni seguenti perlopiù confinate nelle note (si leggano per es. le pp. 212n-213n dedicate a Luigi Vallone, figlio di Antonio). Se il fine di questo studio, pienamente raggiunto, era di “dare un contributo alla comprensione dei processi che interessano le classi dirigenti meridionali” (p. 12), allora resta ancora da studiare un intero settantennio di storia novecentesca, per capire bene come abbiano operato le classi dirigenti meridionali nel corso del secolo, ed in particolare a Galatina i Vallone. Ma questa è storia dei nostri giorni, per la ricostruzione della quale forse è bene attendere che il tempo galantuomo restituisca a uomini e cose il loro autentico significato.

 

 

 

Il pensiero poetante di Giacomo Leopardi

 

Finalmente, a distanza di ventisei anni dalla prima uscita nel 1980, la casa editrice Feltrinelli ha ripubblicato in edizione economica (euro 9,00) Il pensiero poetante. Saggio su Leopardi di Antonio Prete. La riedizione costituisce un’ottima occasione per rileggere questo saggio, nel quale per la prima volta l’opera di Giacomo Leopardi è ricostruita in modo integrale, attraverso una disamina unitaria della poesia e della prosa leopardiana, nell’ottica di una interpretazione che non confida nei generi, ma li travalica, affidandosi invece all’ “ascolto”, “alle parole del poeta, al loro timbro” (p. 7). Così scrive Antonio Prete nella Premessa a questa edizione, e veramente tale è la sensazione che si ricava rileggendo il saggio – risentire Leopardi -, che non ha perso nulla della freschezza dell’anno in cui vide per la prima volta la luce. In che cosa dovrebbe consistere l’ufficio della critica, se non nel ridar voce al poeta, nel farlo parlare ancora nel modo in cui egli ha parlato a noi? “Lasciar parlare Leopardi”, scrive Prete nella citata Premessa ripensando a quegli anni lontani, “al di là delle recinzioni e delle formule che via via ne avevano mortificato la scrittura, era già esporre la trama –abbagliante, inattuale- di un pensiero”.

Un paio di anni fa mi è capitato di scrivere su questo foglio (cfr. Una lunga fedeltà, “il Galatino” di venerdì 12 novembre 2004, p. 3), sia pure incidentalmente, in occasione dell’uscita presso l’editore Donzelli de Il fiore e il deserto, 2004 (terzo libro di una trilogia che comprendeva anche Finitudine e infinito, Feltrinelli, 1998), de Il pensiero poetante, il libro leopardiano della mia giovinezza, del mio primo incontro con lo Zibaldone di Leopardi. In verità, è proprio lo Zibaldone il protagonista di questo saggio, lo “smisurato scartafaccio” nel quale Leopardi per tutto il corso della sua vita annotò le sue riflessioni, discusse di filologia, di filosofia, di morale, di poesia, ecc., senza mai richiudersi in recinti disciplinari, sempre consapevole che “poesia e filosofia si muovono sulla stessa scena dell’immaginazione. E’ l’immaginazione che scandisce il loro rapporto, e solo la caduta dell’immaginazione (“geometrizzazione”, “matematizzazione”) produce un’insanabile divaricazione” (p. 80). “Il filosofo non è perfetto, s’egli non è che filosofo>> e così pure “la ragione ha bisogno dell’immaginazione…” (Zib., 1839, 4 ottobre 1821): sono parole di Leopardi, nelle quali è posto un “enunciato che percorre tutta la scrittura leopardiana” (p. 87) fondata sull’ “incontro tra “poesia pensante” e “pensiero poetante” ” (p. 87), ed è questo che fa della “scrittura leopardiana una critica permanente delle forme di potere” (p. 89). L’intuizione di Antonio Prete, esposta nel cuore del saggio (Pensiero poetante e poesia pensante, pp. 80-89), è in questa lettura aderente al continuum della voce di Leopardi, che permette all’autore di attraversarne l’intera opera senza incorrere nell’errore proprio di molta critica, dovuto all’incapacità di comprendere la complessità dell’opera leopardiana e consistente nel confinare il poeta nella poesia, il filologo nella filologia, il filosofo nella filosofia, ecc. Ne Il pensiero poetante l’indagine è a tutto campo, supera gli steccati disciplinari e trova il proprio limite solo nel testo dello scrittore. Così Prete passa in rassegna la teoria del piacere come “desiderio illimitato” che, proprio a causa di “questa indeterminatezza” (p. 16), genera “l’esperienza del dolore” (p. 17); il problema del tempo, legato alla teoria del piacere nella misura in cui “la radice del piacere” è posta “in un tempo non presente, dunque nella memoria e nella attesa” (p. 37); l’esegesi de L’Infinito (pp. 48-62) in cui “il nichilismo leopardiano grida il desiderio della vita nell’unico modo che, nella notte dei sensi, è ancora possibile: nel linguaggio simbolico, nel linguaggio della poesia” (p. 62); la Critica del moderno (pp. 90-102) nella quale, contro la ratio della civiltà, “la meditazione leopardiana modula un canto senza fine: l’elogio del non-sapere” (p. 100); e poi ancora le annotazioni sull’assuefazione, sull’esercizio, sulle “facoltà”, sull’ “assurdità del patto sociale” (p. 118), Sulla “pretesa perfezione” della società (pp. 125-139), Sulla formazione del gusto (pp. 140-161); per finire con La traccia animale (pp. 162-167), in cui il vuoto di senso della civiltà trova una qualche forma di redenzione nell’”altro che è la forma animale, nel canto degli uccelli” come figura della poesia.

Il saggio si conclude con una Notizia bibliografica, già presente nell’edizione del 1996 ed ora aggiornata, cui segue in Appendice Il pensiero della poesia nello Zibaldone leopardiano, una conferenza tenuta al Collège de France il 3 marzo 2006, nella quale Prete, in perfetta continuità con la sua trentennale interpretazione critica, rilegge lo Zibaldone con particolare attenzione alle riflessioni di Leopardi sulla poesia. “Il pensiero della poesia che trascorre nello Zibaldone è trama dei Canti. Sostiene, come una silenziosa impalcatura, quell’unità meravigliosa di meditazione e musica che è la poesia leopardiana.” (p. 192), egli afferma, per concludere ancora una volta con le immagini che danno il nome al suo terzo libro leopardiano, Il fiore e il deserto: “Il profumo di un fiore e il deserto della vita. Congiungere questi due mondi nel suono di un verso: in questo consiste l’esperienza poetica leopardiana, e la stessa leopardiana riflessione sulla poesia”.

Come si diceva all’inizio, la riedizione economica del saggio è un’ottima occasione per una rilettura. Tuttavia il libro economico ha come destinatario privilegiato i giovani, gli studenti medi e universitari, sempre a corto di quattrini, che potranno così accostarsi al grande recanatese attraverso le pagine di Antonio Prete. “Che questo libro possa persuadere nuovi lettori ad attraversare quel rigogliosissimo e meraviglioso giardino di pensieri che è lo Zibaldone: è questo l’augurio con il quale accompagno la nuova edizione” scrive Prete a conclusione della sua Premessa (p. 8). E questo è anche il nostro augurio.

 

 

 

 

 

 


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