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Il sogno della Giustizia 1 PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Rino Duma   
Giovedì 16 Giugno 2011 17:29

LA PIRAMIDE UMANA

 

Giorno verrà in cui le montagne scenderanno a valle e le valli s’innalzeranno ad altopiani,

sicché tutto si disporrà sullo stesso livello ed ogni uomo potrà ammirare, con sguardo unico,

lo stupendo spettacolo della natura e godere, in pari misura, dei suoi frutti”. (MdS)

 

 

Parto da una premessa. Come gli esseri umani, anche gli alberi sognano. Solitamente lo fanno d’inverno. Sognano di ricoprirsi di un rigoglioso mantello di foglie, di mettere fiori a bizzeffe e frutti a bizzeffe, per poi donarli all’altrui vita. È questa l’unica finalità che connota la vita degli alberi, oltre a quella legata alla loro riproduzione.

 

Anche gli animali sognano, sognano ogni notte come gli umani. Il sogno ricorrente degli insetti è di succhiare polline in gran quantità, di mangiare foglie, di alimentarsi di bacche o di altri insetti. I predatori, dal loro canto, sognano di rincorrere una preda e di cibarsene, mentre quest’ultima spera di sfuggire, di non imbattersi nel suo eterno nemico o, magari, di trovarsi in un prato dove rimpinzare, con sazietà, lo stomaco.

Per nutrirsi, tutti gli esseri viventi hanno bisogno di sfruttare o il mondo vegetale oppure quello animale. Se un leone uccide una gazzella, lo fa esclusivamente per ragioni legate alla sua sopravvivenza, ma non certamente perché ha in odio la sua preda: lo fa soltanto per fame. Ergo, un leone sazio è un nemico innocuo per la gazzella, anzi può starle accanto… sino a quando non sarà nuovamente assalito dai morsi della fame!

Tutte le forme di vita ricorrono a questo vitale stratagemma, tranne una: l’uomo.

Anticamente l’unico scopo, o meglio, l’unico sogno dell’uomo era quello di cacciare per procurarsi il necessario sostentamento, in linea con le leggi della natura. Si comportava, cioè, come un normale predatore. Poi, sfruttando l’intelligenza, ha allargato gli orizzonti di vita, escogitando forme e sistemi per lavorare meno e vivere meglio. In pratica, durante il corso dei secoli, nella sua mente ha fatto capolino il pensiero economico del massimo rendimento con il minimo sforzo. Da allora, l’uomo ha dichiarato guerra ad altri uomini e, soprattutto, alla natura. Poco per volta, egli non si è più sentito parte integrante di essa, anzi l’ha dominata, l’ha sottomessa, l’ha prostrata, l’ha sfruttata per realizzare i suoi irrefrenabili e turpi… sogni.

Il vero problema dei disastri commessi dall’umanità sta proprio nella differente diversificazione dei suoi sogni, sia rispetto a quelli degli altri esseri viventi e sia a quelli dei propri simili. Infatti, non tutti gli uomini sognano allo stesso modo. Per spiegare meglio l’assunto, è necessario soffermarsi sulla struttura della società umana.

Alcune persone possono sognare in grande perché vivono già in grande. I loro sono sempre sogni vivacemente colorati. Il passo che li separa dai loro sogni è minimo, poiché ogni desiderio è facilmente realizzabile.

Vi sono, viceversa, molti uomini che vivono ai margini della società umana e, addirittura, tanti altri che ne stanno fuori. In pratica, queste persone sono estromesse dalla “vita normale”, cioè dalla vita decente e decorosa. Essi non hanno la possibilità di sognare per come vorrebbero o, meglio ancora, non tutti questi uomini sono messi nella condizione di sognare per come vorrebbero. Non sognano neanche in bianco e nero. Insomma non hanno sogni.

Il nostro pianeta, se lo osserviamo da un punto di vista geofisico, ha una forma quasi sferica, sulla cui superficie sono distribuiti casualmente i mari, gli oceani, le terre, i monti, le persone fisiche, le foreste, gli animali e quant’altro. Se invece lo consideriamo dall’aspetto socio-antropico, il mondo, o meglio l’umanità, assume un’altra configurazione, esattamente quella di una piramide molto alta e dalle pareti ripide, su cui sono stipati tutti gli uomini.

È una piramide divisa da una coltre di nubi temporalesche in due parti ineguali, sotto alla quale c’è quanto di peggio possa esistere: tuoni, lampi, fulmini, grandine, venti impetuosi, tornado, alluvioni, tsunami, terremoti si abbattono in continuazione e rendono la vita difficilissima. Al di sopra, invece, splende il sole e il panorama è stupefacente.

Nella parte più bassa della piramide è collocata la gente poverissima, quella che quotidianamente subisce angherie, prevaricazioni, mortificazioni, violenze di qualsiasi genere; è gente che non ha speranze e che porta avanti una vita fatta di sofferenze, di amarezze, di stenti e di rinunce forzate. Si tratta di gente che vive ai margini della società; è gente che usufruisce di un’alimentazione sbagliata e deficitaria, che ha un’igiene personale molto approssimata ed un’assistenza medica e farmaceutica ridotta al lumicino; è quella gente che è stipata nelle “favelas” dell’America meridionale, nelle capanne di fango o di paglia dell’Africa, nelle catapecchie galleggianti del Bangladesh, dell’India, della Birmania, di Sumatra e delle Filippine, è quella gente che vive nelle “bidonville” di alcune città americane e sudafricane, è quella gente che vive nelle baraccopoli delle grandi capitali, è quella gente che passa le notti all’addiaccio sotto i ponti del Tamigi, della Senna e del Tevere, o sotto i ponti di un qualsiasi cavalcavia o sotto le panchine delle stazioni ferroviarie o dei parchi comunali e che ha come unica coperta dei miseri cartoni, è quella gente che pulisce i vetri nelle vicinanze dei semafori o che si arrangia vendendo qualche stupida cianfrusaglia, è quella gente che cerca tra i rifiuti qualcosa da mangiare o da vendere, è quella gente che d’estate, svendendo la propria dignità, lavora per pochi euro al giorno, raccogliendo angurie, pomodori, uva e quant’altro, è quella gente che si prostituisce contro voglia, che vende il proprio corpo per poter sbarcare il lunario della sua grama esistenza.

Possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che quasi il 40% della popolazione mondiale occupa questa posizione nella piramide. Ciò significa che quasi tre miliardi di uomini vivono in una situazione di estrema povertà e indigenza. Queste notizie sono state fornite recentemente dall’OMS, cioè dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma a questi dati allarmanti si devono aggiungere altri, non meno preoccupanti, comunicati dall’Istituto Nazionale di Statistica. In Italia sono ormai 9.000.000 le persone povere! La tendenza all’impoverimento è purtroppo in aumento.

Ritenete forse che queste persone abbiano la forza di sognare, di formulare dei desideri? Penso proprio di no: esse vivono nell’incubo di non farcela; hanno come unico scopo quello di sopravvivere e non certamente quello di vivere o di vivere meglio. Più che sognare, vivono nell’angoscia che hanno ereditato dai loro genitori e che, probabilmente, trasmetteranno ai loro figli. Queste persone hanno come unico desiderio quello di superare la giornata e di sperare che quella che sta per nascere sia meno crudele di quella appena vissuta. Queste persone non sognano, anzi si rifugiano nei sogni, quelli biologici, tanto per intenderci, per venire fuori da una realtà brutale e spietata.

Salendo di alcuni gradini, troviamo una fascia di persone che riescono a mala pena a vivere; insomma si arrabattano alla men peggio, ma le loro condizioni di vita lasciano a desiderare per alcuni aspetti. Stiamo parlando di quelle persone che a mala pena arrivano con il salario o con la pensione alla terza settimana del mese. Questa fetta rappresenta il 30% degli umani… umani per modo di dire!

Salendo più in alto, finalmente, si abbandona la parte della piramide che è avvolta da nubi perennemente temporalesche, attraverso le quali non filtrano raggi di sole. Nella zona, immediatamente sopra le nubi, sono collocate le frange di uomini che “vivono” una vita decente e decorosa, fatta di “cose normali” sotto qualsiasi punto di vista. Queste persone sognano, ma non in grande stile, sognano di poter vivere meglio. La fetta di torta, in questo caso, si assottiglia ancor di più e misura il 18-20%.

Proseguendo verso l’alto della piramide, si trova una minuta schiera di uomini che dispongono di buone risorse finanziarie ed occupano posti di prestigio in seno alla comunità umana. Sono gli alti ufficiali militari, i primari ospedalieri, i dirigenti statali, i direttori aziendali, i piccoli e medi industriali, gli uomini di spettacolo (come cantanti e calciatori affermati, attori, artisti e musicisti di grido ecc.). Sono questi gli uomini che hanno la possibilità di sognare a colori, di poter realizzare progetti anche complessi e ambiziosi, razionalizzando scientificamente le proprie risorse, in modo da ottenere il meglio e il massimo.

Qui la fetta di torta è ancor più ristretta: ci troviamo intorno al 10-11%.

Manca ancora pochissimo per arrivare al 100%.

C’è infatti un’altra piccola zona, situata in cima alla piramide, dove vivono ed agiscono indisturbati gli “eletti”, cioè i magnati dell’industria, della finanza, delle lobbies economiche e della politica, i potenti, o meglio i pre… potenti, quelli cioè che possono godere a iosa di privilegi, quelli che dominano tutto e tutti non solo con lo sguardo, quelli che decidono delle sorti dell’umanità, spostando a loro piacimento la ricchezza da un luogo all’altro del pianeta, a seconda della convenienza.

Questi uomini non sognano, non hanno aspirazioni e desideri, poiché sanno di avere tutto il mondo ai loro piedi. Forse il loro unico rammarico è quello di sentirsi mortali e, di conseguenza, la loro unica aspirazione è quella di rimanere eternamente giovani e di sperare che in un prossimo futuro diventino immortali. In Italia abbiamo alcuni esempi eclatanti! Sono proprio questi uomini che spudoratamente parlano di amore… di amore che trionfa sull’odio.

Di chi la colpa di quest’assurda strutturazione della società umana?

Pesa enormemente il grosso fardello che ci è stato consegnato dal passato, ma, a parer mio, il nodo principale del problema va ricercato nell’errato modello di sviluppo, inteso a livello economico, sociale e politico. Se non si trovano vie alternative immediate, l’umanità corre il rischio di entrare in un tunnel dal quale difficilmente potrà venir fuori.

Come porre riparo a una situazione del genere?

Non vi sono bacchette magiche in giro, neanche a pagarle a prezzo spropositato, né tanto meno pietre filosofali, che trasformino ogni vile metallo in oro. Il nostro unico strumento è rappresentato da una comune presa di coscienza, grazie alla quale affrontare immediatamente l’attuale situazione, che, sebbene preoccupante e seria, ha ancora un buon margine per essere risolta.

Abbiamo quanto necessario perché su questo pianeta si possa vivere in pace e in armonia con noi stessi e con la natura: basta soltanto sapersi organizzare. Il guaio, purtroppo, è che c’è sempre qualcuno che vuol avere un po’ di più per sé, ma non si rende conto che quel di più lo sottrae a qualcun altro. Di questi “qualcuno” in giro ci sono tantissimi, quasi due miliardi di uomini, i quali tentano quotidianamente di sottrarre alla rimanente parte dell’umanità risorse, ricchezze, alimenti, acqua e, ultimamente, aria pulita (cioè ossigeno).

È una corsa affannosa da parte dei paesi occidentali ad accaparrarsi le risorse migliori del pianeta-terra.

Il continuo e inarrestabile scempio e il depauperamento naturale possono essere fermati grazie alla buona volontà delle maggiori potenze mondiali, i cui governanti, sino a qualche tempo fa, hanno fatto finta di non sentire e di non vedere. Ultimamente, qualche cosa sembra essere cambiata: c’è, finalmente, una presa di coscienza generale. Ma bisogna fare in fretta, perché, ogni anno che passa, il pianeta invecchia sempre più velocemente e corre il rischio di non riprendersi dalle profonde ferite.

Intanto un passo importante lo possono e lo devono fare i giovani. Il mondo e, di conseguenza, la comunità umana potranno risorgere solo conducendo i giovani ad acquisire una visione meno egoistica della vita.

Due sono le agenzie più importanti chiamate a educare correttamente i giovani: la famiglia e la scuola. Purtroppo i risultati sinora ottenuti sono molto mediocri e inferiori alle attese, perché sia la famiglia sia la scuola non riescono a tener testa alla folle corsa, di cui si accennava poco fa. Per tale motivo esse vanno rivalutate adeguatamente e su di esse vanno fatti grossi investimenti. Una famiglia sana e una scuola sana aiutano i ragazzi a crescere responsabilmente. Ma i giovani vanno educati a farsi un carico di spiritualità, più che di materialità; vanno educati ad amare, a soffrire, a sperare, ad aiutare, a interessarsi anche degli altri, e non soltanto di se stessi.

Come? Inculcando nei giovani i semi della solidarietà, del rispetto, della fratellanza, della condivisione, della comunione, della giustizia, della pace.

La scuola, più che la famiglia, deve costruire i futuri cittadini, deve forgiare uomini forti nelle idee e nel carattere, uomini liberi, determinati, che non abbiano paura e che siano capaci di far cambiare tendenza alla società umana, di far adottare modelli di sviluppo e di vita più consoni alle esigenze del mondo. Attraverso un lento ma continuo rinnovamento di idee, di persone e di programmi si può andare lontani. Questo rinnovamento è possibile solo se passa attraverso le coscienze dei singoli cittadini, dei giovani e delle future generazioni. Si può e si deve vincere quest’importante e decisiva sfida, ma intanto è necessario che ognuno di noi, partendo dal proprio piccolo mondo, cominci a innovarsi e a vivere una vita in modo diverso rispetto a prima, responsabilizzandosi, correggendosi, ridimensionandosi, rinunciando a qualche piccolo privilegio, ma, soprattutto, amando di più.

Prodighiamoci per costruire un mondo migliore, dove non ci siano né servi né padroni, dove ogni uomo possa ammirare, con sguardo unico, lo stupendo spettacolo della natura e godere, in pari misura, dei suoi frutti.

 

Lettera sulla… Giustizia

 

Qualche tempo fa, sulla mia home page di Facebook, ho espresso, solo di striscio, una considerazione sulla “giustizia”. Un mio ex-alunno, leggendomi, mi ha pregato di approfondire l’importante tematica. Ho accettato di buon grado l’invito, anche perché avevo già in mente di trattare l’argomento sulla rivista culturale “Il filo di Aracne”, di cui mi onoro di essere il direttore. Per una questione di privacy, non mi sento di rendere nota l’identità dell’alunno, che chiamerò Mauro, un nome a me molto caro. Perciò…

 

Caro Mauro,

tu mi poni una domanda alla quale mi è difficile rispondere, non perché non abbia le idee chiare sull’argomento, anzi. L’unica difficoltà, che mi affligge non poco, sta forse nel fatto che non riuscirò a trovare le parole adatte per schiodarti dalle tue “naturali” inclinazioni sulla giustizia, che per me sono in buona parte errate.

Mi auguro che riesca a convincerti.

Tu, intanto, sfòrzati a entrare, senza alcuna remora, in ciò che sto per esporti. Tuttavia ricorda che il mio è pur sempre un convincimento personale e, quindi, può essere corretto, integrato, sviluppato, migliorato.

La «giustizia», in senso generale, è uno dei pilastri fondamentali su cui poggiano le fortune del nostro esistere, è il collante che unisce saldamente gli uomini tra loro; se amministrata con sagacia, può rappresentare l’elemento trainante verso una vita migliore. Inoltre, ritengo che sia il gradino più alto nella scala dei valori umani e l’ultima e, forse anche, la più faticosa dimensione terrena, raggiunta la quale ci si trasforma in «spirito», pur mantenendo le fattezze corporali. In pratica, una persona giusta diventa un… «angelo terreno» (lo sosteneva don Tonino Bello)[1]. Solo Dio sa quanto bisogno abbia oggi l’umanità di gente… con le ali!

Ora, prova a individuare le qualità spirituali che fanno da corredo agli angeli e ti accorgerai quanto sia difficile acquisire uno “status animi” pressoché identico. Ma intanto, se davvero desideri diventare un uomo giusto, devi necessariamente puntare dritto a loro, cioè devi emulare queste “entità sublimi e divine”, che hanno una sola differenza rispetto a noi umani: non possiedono alcun peso materiale, proprio perché non hanno alcun legame con i beni terreni.

In senso stretto, potrei definire «giusta» la persona equa, corretta, imparziale e che persegue e applica i principi dell’uguaglianza secondo buon senso, secondo cioè le leggi universali che sono scolpite in cielo. In effetti, è così.

Pur tuttavia ritengo che la risposta sia troppo generica e non esaustiva: manca, in altre parole, qualcosa che dia completezza ed efficacia alla definizione, qualcosa che sappia inquadrarla a tutto tondo e che ne spieghi il modo per arrivare a questo sublime livello di vita.

Ora ti pongo la domanda sul perché tendenzialmente l’uomo si comporta in maniera ingiusta. A mio modo di vedere, le ragioni sono molteplici, tutte però riconducibili alla sua natura.

Da sempre nell’animo umano è presente un’energia ostile che ha condizionato e condiziona in negativo l’intera umanità. Essa è rappresentata dalla presenza in ognuno di noi di un «mostro cinico e calcolatore», che in continuazione si agita e ci domina in ogni azione. Questa resistenza negativa, che è alla base di ogni sofferenza terrena, è una molla infida e ingannevole che, da una parte, determina le fortune e i successi dei singoli, mentre, dall’altra, segna le sfortune dell’umanità intera e contribuisce in maniera considerevole a creare profonde incrinature e solchi abissali nella struttura del consorzio umano.

Quest’energia malevola è la «convenienza», figlia ‘adorata’ dell’egoismo, dalla quale scaturisce una miriade di mali, come il profitto, lo sfruttamento dell’uomo e della natura, la sopraffazione, l’avidità incontrollata, l’avarizia esagerata, l’invidia per i successi altrui, l’odio sviscerato, la vendetta per i torti subiti, la lussuria sfrenata, il cinismo, la depravazione, la cattiveria, sino ad arrivare alla privazione della libertà e, peggio ancora, alla soppressione fisica di persone. Essa è una forza brutale, cieca e subdola, che allontana gli uomini tra loro, che striscia continuamente nelle pieghe più profonde della psiche e la condiziona, assoggettandola ai suoi voraci e inappagabili voleri e bramosie.

Pertanto, forte di tale convincimento, sono dell’avviso che una persona diventa giusta solo quando sa rifuggire da simili richiami allettanti e non dà ascolto al fascino seducente di sentirsi ricco, potente, bello, amato, dominante, superiore, invincibile. La presenza di tali uomini – e t’assicuro che non sono pochi - determina da sempre le angustie dell’umanità, che io definisco come «humani doloris causa».

Mi spiego meglio.

Nel momento in cui l’uomo riuscirà ad allontanarsi dalle spinte emotive di comodo, a slegarsi dai suoi condizionamenti egoistici, dalle situazioni vantaggiose per sé, ma dannose per gli altri, soltanto allora potrà giudicare tutto ciò che cade sotto i suoi sensi secondo «equità sociale», o, come asserivo prima, secondo buon senso. Soltanto allora, grazie alla presenza di un ritrovato equilibrio spirituale e in assenza del «tarlo che sfarina l’idea del Bene Comune e la dissolve», potrà valutare ogni cosa con serenità e con «animus intaminatus».

Per arrivare a ciò si rende opportuno venir fuori dal proprio mondo egoistico (non è facile, ma è possibile), disancorarsi dalle spinte tiranneggianti dell’«ego», grazie ad un’acquisizione graduale ed effettiva dei principi ispiratori della democrazia e della libertà. A tutto ciò si può giungere solo quando avremo acquisito una visione della vita meno personalistica e più socializzante. In quel preciso istante cominceremo ad appartenere non solo a noi stessi ma al mondo, a sentirlo proprio, a viverlo come se fosse una nostra esclusiva interiorità, o meglio, come se noi fossimo una piccola tessera del grande mosaico comune e ci sentissimo parte importante e integrante di esso.

A questo punto mi porrai la domanda su come sia possibile «sbarazzarsi» delle emozioni egoistiche e avvicinarsi a quelle plurali. La risposta la potrai trovare solo se ti accosterai, con umiltà e voglia di migliorarti, al più grande dei sentimenti umani: l’amore.

Ricorda che se un uomo è pervaso da questo «lievito di pace» può aspirare a essere giusto, poiché solo chi ama (nel senso più nobile del sentimento) può capire e curare i mali del mondo, poiché li sente propri e ne soffre.

Le fortune dell’umanità si concreteranno il giorno in cui ogni essere umano saprà spendersi in funzione dei propri simili e saprà amministrare la «giustizia» con saggezza e nell’interesse di tutti. Ma forse, proprio allora, non ce ne sarà più bisogno, in quanto ognuno, avendo la coscienza sgombra di ogni personalismo, si comporterà naturalmente, cioè… secondo giustizia.

Se riusciremo a educare i ragazzi, te compreso, a “prendersi cura”, oltre che dei propri problemi e bisogni, anche e soprattutto di quelli del prossimo, avremo gettato le basi per rendere il mondo via via più vivibile, sino ad arrivare a trasformarlo in un’isola felice, forse la tanto decantata “isola che non c’è”.

Ma, ahinoi, il mondo, soprattutto in questi ultimi tempi, è un campo minato a perdita d’occhio dove si coltiva esclusivamente il Male, con poche oasi di Bene, sparse timidamente qua e là. Il lavoro che attende i portatori di pace e di giustizia è improbo, quasi assurdo. Ciò nonostante non bisogna darsi per vinti, ma semmai lottare con maggiore tenacia per rovesciare il destino del mondo. È necessario cambiare tendenza a questo trend negativo, puntando esclusivamente a un rinnovamento etico, morale, culturale, economico e sociale degli uomini.

Mi obietterai che è impossibile arrivare a tanto, perché è come voler svuotare il mare servendosi di un guscio di noce. A te sembra, ma in effetti non è così. Se l’esempio di pochi sarà via via seguito da tanti e in seguito da tantissimi, vedrai che quello che a te oggi sembra irrealizzabile si potrà attuare, a condizione che siano in molti a remare nella stessa direzione.

Intanto tu inizia a rinnovarti. Perciò, càlati nel profondo della tua coscienza e comincia a rimuovere ciò che “illude e uccide” l’uomo. Fa’ in modo che non rimanga alcuna radice della “mala pianta” che è in te. So bene che incontrerai notevoli difficoltà in questo ardimentoso viaggio, ma provaci, con ogni energia. Il cammino è arduo e mille e mille saranno i canti ammaliatori che ti invoglieranno a desistere. Va’ avanti, segui l’esempio di Ulisse, che non si lasciò vincere dal canto melodioso delle sirene. Una volta arrivato sul pavimento di questo pozzo, troverai uno scrigno. Là sono state segregate e tacitate le tue dolci virtù. Aprilo e zampillerà l’essenza prima della vita, l’amore… l’amore che erroneamente riteniamo di possedere.

Tu mi osserverai che ne hai tanto e te ne servi quotidianamente. Con ogni probabilità, il tuo è “l’amore che prende”, cioè quello possessivo, ossessivo, ingordo, dominante; io, invece, alludo a “l’amore che dà”, cioè quello virtuoso, altruistico, misericordioso, caritatevole, universale, divino.

Andiamo avanti nel discorso. Nel momento in cui t’impossesserai di questo bene supremo, avrai una visione completamente diversa del mondo e della stessa vita, che non t’appariranno più come elementi da conquistare e sottomettere, ma semmai come elementi da organizzare, amministrare e migliorare nell’interesse tuo e di tutti, nessuno escluso.

Dopo aver ritrovato te stesso, ha inizio una nuova e più importante crociata. Devi batterti contro l’orrido dèmone dell’egoismo presente negli altri. Lotta, senza concederti mai una pausa: un vero guerriero non conosce riposo, se non dopo aver sbaragliato il nemico e vinta la battaglia. Utilizza l’unica arma in tuo possesso: la “parola”, che, se usata saggiamente, produce effetti strabilianti. Sappi che molte volte essa uccide più di quanto possa uccidere una spada.

Il tuo pensiero sarà ascoltato e letto da diverse persone, che potranno condividerlo e diffonderlo. Dai piccoli semi, che hai conficcato nel cuore della gente, nascerà una messe rigogliosa, che darà un buon raccolto, da cui scaturiranno altre semine e altri doviziosi raccolti.

Ricorda, Mauro, che ”è sufficiente un piccolo e insignificante fiammifero per incendiare un’intera foresta”.

Questo, d’ora in poi, dovrà essere il tuo motto.

La strada è lunga e infida, poiché quotidianamente la società educa i giovani ad acquisire ben altri valori di vita. I fatti e i risultati sono inequivocabili e provengono da qualsiasi ceto sociale. Anzi, coloro che sono deputati a guidare le sorti del paese e a fornire il buon esempio di vita procurano grandi danni e disastri irreparabili.

Questa strada, però, va percorsa sino in fondo… e tutti insieme, se intendiamo per davvero costruire un mondo di pace.

Da ultimo, cerca di metterti sempre in discussione, di migliorarti, di innovarti, soprattutto a livello culturale e spirituale. Il peso della tua crescita non dovrà essere espresso in chilogrammi, o in centimetri oppure in moneta sonante, ma in “atti e fatti”, tutti rivolti al miglioramento del Bene Comune. Per arrivare a ciò è necessario rispettare le regole democratiche che i nostri padri costituenti hanno conquistato con fatica, sacrificando a volte la propria vita. Rispetta, altresì, il pensiero degli altri e accettalo, pur non condividendolo. Insisti e, se necessario, lotta perché nella comunità umana in cui vivi ci sia sempre una pluralità di voci: tutto ciò è vitale per il giusto esercizio della democrazia e della libertà.

Metti in debito conto che le tue idee, alle quali sei molto legato, possono anche essere sbagliate e, se qualcuno ti dimostra l’infondatezza delle stesse, non sentirti umiliato per questo, anzi accetta serenamente l’evidenza dei fatti e lìberati dell’errore che ti ha posseduto. Si cresce anche in questo modo.

Sii felice, ma ricòrdati di prodigarti anche per la felicità degli altri. È bello tagliare certi traguardi della vita, avendo accanto a sé molte persone, come se ci si trovasse allo stadio a gioire per un gol della propria squadra. Dài retta a me, Mauro: la soddisfazione e la gioia che ti dà la “felicità sociale” è più completa e affascinante della “felicità personale”. Quest’ultima è la “felicità della solitudine”, che non ti consente mai di brindare, di esultare, di fare pazzie insieme ad altri, ma solo di godere con modesto entusiasmo dentro di te, tra le mura del tuo “io”, esattamente come si comporta l’ergastolano in isolamento che, la notte di san Silvestro, non avendo accanto a sé persone con cui brindare al lieto evento, solleva mestamente il calice di fronte a uno specchio senz’anima.

Mi auguro di esserti stato chiaro e, soprattutto, di averti persuaso a rinnegare i tuoi convincimenti e a voltare pagina definitivamente.

Ti saluto con lo stesso affetto e la stima di quando ti guidavo a compiere i primi passi nel difficile e impervio mondo di noi umani.

 

 

NORDICI E SUDICI

 

Poco è stato fatto per attenuare l’enorme divario tra un Nord dinamico e un Sud sempre più rassegnato e impotente. L’Italia è tutt’altro che unita, anzi, a distanza di un secolo e mezzo, il gap economico-sociale tra le due comunità è consistentemente aumentato

Non me ne vogliano i lettori se, a bella posta, ho utilizzato il termine “sudici” per definire i meridionali: non è mio costume usare parole offensive nei confronti di qualsiasi uomo, figuriamoci se rivolte nei riguardi dei miei conterranei.

Ho preso in prestito la pesante e infelice definizione dal socialista bolognese Camillo Prampolini, che, all’inizio del ‘900, ebbe a distinguere gli italiani – vantandosene - in “Nordici e Sudici”. Una frase, un motto, un marchio d’infamia, che si commenta da sé.

Le ragioni che hanno determinato la profonda frattura tra settentrionali e meridionali sono riconducibili a molteplici cause, tutte figlie di un’unica madre: l’Unità d’Italia!

Con questa affermazione non vorrei essere tacciato di faziosità, assolutamente no! Mi sento italiano a tutto tondo e sono fiero di esserlo. Amo le tradizioni, la cultura, la quotidianità della vita che anima l’intero stivale: le sento mie, le vivo, me ne compiaccio o ne soffro, a seconda delle varie situazioni. Al tempo stesso, però, non posso fare a meno di esternare sentimenti di amarezza e di sdegno per le ripetute umiliazioni e gli abusi subiti dalla mia gente, nel corso di tanti anni, per opera di settentrionali prepotenti e altezzosi, quasi appartenessero a una “razza superiore o dominante”. Le ingiustificate accuse provengono da persone che non conoscono la vera storia che sta dietro all’Unità d’Italia, perché nessuno, volutamente, gliel’ha mai fatta conoscere e studiare. Forse non la conoscono nemmeno gli stessi meridionali. Come dire: la storia dei vincitori prevale su quella dei vinti e prevarica sempre le loro ragioni e diritti.

Per fare maggiore chiarezza esaminiamo la situazione socio-economica italiana all’alba dell’Unità.

Nel Regno delle due Sicilie l’analfabetismo, l’ignoranza, lo sfruttamento e l’enorme indigenza si attestavano intorno all’80% dell’intera popolazione e, soltanto nei grandi centri urbani, scendevano di dieci-quindici punti percentuali. I grandi latifondisti, possessori d’immense proprietà terriere (mediamente diecimila ettari), incravattavano il popolino con pesi e condizioni di vita insopportabili, al limite della sopravvivenza umana. Insomma, si era instaurato e consolidato da diverso tempo una sorta di sfruttamento di tipo colonialistico, nell’ambito della stessa comunità.

Non stavano meglio i settentrionali, che vivevano dei prodotti della terra e della pastorizia ed erano sfruttati sino all’osso dai vari paesi del vasto impero austro-ungarico. Non vi era un adeguato sviluppo industriale, se non nelle grandi città, e l’istruzione era riservata unicamente al ceto sociale più alto. Anche qui, quindi, l’ignoranza, l’analfabetismo e lo sfruttamento regnavano incontrastati.

I settentrionali erano ritenuti dagli austriaci come “gente fiacca e priva di ogni iniziativa”. A testimonianza di tutto ciò, si cita la celebre frase di Clemente di Metternich che, oltre a ritenere l’Italia “una semplice espressione geografica”, considerava la gente padana “un imbelle popolo di straccioni”. Questa accusa inclemente fu poi spiegata da Cristina di Belgioioso, nei suoi “Studi sulla storia di Lombardia”, con “il difetto di energia dei lombardi”.

Quindi, se da una parte i “sudici” non se la passavano bene, dall’altra i “nordici” non stavano meglio. Non erano però straccioni né gli uni né gli altri, poiché in ogni parte d’Europa le condizioni di vita erano suppergiù identiche.

Se potessimo tornare indietro con una fantomatica macchina del tempo e fermarci nel 1860, ci accorgeremmo che l’88-90% dei duosiciliani (i meridionali del Regno delle Due Sicilie), se interpellati in un ipotetico sondaggio, non aderirebbe al progetto di Unità d’Italia. Si pronuncerebbero favorevolmente solo i liberali radicali e i repubblicani mazziniani, che vedevano in questo grande progetto la panacea di ogni male. Poco meno di un milione di persone su un totale di nove. Un’Unità d’Italia, quindi, che non tutti gli italiani hanno voluto.

Proseguiamo nel nostro excursus storico.

Si può asserire, senza alcuna possibilità di smentita, che il Regno duosiciliano era considerato, all’epoca dell’invasione piemontese, uno degli Stati europei più solidi ed efficienti per ricchezza, cultura e organizzazione politica e amministrativa, non altrettanto si può affermare dei cugini settentrionali, che, ad ovest, erano stretti nella morsa dei francesi, mentre, ad est, dell’impero austriaco.

Nel Meridione d’Italia il sistema bancario e finanziario godeva ottima salute e la circolazione monetaria, basata sulla presenza di moneta aurea e argentea (i ducati, per le operazioni commerciali di un certo valore) e bronzea  (i baiocchi, i carlini e i tarì, per i piccoli scambi), garantiva la massima solidità al sistema economico della nazione. Il Banco delle Due Sicilie emetteva in continuazione moneta sonante, che attestava il continuo trend positivo dell’economia nazionale. In Piemonte, invece, (non vi erano banche di Stato) operavano solo Casse Rurali e Casse di Risparmio, alcune delle quali erano state incaricate dal governo centrale a emettere carta-moneta, che inizialmente era convertibile in oro, ma – si badi bene - non alla pari, bensì in un rapporto di 3 a 1 (cioè, si davano tre lire in carta-moneta per ottenere una d’oro!), ma che ben presto diventò a corso forzoso (cioè non fu più concessa la possibilità di convertire la moneta cartacea in oro) e pertanto tutti gli scambi commerciali avvenivano unicamente in banconote. Si giunse a una decisione del genere per tamponare l’enormità del debito pubblico, paragonabile quasi a quello esistente oggi in Italia. In pochi anni la quantità di carta-moneta fu tanta e tale da determinare una pericolosa inflazione, l’aumento dei prezzi, la conseguente svalutazione del potere d’acquisto e la recessione economica.

Si doveva urgentemente trovare una soluzione al gravissimo problema per non andare incontro a una bancarotta di Stato. Come? Ci pensò Camillo Benso, conte di Cavour. Con i famosi patti di Plombières, l’astuto primo ministro stabilì importanti relazioni con la Francia, alla quale cedette Nizza e la Savoia, in cambio di un consistente aiuto militare contro l’Austria e di un non-interventismo francese di fronte a una politica espansionistica piemontese in altre parti dell’Italia, in particolar modo nel Meridione.

Il Regno delle Due Sicilie era un boccone prelibato e appetibile. Infatti, in quel periodo, la sua economia era al massimo splendore in ogni settore. Il commercio con l’estero era consistente, tant’è che la Marina Mercantile (la terza in Europa) poteva contare su ben 9.800 bastimenti, che collegavano ogni parte e ogni porto del mondo. Il Settentrione, ahinoi, aveva pochi sbocchi sul mare e, oltretutto, il traffico per terra era quasi nullo perché ostacolato dalla catena delle Alpi e da un quasi inesistente sistema ferroviario. Un’economia, quella del Nord, asfittica, che si raggomitolava su se stessa.

Nel Regno duosiciliano primeggiavano le industrie siderurgiche, su tutte quelle di Mongiana e Fuscaldo, e quella metallurgica di Pietrarsa. Qui si produceva dell’ottimo acciaio, da far invidia a quello inglese, binari, locomotive, carrozze ferroviarie, campane, cannoni, barre di ferro, lamierati, ingranaggi per macchine industriali e agricole, presse olearie, utensileria e oggetti di precisione. Immensi, poi, i cantieri navali di Castellammare di Stabia e Pazzano, dove erano costruite, anche per conto di Stati europei, navi a vapore, bastimenti commerciali e navi da guerra. Importante anche l’industria manifatturiera, come quella tessile, della carta, della ceramica, del vetro, del mobile, della concia delle pelli, della trasformazione delle derrate alimentari (olive, uva, frumento, tabacco, frutta) ecc. Il Regno di Napoli era al centro della vita del Mediterraneo: dai suoi porti partivano bastimenti carichi di ogni ben di Dio, nei suoi porti attraccavano bastimenti stracolmi di prodotti provenienti dalla Spagna, Inghilterra, Francia, dalla Russia, dalla Turchia e dal medio ed estremo Oriente. Dagli archivi doganali dell’epoca emerge che annualmente gli scambi commerciali si aggiravano, tra import ed export, nell’ordine di cinquecento milioni di ducati d’oro!

Una grande fortuna, che suscitava anche tanta invidia.

Nel Settentrione c’erano delle industrie (meccaniche, tessili, manifatturiere, casearie, della ceramica, del vetro e del mobile), ma erano limitate nella produzione, perché limitato era il suo mercato.

Stanti, quindi, una recessione economica preoccupante e un debito pubblico alle stelle, l’unica via d’uscita per il Piemonte era quella di “assorbire”, tramite una fantomatica Unità d’Italia, altri Stati dello stivale. Il Cavour aveva visto bene. In pochi anni, grazie a Garibaldi e Mazzini, furono via via annessi gli staterelli emiliani, il Granducato di Toscana e infine il Regno di Napoli.

Approfittando dell’incerta situazione napoletana, a seguito della morte di re Ferdinando II (22 maggio 1859), e grazie al tradimento del ministro della polizia borbonica, Liborio Romano, ai due fratellastri di re Francesco II e di alti ufficiali borbonici (il generale Francesco Landi e il conte Amilcare Anguissola su tutti), il Piemonte fece un sol boccone della modesta resistenza borbonica, modesta a modo di dire.

Le conseguenze di quell’invasione non tutti le conoscono. Forzieri stracolmi di ducati d’oro, gioielli, oggetti d’arte furono trafugati e spediti a Torino. L’intero territorio fu messo a soqquadro: vi furono ruberie d’ogni genere, stupri di donne innocenti, eccidi di massa (anche bambini) in ogni angolo del Regno, ben quarantamila soldati borbonici arrestati, deportati e fatti morire di fame (ma c’è chi parla di cinquantaseimila!) nelle fredde prigioni piemontesi di Fenestrelle, di S. Maurizio Canavese e del castello Sforzesco a Milano (sono i primi lager della storia), interi paesi rasi al suolo (Casalduni, Pontelandolfo, Campolattaro). La gente moriva di fame e di stenti. Furono in molti a darsi al brigantaggio per difendere la propria dignità e la propria terra (ma non erano briganti!); in molti preferirono emigrare in Argentina, Australia, Canada, Stati Uniti d’America per non piegarsi ai veri briganti, quelli dai “colletti bianchi”.

I Savoia portarono via ogni cosa (non sto esagerando). Smontarono buona parte degli impianti delle migliori industrie e li rimontarono in Liguria, in Piemonte e in Lombardia. Ne beneficiarono i cantieri Cadenaccio, poi diventati Ansaldo, gli stabilimenti milanesi L’Elvetica, poi rilevati da Ernesto Breda e infine lo stabilimento meccanico torinese, che nel 1899 fu denominato Fiat. Portarono via i brevetti industriali, le maestranze specializzate, le migliori energie umane, la linfa vitale, lasciarono soltanto cumuli di macerie, la miseria, la fame, il dolore, una terra senza futuro, da cui scaturirono ben presto la desolazione, la sporcizia, la rassegnazione, l’abbandono e, nel mentre, si rafforzarono la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta. Portarono via anche la storia e le ragioni di una guerra mai dichiarata, di un’invasione ingiustificata, tutto nel nome di un’Italia Unita. Unità che non era mai stata voluta dai Savoia, poiché il loro vero intento era stato quello di metter riparo al dissesto finanziario, poi scaricato sui bilanci del nuovo Stato, che venne alla luce con il pauroso debito pubblico di 2.374 milioni di lire-oro. Ancor oggi gli italiani continuano a pagarne le disastrose conseguenze.

A voler fare un’ultima precisazione, va detto che il Regno delle Due Sicilie contribuì alla ricchezza dell’Italia Unita con 443,2 milioni di lire-oro, mentre il Piemonte con 27, la Lombardia con 8,1 e il Veneto con 12,7 (Rapporto presentato al Parlamento dal Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti). Ed è quanto dire.

Se ci fosse stata veramente la buona intenzione da parte dei Savoia di unificare e uniformare ogni parte d’Italia, sarebbero bastati pochi anni per farlo. La Germania, dopo la caduta del muro di Berlino, ha impiegato solo vent’anni per ricostruire la parte orientale della nazione. I tedeschi hanno investito marchi per un valore pari a tre volte l’aiuto concesso dagli Stati Uniti all’Europa attraverso il piano Marshall. Ma i tedeschi sono ben altra gente, nonostante i loro crimini di guerra.

Abbiamo ancora tempo davanti a noi per ovviare all’incuria e alle mancate promesse dei vari governi succedutisi nel corso di centocinquant’anni, ma per farlo è necessario che agli Italiani sia consegnata la vera storia e, soprattutto, che ci sia la ferma volontà a “edificare” un’effettiva unità del paese, attraverso una Repubblica Federale, in cui ogni realtà territoriale sia resa autonoma e debitamente sostenuta dal governo centrale. All’epoca, un sistema politico del genere era stato ripetutamente consigliato da Carlo Cattaneo a Vittorio Emanuele II, ma non se ne fece nulla, perché i propositi sabaudi miravano a tutelare ben altri interessi.

Oggi, nonostante i numerosi oltraggi patiti in tanti anni, noi meridionali ci sentiamo di essere Italiani, mentre altri inneggiano a una Padania libera, rinnegando l’Unità d’Italia e minacciando addirittura la secessione dal resto del paese. Come dire: vi abbiamo sfruttato una volta, oggi di voi non sappiamo cosa farne!

Noi, invece, vogliamo bene a quest’Italia, rotta e sfasciata, vogliamo che risorga e che ritorni a essere la nazione che un tempo in molti ci invidiavano e temevano.

Perciò, W l’Italia, con cuore e sentimento, ma senza rancore e ipocrisia!

 

 

 

 

 

 


[1] Don Tonino Bello, di origini salentine, è stato vescovo di Molfetta (prov. Bari). Sarebbe più giusto considerarlo un santo, un angelo custode, un “prete speciale”, alla stessa stregua di don Zeno Saltini. Purtroppo è andato via quando ancora era giovane. Non lo dimenticherò mai per la vita.


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