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Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Sulla Legge 133 e dintorni. Appunti per una Tavola rotonda PDF Stampa E-mail
Civiltà Giuridica
Scritto da Antonio Prete   
Domenica 19 Giugno 2011 16:29

[Siena,  Aula Magna storica del Rettorato, 23 ottobre 2008]

 

I recenti dispositivi finanziari -apparentemente soltanto d’ordine finanziario- relativi alla Scuole elementari (Decreto Gelmini) e alle Scuole secondarie e all’Università (articoli 16, 64 e 66 della Legge 133), se applicati, rischiano di dare un assetto alle  istituzioni della formazione in contraddizione con il dettato costituzionale.  Sembra quasi una calcolata ironia il fatto che uno degli articoli della Legge 133, l’art.16, cominci  dicendo: “In attuazione dell'articolo 33 della Costituzione, nel rispetto delle leggi vigenti e dell'autonomia didattica, scientifica, organizzativa e finanziaria, le Università pubbliche possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato”.  La libertà di cui parla l’art. 33 della Costituzione è strettamente connessa alla funzione pubblica delle istituzioni scolastiche, e infatti l’articolo della Costituzione immediatamente successivo, il 34, definisce la natura pubblica dell’istruzione, la sua obbligatorietà e gratuità, ma anche il diritto di tutti i cittadini ad accedere ad ogni ordine e grado di istruzione. Dovremmo sempre tener presenti questi due articoli della Costituzione, peraltro nati dopo un grandissimo dibattito in sede di Assemblea Costituzionale. Eccoli nel loro esteso dettato.

Art. 33.

L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento.

La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.

Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.

È prescritto un esame di Stato per l'ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l'abilitazione all'esercizio professionale.

Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.

Art. 34.

La scuola è aperta a tutti.

L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

Ora, gli articoli 16, 64, 66 della Legge 133 sembrano ignorare  l’idea costituzionale della formazione pubblica, la sancita parità di tutti i cittadini nelle condizioni di accesso all’istruzione, l’obbligo dello Stato di finanziare e promuovere la ricerca  e le professioni. Vediamo da vicino la natura di questi articoli della Legge 133.

L’art. 16, proponendo la trasformazione delle Università in Fondazioni di diritto privato, contraddice l’art. 34 della Costituzione, perché sottrae allo Stato il compito precipuo di garantire il libero accesso a tutti i gradi dell’ istruzione, al di là delle condizioni di partenza di ciascun cittadino. L’istituzione delle Università come Fondazioni private favorirebbe di fatto i grandi centri economici e finanziari a svantaggio di regioni e città, non avrebbe limiti nell’imporre tasse d’iscrizione e di frequenza, escludendo così i meno abbienti, non darebbe all’istruzione  e alla formazione  il carattere pubblico e paritario, inoltre  potrebbe piegare la libertà della ricerca ad obiettivi e finalità propri degli enti finanziatori, degli apparati finanziari e bancari che sostengono le Università . Presto si disegnerebbe  una mappa, nell’istruzione universitaria del Paese, diseguale, gerarchica, priva di una tutela pubblica dei diritti di ciascun cittadino quanto a istruzione e formazione professionale. Senza dire delle maggiori difficoltà prevedibili per le aree umanistiche e di ricerca teorica pura, non sempre visibilmente connesse col mondo della produzione, ma attinenti  a un sapere filosofico, artistico, letterario, teorico, saperi che si sottraggono a valutazioni d’ordine quantitativo, produttivo e mercantile.

L’articolo 64 della Legge 133 riguarda il turn over nell’Università, cioè un radicale cambiamento nel riutilizzo del budget liberato dai pensionamenti (ridotto al rapporto di due su dieci: la spesa di dieci cattedre viene riutilizzata in ragione di due sole unità). Si decide inoltre una cospicua riduzione dei finanziamenti alla ricerca e all’organizzazione didattica dell’Università: 63, 5 milioni di euro in meno nel 2009 e, via via proseguendo, 190 milioni l’anno successivo, poi 316, poi 417 e infine 455: un quinquennio non solo di dimagrimento ma di inceppo probabile delle strutture già funzionanti e delle ricerche già avviate.

 

Alcune osservazioni.

Interventi come questi di stretta natura finanziaria intaccano profondamente la natura dell’Università e non apportano nessun cambiamento sul piano dei contenuti, cioè non possono essere letti come elementi di una possibile Riforma.  L’Università italiana  ha molti mali, eredita situazioni derivate da leggi, leggine, piccole riforme, compresa quella del tre più due, cattivo funzionamento dei concorsi, clientelismo, nepotismo, approssimazione nella gestione amministrativa, dispersione dei corsi di laurea sul territorio senza adeguate strutture, dequalificazione di corsi e di personale docente ecc. Ma è dall’interno dell’Università  intesa come comunità di docenti e studenti che può muovere una Riforma o un suo progetto. Tale progetto, discusso sul pano dell’opinione pubblica e con altre istituzioni, deve poi trovare la sua proiezione giuridico-formale e legislativa.

Da più parti, e nei diversi ambiti di presenze e di attività, è importante che si contribuisca a delineare un’idea di Università rinnovata.

Qualche appunto, naturalmente personale, in questa direzione.

Occorre liberare, con atti concreti, l’Università dal fantasma dell’Azienda. Un luogo del sapere non può essere assimilato all’Azienda, ai suoi paradigmi, al suo linguaggio, al suo schema produttivo.   Il sistema di organizzazione didattica per crediti e debiti non è un fatto esteriore, dice il tentativo di assimilare  il lavoro culturale e la formazione a modelli di natura mercantile.

Occorre sostituire a un sistema di rappresentazione didattica di natura quantitativa un sistema qualitativo (il che in concreto vuol dire anzitutto ridurre il più possibile il numero di esami, le sequenze di denominazioni disciplinari derivate da suddivisioni e riarticolazioni dei campi di sapere).

E’ necessario ritrovare un tempo-spazio della trasmissione del sapere: non il modulo di poche ore, ma il respiro di una relazione tra un gruppo di allievi e il docente che si distenda nel corso di un semestre e che permetta una reciproca conoscenza, un’attiva coimplicazione nel lavoro. E’ importante ricomporre il nesso tra ricerca e didattica, bloccando la trasformazione dei docenti in macchine per esami e in membri assidui di comitati, organi consultivi, consigli ecc.  E’ urgente fermare il processo di polverizzazione e frantumazione del sapere in classi, sottoclassi, titoli di moduli ecc., e dunque si tratta di cominciare a ritrovare e ricomporre grandi campi disciplinari in cui i saperi dialoghino tra di loro.

Occorre dare rilievo alla forma didattica seminariale, la quale  ha un suo ritmo,  sollecita un’attenzione plurale intorno a un tema, un uso attivo e inventivo della bibliografia, una partecipazione dialogica dei soggetti alla vita del gruppo, implica dunque un tempo di relazione tra soggetti che s’interrogano e vanno cercando  (“Il seminario è un luogo dove si fa ricerca cercandosi”, diceva Roland Barthes).

Quanto all’ “eccellenza” che potrebbe caratterizzare alcune Scuole, essa dovrebbe essere non una condizione  che separa ma una condizione verso la quale tutte le strutture di ricerca devono tendere. E laddove ci sia già una tradizione e organizzazione di alto livello scientifico si tratterà di mettere in atto meccanismi di relazione con altre Università e strutture che a quelle situazione possano attingere (dislocazione periodica di allievi, di docenti ecc., in analogia a quello che già fa per esempio il Collège de France, che disloca alcuni corsi di volta in volta presso altre strutture universitarie). La parola “eccellenza” implica una pulsione gerarchica, piramidale, separante. Meglio sarebbe agire sulla effettiva qualità dei corsi e della ricerca, privilegiando il rapporto tra rigore e passione, tra resa scientifica e comunicazione didattica, e promuovendo sistemi di valutazione che non siano meccanici, quantitativi, ma che colgano e stimolino la qualità scientifica, la novità e risonanza culturale, non esteriore,  del lavoro di ricerca.

Occorre dare ai Dottorati una funzione più solida e strutturata di Scuola di formazione alla ricerca, dotandoli di mezzi e strutture adeguati (estendendo le borse a tutti gli ammessi).

Per far questo occorre recuperare tutti quei frammenti di riflessione sull’Università, sul rapporto didattico, sulla formazione e articolazione dei saperi, sulla loro trasmissione e valutazione che pure dal ’68 ad oggi hanno avuto espressione in studi, saggi, articoli, analisi ma che sono stati dispersi e resi marginali dinanzi all’imporsi di una visione quantitativa, esteriormente espansiva, didatticamente polverizzata, funzionariale,  e non inventiva dell’Università.

 

Aggiunta. Qualche osservazione sull’articolo 64 della legge 133, sul  decreto Gelmini e sulla mozione Coda.

La legge prevede, per la scuola primaria e secondaria, tagli, accorpamenti di classi e plessi scolastici, riduzione di organici. Non c’è chi non veda quanto tutto questo, privo com’è di un piano di riforma complessivo, aggravi la già precarissima condizione di occupazione dei tanti laureati in discipline che hanno come loro principale sbocco l’insegnamento.

Quanto al decreto Gelmini, la riduzione, e modificazione, dell’attuale tempo pieno delle Elementari, attraverso la reintroduzione del maestro unico, mortifica quella pluralità di linguaggi, di punti di vista, quell’articolazione del dire e del pensare, e anche quell’animazione didattica che è stata una conquista pedagogica rilevante e appare oggi necessaria, irrinunciabile. E’ la relazione didattica, con le sue implicazioni educative, che viene modificata, irrigidita, portata nel passato.

L’ipotesi -affidata per ora alla mozione di un parlamentare della Lega- di introdurre per i bambini stranieri un test linguistico d’ingresso in seguito al quale avviare classi differenziate e separate per l’apprendimento della lingua italiana non è più di una trovata artificiale, immotivata pedagogicamente, pericolosamente discriminatoria nei fatti. La lingua di un Paese è per sua natura ospitale.  L’ ospitalità della lingua è un principio, e una pratica, che permette a chi proviene da altre lingue e culture di sentirsi accolto, quand’anche le istituzioni locali e gli abitanti del Paese d’arrivo tendano ad escludere e marginalizzare. La lingua, con la sua tradizione, diventa, per così dire, proprietà di chi la parla e la scrive, non ha steccati, non ha pregiudizi. Chiunque può abitare un’altra lingua, e attraverso questa esperienza, può cominciare a sentirsi a suo agio nel Paese ospitante. Quanto al caso previsto delle cosiddette classi-ponte, non c’è linguista o esperienza di apprendimento linguistico che non dimostri come sia rilevante per l’apprendimento l’immersione visibile, corporea, gestuale, quotidiana, ambientale, in un gruppo che possiede già quella lingua che si vuole apprendere. Senza dire della cupa portata simbolica che avrebbe una iniziale separazione dei bambini stranieri (peraltro di lingue tra loro diverse) dagli altri bambini del luogo: una sorta di quarantena per purificare quei bambini della loro precedente appartenenza e renderli adatti alla convivenza linguistica con gli altri. Altro, come si sa, è un corso intensivo che, lungo il tempo della comune frequenza scolastica, aiuti a superare difficoltà, praticando esercizi di lettura e di scrittura, ma sempre in costante relazione con la classe comune di appartenenza.

 

 

 


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