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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
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Stagione teatrale a Lecce
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L’assassinio del mare PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 30 Giugno 2011 12:41

[in “Il Nuovo Quotidiano di Puglia", di giovedì 30 giugno 2011]

 

Martedì scorso, l’ultima puntata di Anno Zero ha denunciato l’assassinio del mare. Una cosa non da poco per un paese come l'Italia, con ottomila chilometri di coste, e con uno spazio di acque territoriali superiore rispetto allo spazio emerso.

Santoro ha parlato di “assassini del mare” e ci ha mostrato i fatti. Speculazione edilizia, “sviluppo” industriale, pesca industriale e inquinamento di ogni tipo sono gli assassini del mare. Il tutto in nome della crescita economica. Santoro ci ha fatto vedere questa tragica realtà attraverso gli occhi dei pescatori. I pescatori ammettono le loro colpe, mostrano gli attrezzi poderosi con cui attaccano i fondali, denunciano gli effetti dello sterminio della natura perpetrato da loro stessi con strumenti sovradimensionati rispetto alle possibilità di sopportazione del sistema mare. Lo sanno, lo vedono, ma non possono che andare avanti. Abbiamo visto il pesce gettato a mare, oppure tenuto in frigo, per diventare mangime da dare ai pesci di allevamento. Abbiamo visto come si alterano i pesci per farli sembrare freschi, e abbiamo sentito che questi metodi possono causare allergie (io sono allergico ai crostacei... o a quello con cui vengono trattati?).

Non c’era il mondo scientifico, in quella trasmissione. I pescatori hanno menzionato “i biologi” dicendo che non dicono mai nulla. Poi uno, verso la fine della trasmissione, ha menzionato Cousteu che, quarant’anni fa, disse che il Mediterraneo aveva vent’anni di vita. Aveva sbagliato, Cousteu. Non erano vent’anni. Stando a quanto dice Santoro erano quaranta. Cambia poco. Il fatto rimane: prima il prelievo era sostenibile e il mare riusciva a rigenerare le risorse sottratte. Ora non ce la fa più.
I biologi lo dicono da tantissimo tempo. Certo, ci sono quelli che dicono quello che le autorità vogliono sentirsi dire (tipo che l’acquacoltura salverà il mare, come se l’agricoltura avesse salvato le foreste), ma molti, la maggioranza, dicono che così non va, e lo dicono da tantissimo tempo. Inascoltati. La curva dell’economia deve salire. Se sale qualcosa, però, di solito qualche cos’altro scende, e quel che scende è la curva dell’ecologia. Oramai è trita e ritrita l’immagine retorica del “segare il ramo su cui si sta seduti”. Ma è proprio quello che stiamo facendo. Noi lo diciamo da sempre. Inascoltati.

Ho appena finito la negoziazione di un grosso progetto europeo sulla creazione di reti di Aree Marine Protette in Mediterraneo e Mar Nero. L’Europa sa che bisogna cambiare registro, e chiede alla comunità scientifica di rispondere, di proporre soluzioni. Una soluzione consiste nell’estendere la protezione anche al di fuori delle tradizionali Aree Marine Protette, creando reti di protezione molto più grandi. Il progetto pilota lo faremo qui, in Salento, nel Canale d’Otranto. Come coordinatore di questo progetto, che impegna ricercatori di ventidue stati, ce la metterò tutta per dare altri strumenti ai decisori. Anche se so che poi quel che diremo non sarà ascoltato. Ci sono sempre altre priorità. Dal 1987, anno del mio arrivo a Lecce, cerco di costruire una Stazione di ricerche marine sita direttamente sul mare. Ho ricevuto offerte da amministrazioni di molti paesi costieri, ma nessuna è mai andata in porto. Alla fine si decide sempre di fare altro, magari per vederlo fallire o mai decollare, ma ci sono sempre altre priorità. Le poche risorse locali che avevamo ci vengono tolte, come è successo per il sostegno da parte della Provincia al Museo di Biologia Marina di Porto Cesareo. E per quanto facciamo, noi biologi, per quanti successi possiamo avere, le risorse per studiare il mare non ci sono mai. Dobbiamo andare in Europa, a prenderle. Nessun problema, ci andiamo e le otteniamo. Ma un po’ di considerazione da parte del sistema in cui operiamo direttamente forse non guasterebbe.

Intanto, nei primi giorni di luglio, si svolgerà a Lecce il congresso dell’Associazione Italiana di Oceanologia e Limnologia. E’ un riconoscimento al ruolo leader che la nostra Università ha in questo campo di indagine. L’anno scorso abbiamo organizzato due convegni mondiali sulla biodiversità marina. Abbiamo lanciato il primo corso di laurea magistrale in inglese su questi argomenti, il primo corso interamente in inglese nella nostra Università e uno dei primi in Italia. Siamo nei network di eccellenza dell’Unione Europea, il nostro lavoro raggiunge la copertina di Time. Ma non basta mai, per quanto facciamo, c’è sempre qualcosa di più importante, che merita maggiore considerazione. Non è un atteggiamento “locale”, è prassi comune in Italia. In Francia c’è una stazione di ricerca marina ogni sessanta chilometri, da noi le poche che c’erano sono state chiuse. Poi ci lamentiamo che il mare muore. Il mare non è morto, ma non sta bene. Pensiamo al mare come se fosse un uomo malato. Ecco, è malato, però pensiamo che per affrontare la malattia i medici e gli ospedali siano inutili. La scelta è fatta. Però non dite che non diciamo niente, che non avvertiamo, che non facciamo presenti i problemi e che non proponiamo soluzioni.


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