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L'utopia di Francesca Testa PDF Stampa E-mail
Arte
Scritto da Carmen De Stasio   
Martedì 05 Luglio 2011 07:15

[ne "Il Titano". Supplemento economico de "Il Galatino" n. 12 del 24 giugno 2011, pp. 9-13]

 

Utopia possibile - Viaggio di “solo” andata

Visioni irreali sbalzano da una luminescenza astrale prepotente come trasfigurazione di un sogno dipinto con i colori dell’immaginazione. La luce sottende il nulla; forme flessibili, evanescenti e morbide fremono nell’impatto, sostenendo un’ipotesi ossessiva di non-cambiamenti, di variabilità costanti nell’impetuosità di un silenzio che sovrasta tutto. Urlo straziante di mutismo, un’interruzione al fatto, ma non alla mente. Un viaggio di solo andata.

Diverse volte ci si domanda a cosa pensino gli artisti nella costruzione delle loro opere. Non ci sono risposte, solo teoremi di “forse”. Oppure, come evinco dall’autoritratto “formulato” da Francesca Testa, concepiscono un percorso imprigionato, incatenato da anelli ferrei eterei, invisibili in un’arcana allusione alla realtà tattile. In fondo nel mondo dell’arte il ruolo dell’artista non ha mai subito nel tempo incisive trasformazioni: egli-ella ha sempre stabilito traiettorie di ricerca per superare la limitatezza, la finitezza mediante situazioni “parlanti” con una propria voce, scavalcando sovente la mera descrizione e far defluire continuamente una vibrazione inquieta che manifesta il fuori con una visione frammentaria e riconducibile all’insieme. Similmente, quella che si rappresenta nelle opere di Francesca Testa sono ritratti rivelatori di una percezione che congiunge la centralità della percezione, la frantumazione-ricongiunzione degli elementi compositivi non già con una distribuzione ordinaria ed ordinata per schemi, bensì secondo una configurazione metafisica, deduttiva, coinvolgente e altresì basata su contrasti. Si pensi alla fragorosità e all’impetuosità (sturm und drang) di una scena sfocata dell’Inferno, siderale, orfica, insidiosa e fantastica, se si vuole.

 

I paesaggi astrali di Francesca Testa portano altrove, veicolati da sconvolgimenti re-interpretati in un’indagine psico-analitica. Riguardano i costrutti divergenti di una mente elaborativa, ribelle, scattante, capace di traslare in immagini integrali sogno, mito e realtà, dove la realtà si rappresenta attraverso simboli evidenti di contenuti e significazioni altre, collegate tra loro da sottili fili di seta trasparente; le forme sono moduli di un dinamismo simile ad uno scalpitio nervoso provocato da un movimento eterno.

Alla luce del percorso esistenziale, indomiti eroi dell’arte mostrano quelli che sono i mostri di un tempo che rinnova la sua eterna contemporaneità: la paura di non agire, di non potere osare, le catene sublimi ad uno spasmodico divenire pur restando dimensionati nel medesimo spazio. Da qui l’inquietante visione di luoghi che sembrano sconfinare in un oltre obliquo, tremens; da qui i volti assenti e le situazioni rese con un’ombra che sembra collegare l’inesorabilità dell’essere nella fissità che non conforta, che aliena, come recita il titolo di una delle opere di Francesca Testa. Troviamo parametri forse desueti e che ci riconducono alla riscoperta di essenze distanti fisicamente ma sempre attuali. La forza propulsiva della ragione spinge ad uscire dal tormentato labirinto di nonsense nel vorticoso girovagare intorno e dentro di sé, distanti da qualunque luce, che pure appare netta e decisa, ma in un attimo abbaglia ed induce allo smarrimento della rotta. La materia influisce sui sensi, che intelligono la proiezione acribica nell’infondere-trasferire un pensiero riflesso nella composizione.

L’impalcatura pittorica orienta la sua onda tra la sintesi formale e la atemporalità circostanziale per avocare l’immagine di un sogno che si proietta sulla tela in quanto configurazione iconografica attraverso la tecnica del montaggio: l’artista compone una silloge linguistica e narrativa di atti simultanei, dove anche il fermo immagine non corrisponde ad una staticità formale, ma risulta ricomponibile, ascrivibile sempre ad altro, nel segno di un’incognita sempre presente e che è parte integrante del viaggio della mente. È una trama che non prevede percezione fisica e questo conforta il continuo cambiamento radicale che, seppur nel vertiginoso movimento, non rimanda ad alcuna situazione o circostanza precedente e procede nel suo lungo viaggio di solo andata soffermandosi su quello che appare criptico momento di estasi, di quiete, di sobria delicatezza e, al contempo, momento di angoscia, timore di un inatteso abisso, verso cui guardare per colloquiare con profondità intime che rinviano a nuove tappe esclusive di un passaggio nell’anima, nell’azione, nell’intuizione-meditazione.

Le figure altere e soffusamente simboliche di Francesca Testa sono la visualizzazione di un alterno e compressivo salto dal qui e tangibile alla siderale costruzione di un universo che esiste e che è possibile toccare solo con la avvolgente esclusività di un sogno notturno.

Nel panorama artistico contemporaneo Francesca Testa merita un posto di rilievo per la capacità di trasferire su un piano logico il miraggio visionario cui ella attribuisce una specificità formale tale da essere “letta” quale metafora mimetizzata in un’atmosfera di algido equilibrio. Allusivo segno di un’utopia possibile.

Atmosfere trasparenti e cristalline, proiezioni immaginifiche in diffusa lucentezza conducono lungo un percorso di indagine che dissolve i ritmi asfittici di un lirismo artificioso e ricompongono impressioni proiettive su piani che si intrecciano, si incrociano, si incontrano, si distaccano nella contemporaneità dell’atto visivo e in un’aura spaziale di convulsa e paradossale sospensione. Una sontuosità silente permea la superficie pittorica, sulla quale le ombre acquisiscono distintiva fisicità in un momento di ascesi mistica, in un simbolismo che molto deve ad una specifica percezione della realtà configurata dall’artista-poeta. Non è rifiuto, né fuga dal reale. Piuttosto, l’espressione di Francesca Testa, collocandosi tra l’onirico tormentoso e il mistero in una oscillazione infinita, costruisce un reticolato di emozioni solenni, che traducono il viaggio intellettuale del poeta trasfiguratore. L’artista trascende l’elemento fenomenico con una tensione passionale e tragica, assimilabile alla grande pittura romantica d’effetto, che avvolge-coinvolge-sconvolge il senso intimo della natura fuori dall’ordine materialistico delle cose e crea il loop geometrico perché l’azione d’arte risulti ellittica sintesi di una identificativa sensibilità.

Sorprende la capacità di dominare lo spazio-pensiero in una riflessione che si svincola dalla linearità descrittiva e figurativa e scivola nei meandri di un non-luogo in cui slanci di un tempo intimo sono intuiti attraverso un esercizio progressivo che vaga oltre la geniale ideazione di un fatto pittorico stupefacente o affascinante; gli elementi compositivi occupano lo scenario alla stregua di morfemi che nella complessità creano l’illusione della contiguità e della coerenza argomentativa in un equilibrio dinamico di fantasia, cerebralità, traduzione segnica della proiezione reale. È un mondo che non esiste, la terra di nessuno in cui i sogni si affrancano dalle catene ciniche che il tempo esterno controlla; in cui i sogni ondeggiano in una prospettiva appena percepita quale libera espressione di un’esistenza parallela, che si configura nella tortuosità che il pensiero esprime attraverso simboli allusivi al conflitto di un’epoca di esitazione, di estremizzazione di paure e desiderio di fuga come panacea all’apatia, alla malinconia.

Allo stesso modo si può parlare dell’importanza che riveste l’elemento cromatico nella costruzione dell’impianto pittorico, in quanto anche i colori utilizzati partecipano alla rarefatta argomentazione sull’alterità, con un montaggio logicamente calibrato sui rilievi, sui chiaroscuri, sulle ombreggiature, sulle ingannevoli sensazioni tattili che si incontrano per dare forma al mistero della conoscenza e delle spazialità cerebrali, in linea con un privatissimo senso di organizzazione che, nel trascendere infine il fatto circostanziale, è altresì intimo richiamo di libertà.

Un lucore mistico iconografico domina la densa drammaticità scenica nella quale i piani e le parti si intersecano in contrasti bruschi e repentini, in ritmi esagerati; vorticano verso una centralità che inghiotte tutto, o annulla tutto nell’illusione di un viaggio di razionale pathos alla ricerca di una verità superiore. Si dilatano, infine, in una poliedrica armonia di volumi, linee, strutture e tonalità  dall’effetto travolgente e dal tratto garbato, composto, in una sinuosità che lega l’iridescente opalino con l’intenso azzurro e la profondità del blu fino a dissolversi nell’enigmatica e calma oscurità, per lasciar affiorare la raffinatezza adamantina di una creazione d’arte e di pensiero in prossemica coincidenza con un onirico meditante celato tra i riflessi discreti di uno stile rigoroso.

 

L’utopia possibile di Francesca Testa


Un senso di misticismo pervade le opere di Francesca Testa, artista e designer di Tuglie (Lecce) e ravviva quella significazione di incontro con l’elemento spirituale che è anche motivo di congiunzione con un universo distante e vicinissimo al contempo; vissuto, solcato come un mare di quiete in cui il silenzio veicola la meditazione con un distacco deciso, evocativo di una sottile congiunzione tra le parti, per mezzo della quale l’artista dipana il suo sogno, ne è partecipe sebbene lasci in sospensione qualcosa appena intuibile nelle trasparenze oltre-terrene.

Nell’ordine atemporale, entro il quale il quadro assume la sua naturale espressione, la dimensione astrale si appropria dello spazio mentale per costruire una realtà di efficace simbolismo, nella cui algida luce i soggetti sono figure umane cristallizzate in una staticità apparente, in equilibrio con gli spazi circostanti.

Osservatrice pacata del mondo che si realizza intorno, Francesca Testa recupera le idee e le prospettive per incanalarsi nella rarefatta, pungente, sfuggente versatilità della proiezione della materia; decodifica un viaggio nella metafora di una neo impressiva visione della natura delle cose, cui dà voce scalfendo le impalcature che sorreggono la percezione condizionata dallo sguardo. Metafisica e visionaria, la sua scrittura artistica si basa sulla costruzione di scenari che si dilatano e si dissolvono oltre il confine della tela, sulla quale le cromie danzano come essenze condensate di intenzione e riflessione, permettendo alla materia di divenire tensione, elevazione, attimo di meditazione.

L’indagine sui linguaggi adeguati a rappresentare la propria identità artistica procede dagli esordi della sua carriera di pittrice, quando intesse con fragore la materia grezza con la densità di colori dal tocco tenace ed evocativo e dalle increspature ricorrenti e confluenti, sulle quali campeggia il colore rosso dalla duttilità espressiva fortemente incisa. Nel tempo la macchia rossa va ammorbidendosi, adagiandosi tra le pieghe di un drappeggio dalla linea docile. I volumi, precedentemente esplosivi e violenti, si dilatano in spazi surreali, orfici ed indefinibili, in cui la commistione del colore a olio detiene la forza del verbo parlante. Sebbene vada a confondersi con il dedalo delle concrete emozioni in una matericità che si permea delle tensioni ambientali, lo stile di Francesca Testa subisce una variazione che allevia le rigidità di un astratto plasticismo e si diffonde in una dimensione di ampio respiro che si solleva a codificare in una simbologia silenziosa spazi siderali, in cui la firma autografa dell’artista resta nella soavità di un filo rosso che supera i limiti della fisicità: la rabbiosa, emergente macchia purpurea, increspata tra le pieghe di una materia ruvida, diviene ora l’elemento che unisce la cromosfera con un tempo infinito, con l’aspirazione di un luogo in cui vagare per conoscere il significato intimo dell’esistere. Un ossimoro di continuità e di rinvio, come se pur viaggiando e rappresentandosi ella stessa in quel filo, non intenda raggiungere mai lo spazio di realizzazione. Le sue idee, le sue intenzioni di artista poggiano sulla confortevole comodità di un ambiente nel quale la storia si adagia in sospensione perenne, condensando un percorso che non ha limiti e che si nutre di evanescente visionarietà.

Nelle opere di Francesca Testa va dunque in scena la mimesi e la significazione profonda, la condensazione di elementi frutto dell’elaborazione nella visione contemporanea di situazioni riconoscibili traslate in una dimensione eterea, oltre lunare, in una utopia possibile, definibile come luogo dove la materia dei sogni, delle illusioni si configura in un’atmosfera che unisce il silenzio della contemplazione e il mutismo di un’immagine che sollecita la riflessione.


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