Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
Come anticipato a voce ieri, in occasione della emozionante performance poetica organizzata dal nostro Laboratorio di poesia, la conferenza di venerdì 23 marzo della prof.sa Alberta Giani... Leggi tutto...
Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
Uno dei momenti più emozionanti della nostra gita culturale a Cavallino, domenica scorsa, è stata la lettura  di un breve estratto dalle memorie del duca Sigismondo Castromediano (Carceri e... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Home
Pranzo di famiglia PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Francesca Maruccia   
Domenica 17 Luglio 2011 07:50

Il nonno reclamizza le virtù del suo vino, prodotto biologico con marchio DOP, zero porcherie chimiche nella sua vigna, lì i parassiti sono tollerati come esseri viventi e se una pianta non sopravvive significa che le mancava la virilità per portare avanti la specie. Nella vigna di mio nonno vince la legge di Darwin. Lui mesce bicchierini e con le guance imporporate e l’orgoglio del suo metro e cinquanta si erge a capotavola, e in quel momento tutti noi, zii e cugini, diventiamo complici, vecchi compari di osteria che si scambiano le occhiate di chi ha già capito che numero uscirà dal lancio di dadi di un gioco truccato, e poco conta se le nostre frequentazioni non superano il paio ogni anno e a parte i certificati anagrafici siamo dei cordiali estranei. Nonno Annibale prende un bicchiere con un Babbo Natale vetrocromato sopra, inconfondibile gusto di zio Salvatore, e lo tortura con una forchetta, tintinna, tintinna, e ripete quel suo appello, rituale, certo, ma superfluo ai fini della gestione di un inquinamento acustico disturbato solo dalle impazienze dei nostri stomaci affamati, Silenzio! Silenzio!, ripete.

 

Si alza sulle punte e spinge il petto in fuori in una posa da ballerina classica che dovrebbe servirgli a mettere in scena qualche effetto ottico sufficiente a guadagnare almeno quei pochi centimetri necessari per eguagliare la statura di Berlusconi. Poi parte col brindisi, quello delle grandi occasioni, sempre lo stesso, sempre a memoria da più di sessant’anni, e sarà pur vero che ci sono le rime ad agevolare lo sforzo mnemonico, ma non si può negare che mio nonno sia un cantastorie nato e spulciando il suo albero genealogico magari si potrebbe gettare un bel ponte fino alla Grecia, approdare dritti dritti nel Peloponneso e incocciare, fra antenati e progenitori vari, in qualcuno di quei rapsodi dei tempi delle polis, quei menestrelli che ci hanno tramandato le peripezie di Ulisse prima che arrivasse un furbacchione di nome Omero a prendersi tutti i meriti. Stai a vedere che nonno Annibale ne sa qualcosa anche della maga Circe. Magari è una vecchia fiamma di gioventù…

 

 

Farò la parte mia cantando in poesia…

- “Bravo, papà, bravo. E adesso seduti, è pronto!”. Zia Vittoria allunga braccia tentacolari con su piatti appesantiti da porzioni quadrate di lasagne cm.20 x 20. Un tentacolo di qua, un tentacolo di là e tutti sono serviti. Adesso anche lei si aspetta un Oscar da attrice protagonista e si augura che i suoi nipoti non facciano proprio oggi sfoggio di timidezza, così da economizzare in complimenti sulle virtù culinarie della padrona di casa, ma rendano, anzi, giusto merito alla consistenza vellutata della besciamella e al ragù rosolato a fuoco lento in una levataccia mattutina che ha anticipato addirittura il carro di Apollo. Ma oggi c’è mio nonno Annibale e non basterebbe un’anatra imperiale o uno di quei tartufi comprati all’asta da zio Salvatore per strappargli il copione da primadonna e anche zia Vittoria deve aver imparato ad ingoiare il rospo con una certa filosofia, visto che sarebbe davvero malafede pensare all’esistenza di un piano premeditato dietro il fatto che il nonno sia stato servito per ultimo e con una porzione di lasagna appena un po’ più piccola dei venti centimetri standard.

- “Vivi, fija, vivi!”, il nonno porta in pellegrinaggio la sua bottiglia di miero e le fa fare tappa nel settore dei nipoti.

-“Viviti,  fiji, viviti!”. Nonno Annibale ci tiene alle giovani generazioni, ma forse anche lui le vede un po’ fiacche e palliducce, davvero poco vitaminiche, e pensa che sia il caso di intervenire con il suo invito allu vivire, al bere cioè, ma anche alla vita, considerando la somiglianza fonetica dei termini, e in questo caso la lingua è rivelatrice, non si sbaglia: magari è entrato in ballo un processo di etimologia popolare, una rideterminazione semantica della parola che ha trasformato il panitaliano “bere” nel salentino vivire e bisogna dire che per nonno Annibale questo neologismo folcloristico rende molto bene il concetto, perché per lui il vino non è una bevanda qualsiasi che abbia l’umile scopo di contrastare la sete, no, il vino è addirittura un rimedio omeopatico capace di riattivare la circolazione, rinvigorire il corpo e sciogliere umori negativi, vivire vino è sinonimo di vita, e se solo noi giovani ne bevessimo di più lasceremmo a casa acciacchi e problemi pisicologici.

- “Beviamo, nonno, beviamo! Stiamo bevendo!”, ma davanti ai nostri bicchieri pieni di liquidi colorati e bollicinosi come se qualche fermento lattico ci ribollisse dentro (e sa il diavolo da che piante tropicali vengono quegli intrugli!), o, peggio ancora, davanti alla nostra sciatta acqua naturale, trasparente, senza sapore e senza odore, nonno Annibale resta perplesso, non sa proprio che gusto si possa trovare a bere quel niente e si chiede se per caso Dio si sia messo al passo coi tempi e abbia preso a produrre papille gustative di nuovo stampo, e poi si preoccupa anche, si preoccupa dei suoi nipoti che finiranno per ammalarsi con queste cose transigeniche che mangiano e presto o tardi si faranno venire un embolo con tutta quell’acqua fredda che mandano giù a bloccarsi la circolazione.

Nonna Lucia fa il segno della croce e se mia cugina Patrizia e mio cugino Enea sono riusciti a imbonirsi nonno Annibale, nascondendo il peccato capitale di essere astemi grazie a un’americanissima coca-cola spacciata per miero salentino, mia nonna non può essere fregata con la stessa facilità e noi nipoti, tutti atei per pigrizia o per convinzione, ci ripartiamo il mal comune dell’ammutinamento e sostituiamo lo ieratico “In nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo. Amen” con un più laico “Buon Appetito”. Zio Salvatore non aspetta di finire che già prenota il bis, senza preoccuparsi del parere della sua glicemia, che secondo lui non dovrebbe avere proprio niente da obiettare su quel mezzo metro scarso di semola di grano duro con una cucchiaiata di passata che si è concesso nel giorno in cui è nato il Signore, e mia nonna, dal canto suo, ha sempre pensato che i mariti delle figlie comandino a casa loro e lei non vuol certo inabissare un altro matrimonio - ci sono già i divorzi di tre di quei disgraziati dei suoi figli- mettendosi a contraddire suo genero proprio lì, nella sua dimora, dopo che quello la ospita e le offre pure la lasagna, no, non può contraddirlo, e pazienza se deve abbandonare la sua aria schifiltosa e il suo appetito da anoressica e fare eco a zio Salvatore con una delle poche parole latine che le affiorano dai ricordi di quelle incomprensibili messe di gioventù che a qualcosa, pare, sono servite: “Bis! Bis!”. Tanto al giorno d’oggi per mettersi i valori del sangue a posto hanno inventato quei bei medicinali che li butti giù con mezzo bicchiere d’acqua e ti togli il pensiero, altro che le idee bislacche di quella dottoressa che aveva ventilato la necessità di ridurre l’assunzione di carboidrati… E poi mia nonna ha visto la guerra e lei questo consumismo di oggi proprio non lo capisce: dice che siamo diventati tutti un po’ troppo rammolliti se per paura di un mal di stomaco buttiamo via la roba che avanza e che è dono di Dio, e può giurare che molti ai suoi tempi sono morti di fame, ma non ne ha mai visto uno che si trovasse a buttare di sotto il pane per evitare un accidente, e allora, se nessuno si fa avanti, se lo accolla lei questo lavoro socialmente utile di ripulire la teglia da forno, e mio zio Salvatore, che non ha visto la guerra ma certi problemi sembra comprenderli appieno, lui che è uomo d’altri tempi, cavaliere e affezionato alla suocera, aiuta, e un altro quadratino di pasta lo butta giù senza fare il difficile. Sono cammelli quei due. Cammelli che bevono pasta al forno.

Zio Salvatore vive per i pranzi e le cene, per queste ricorrenze in cui la famiglia si riunisce davanti a tavole che sarebbero causa di moti insurrezionali nel Terzo Mondo, e non so se questa sua indole cameratesca nasca solo dalla nostalgia dei fratelli sparsi per l’Italia o se ci siano secondi fini- intestinali, diciamo così- che gli fanno fiutare l’occasione per strafogarsi in compagnia con il pretesto di festeggiare la nascita o la resurrezione del Signore.

Ci ospita nella sua baita, zio Salvatore: una casa tutta in legno, persino le pareti per metà altezza sono rosicchiate da listoni di noce e ci sono divani ovunque, anch’essi in legno e tutti diversissimi l’uno dall’altro, tanto che ti chiedi com’è che si sono ritrovati a stare tutti lì, nello stesso salotto, quando in realtà non hanno niente in comune, a parte i quattro piedi, lo schienale e i braccioli, cioè cose che potrebbero condividere con qualsiasi altro divano sulla faccia della Terra, eppure stanno lì, uno country, l’altro più borghese, in pelle nera, e il terzo addirittura etnico, vicini come un indiano, un milanese e un arabo che mangiano pittule in una baita in mezzo a un oliveto del Salento, e intanto da sopra un maxischermo al plasma li sorveglia un termometro con una coppia di bambini svizzeri in abito regionale che sorridono se la temperatura supera i dieci gradi e piegano le labbra verso il basso se si scende al di sotto di quella soglia limite. È una baita, difficile crederlo, una baita di campagna nel Salento profondo, una baita a cinque chilometri dalla spiaggia, e ciò non toglie che qui anche la presenza del nonno di Heidi, intento a pastorizzare formaggi di capra in un pentolone di rame davanti al focolare, sarebbe piuttosto normale. C’è di tutto in questi duecento metri quadrati: teste di cervi imbalsamati, una copia del canestro di frutta di Caravaggio, servizi di calici d’oro forse usati dai cavalieri della Tavola Rotonda o da Templari in cerca di ristoro prima di riprendere la ricerca del santo Graal e, in mezzo a questa fiera delle antichità, gli ultimi ritrovati della tecnologia, schermi al plasma, computer ultra piatti e cucine con il touchscreen, per non parlare dell’esterno, dove una statua della Madonna racchiusa in una nicchia egemonizza un giardino olandese di tulipani e siepi sagomate in figure geometriche. Zio Salvatore ha trasformato questa villa di campagna in un bazar in cui si è divertito a raccogliere, o meglio, accozzare, con un senso estetico se non altro originale, tutto quello che si è portato dietro dai suoi viaggi intorno al mondo per esportare prodotti da tavola made in Puglia. Quest’uomo ha contrattato con russi e tedeschi, si è fatto montare uno stand in cima alla torre Eiffel, ha espatriato le sue capase di olio nella mcdonaldiana America, trasportato il vino ai norvegesi che intirizzivano a pescare salmoni in mezzo ai fiordi e anche in Cina è stato, si è messo a vendere paté d’olive sulla grande muraglia. Lui e mio nonno sono simili come solo due rivali potrebbero esserlo, ce l’hanno nel dna l’amore per la terra e si commuovono davanti ai loro begli olivi frondosi, con quei tronchi imponenti e scolpiti che nemmeno una statua greca reggerebbe il confronto. Sono simili ma anche rivali, e agguerriti, rivali che non mollano e che, soprattutto in occasioni come questo pranzo di Natale, si venderebbero il vino più amabile che conservano in cantina pur di fare bella figura davanti ai consanguinei procurandosi la prova incontrovertibile che avvalori la superiorità del proprio olio e delle proprie uve rispetto a quelle dell’avversario. Nonno Annibale è il baluardo dell’agricoltura pre-boom economico, quando non c’erano ancora quelle scatolette di rame da cui può venir fuori di tutto come dai cilindri dei prestigiatori, e ognuno aveva i suoi prodotti tipici, quelli della sua zona, quelli che maturavano seguendo i ritmi stagionali, e li divideva con la famiglia o al massimo con i compaesani, anziché sballottarli per il mondo con il rischio di ammaccare qualche pomodoro o far appassire un mazzo di cicorie, prima di arrivare in America e tentare l’impresa infeconda di salvare gli americani, gente perduta, con tutte quelle robacce che si buttano in corpo e che non si capisce nemmeno come si chiamano, roast beef, cheeseburger, bacon… Con il suo oliveto da trenta alberi, il suo fazzoletto di vigna e una mentalità non più larga di un’area tracciata con la zappa intorno agli olivi, nonno Annibale è paradossalmente più avanti di tutti, lui che è rimasto nel passato ha anticipato i corsi e ricorsi storici e ora si vede arrivare addosso il futuro ed è più moderno degli imprenditori come zio Salvatore: mio nonno è già bio, e il genero può erigere tutti gli stabili che vuole con il suo olio annacquato, può tradurre le etichette dei suoi prodotti anche in esperanto o nella lingua degli indiani maori, ma mio nonno condendosi una frisella con quell’olio storcerà sempre il naso e con l’innocenza  della sua vecchiaia lancerà qualche battutina su quel genero che i soldi li ha, certo, e a Natale gli regala anche un bel grappino invecchiato, ma in fondo un po’ mariuolo lo è e qualche inbrogliuccio ce lo ha messo, ed è inutile che mia nonna continui a far piedino sotto il tavolo per rammentare a quel marito disgraziato che la sorte le ha dato in dote regole dello stare in società che si sforza di fargli apprendere da sessant’anni a questa parte.

- “Bravo, Totò, bravo! E a quanto lo vendi l’olio? Ma poi è tutto olio lì dentro, eh Totò? Mena, nu goccettino te acqua nun c’è, eh Totò? Nun c’è?”. Eccolo là, mio nonno ha assestato il colpo e non gli puoi dire niente, non ti puoi mettere a far questioni con lui, perché lui sa provocare con bonarietà, senza cattiveria, e le sue non sono propriamente offese, assomigliano più alle gaffe fuori luogo di un monellaccio impertinente, un bambino di sei anni che si guarda intorno e poi dice le cose come stanno, crude e semplici come gli si parano sotto gli occhi, e se qualcuno ci resta male la colpa non è sua- ambasciator non porta pena- ma delle cose, che non stanno mai al posto loro.

- “Eh, Totò? Un po’ d’acqua?”. E mia nonna con il viso disteso e la gamba inferocita sotto il tavolo. Quando arriveremo al caffè nonno Annibale potrebbe aver riportato una frattura scomposta, con tutti quei calci muliebri nascosti dalla tovaglia, ma lui ha fatto la guerra, ha la tempra del combattente, e se non si è scomposto davanti alle diete con bucce di patate nei campi di lavoro tedeschi, figurarsi se teme le zampate di mia nonna, perciò continua con quel ghigno divertito e si scola la sua bottiglia di miero, del suo miero, quello buono, mentre dà pacche sulle spalle di marmo di zio Salvatore e ne svela tutti gli altarini.

- “ Mena Totò, lu sapimu! Pei, pei!”. E il pei pei di mio nonno su  quella stazza d’uomo di zio Salvatore è davvero urticante per nonna Lucia che non si trattiene più e dà un calcio da rompere il legamento crociato, e anche il nonno a quel punto si avvede che è il caso di cambiar rotta, ma non opta per il silenzio, anzi, con quella faccia immacolata che si ritrova smette di reggere il gioco a sua moglie: “Ahi, ahi! Luci’! E nun basta cu ‘sti corpi sutta u taulu??”, e rischia di accopparci tutti con una risata che ci manda la lasagna di traverso, perché non si è mai visto un uomo socialmente inopportuno come nonno Annibale e una donna imbarazzata come nonna Lucia davanti a quella cosa semplicissima che è la verità, una verità socialmente poco decorosa che lei cerca di negare imputando le visioni di mio nonno al troppo miero. Nonno Annibale è come suo padre, il bisnonno Giovanni, che si sedeva davanti casa con la sua sedia impagliata e passava le giornate a trovare soprannomi, per un naso non proprio greco o una gamba zoppicante, a tutti i compaesani che avevano la ventura di passare di lì. Nonno Annibale è un umorista come il suo genitore, si trastulla a ridere in faccia alla gente e ne spara anche di grosse a volte, e la gente se la prende e lui rischia di brutto, ma non chiede mai scusa, perché in fondo non fa niente di male e che colpa ne ha lui, che vuole solo scherzare, se la gente non ha tutte le rotelle a posto e si arrabbia per una burla?

Zio Salvatore sorvola, non è nuovo agli affondi di quell’invidioso di suo suocero e certe calunnie inverdite non lo toccano: annacquato il suo olio? Quando la volpe non arriva all’uva dice che è acerba e zio Salvatore sa bene che con il suo metro e una mano nonno Annibale ci potrebbe arrivare davvero difficilmente all’uva e, mentre il rivale è impegnato in battibecchi coniugali, lui si riscatta informando il fratello degli affari che ha concluso in quest’anno solare, aggiudicandosi ad un’asta fallimentare due lotti, pagati davvero un’inezia, su cui conta di costruire un agriturismo e realizzare un’area camper. Zio Adolfo ascolta e cerca di concentrarsi sui progetti edilizi del fratello, ma inevitabilmente lo sguardo gli cade sulle mani imbrattate di quello che sguscia gamberoni storcendo i colli come fossero galli ruspanti e risucchia cozze e vongole al naturale, direttamente dal guscio, per nulla memore del volo transoceanico di qualche mese fa, quando dovette affrettarsi a rimpatriare dal Giappone in preda a dolori addominali e tutti pensavamo di averlo perso per una sosta in un sushi-bar a consumare uno spuntino dei suoi, a base di tre chili di pesce crudo. In mezzo a zio Salvatore e nonno Annibale, zio Adolfo è un corpo estraneo, lui non saprebbe nemmeno tenere in vita per più di quindici giorni una piantina di prezzemolo sul balcone della sua casa dal design futurista nel centro di Bari, e dalla faccia si vede chiaramente che secondo lui decapitare i gamberi senza coltello e forchetta e tracannare fiaschi di vino come beoni è davvero poco civile, e ogni volta che mette piede nella baita di zio Salvatore, da giuda, ne tradisce l’ospitalità, covando in segreto la convinzione che suo fratello sia l’esempio lampante di chi ha un portafoglio pieno di soldi ma neppure un minimo di gusto su come spenderli. Mio zio Adolfo ha una gioielleria a Bari, un fisico da maratoneta, nessun problema con colesterolo e glicemia, dei capelli folti e ingrigiti, una dentiera saldissima e bianchissima, una moglie catechista e una figlia laureata con il massimo dei voti in economia, mia cugina Patrizia, che a trent’anni sa già cosa farà del resto della sua vita, vale a dire gestire soldi di altri in un’importantissima banca di Milano e diffidare degli uomini, che altro non sono se non profittatori pronti a insidiarla solo per mettere le mani sulle sue ricchezze da Re Mida. Zia Adelaide, la moglie di zio Adolfo, poco interessata ai discorsi da uomini su sistemi d’irrigazione e fioriture stagionali, ha la bella idea di mettersi a monologare con me e mio cugino Enea, cari nipoti che non vede da tempo, e sfortunatamente il prolungato intervallo di lontananza non le è servito per sviluppare curiosità appena un po’ più insolite del consueto terzo grado sulla nostra situazione lavorativa e le aspettative professionali che ci sottopone a scadenza semestrale. Per metterci a nostro agio, inaugura lei l’amichevole chiacchierata e ci fornisce resoconti dettagliati sugli stipendi di nostra cugina Patrizia, sui rimborsi dei voli aerei e dei pernottamenti in hotel da sultani che la povera ragazza - con quello stress da jet lag che non augurerebbe a nessuno - è costretta, ahimè!, ad intraprendere mensilmente per gestire transazioni finanziarie per conto della sua azienda, e infine, ma giusto per svagarsi con un po’ di gossip, ci fa anche il nome di qualche vip cliente abituale della banca e, se non fosse costretta a interrompersi per chiederci di passarle l’acqua, magari sarebbe arrivata anche a stilare l’estratto conto delle very important people con cui sua figlia prende il caffè.

-“E voi?”. E noi? Io e mio cugino Enea ci schiariamo la voce, cerchiamo di guadagnare qualche secondo del tutto insufficiente a far cambiare il mio piano di studi e il suo curriculum e intanto io mi lascio catturare dallo scintillio della costosissima borsa Hogan tutta d’oro di mia cugina Patrizia e poi scendo giù e le vedo ai piedi quelle super modaiole scarpe di Alviero Martini a cui ormai nessuno può rinunciare e penso che questi sì che sono accessori funzionali: ti danno la sicurezza di mantenerti in equilibrio anche sulle scogliere di Dover, oltre al fatto che con quei calzari magici a Dover ci arrivi di certo, anche senza navigatore satellitare, perché nel caso perdessi il senso dell’orientamento, nella brughiera inglese o in qualsiasi altra parte del mondo, ti basterebbe sfilarti una scarpa e dare un’occhiata alla cartina per riprendere in sicurezza la scampagnata.

-“Belle scarpe”, faccio, e mia cugina esibisce un sorriso compiaciuto e poco sorpreso, il sorriso di una che ha incontrato molti altri burloni o pacchiani con il coraggio di elargire complimenti su scarpe simili.

Se a zio Adolfo e zia Adelaide è bastato uscire dalla provincia di Lecce, percorrere appena qualche chilometro verso il nord della Puglia e mettersi a commerciare pietre preziose per  sentirsi più metropolitani e distinti dei loro parenti terroni, mia cugina Patrizia si accontenta di trasformarsi in attaccapanni vivente per le firme più prestigiose e farsi passare tra le mani capitali che non le appartengono per definirsi il classico buon partito. Il feticcio in forma di merce, citazione di marxiana memoria. Stai a vedere che adesso anche Battista naviga nell’oro sol perché lucida l’oro di Paperone.

-“E voi?”. Zia Adelaide ci richiama ai nostri obblighi conversazionali e al principio di cooperazione secondo cui, per contribuire al buon andamento di questo vivace scambio comunicativo, io e mio cugino Enea prima di tutto dovremmo rispondere alla domanda che ci viene posta e, in secondo luogo, farlo anche con una certa pertinenza e soprattutto non ingannare l’interlocutore, dicendo cose che sappiamo essere false, e questo, in poche parole, significa che alla domanda di zia Adelaide non possiamo rispondere con una generica osservazione sul cielo a pecorelle di questa mattina e prevedere che porterà acqua a catinelle nel pomeriggio, e tanto meno possiamo inventarci una di quelle balle galattiche tipo che proprio la settimana scorsa abbiamo firmato un contratto per entrare nello staff dirigenziale di Armani Code. Per il momento io ho la fortuna di potermi ormeggiare ad un libretto universitario con una media molto al di sopra della media, io sono ancora una studentessa, cioè ho ancora un’occupazione che i miei familiari riconoscono come tale, ma il loro anatema sta per abbattersi anche su di me, è solo questione di tempo, e lo si capisce dall’insistenza con cui da un anno a questa parte vanno avanti a chiedermi quanto manca al momento dei confetti rossi e del tocco e io da un anno a questa parte puntualmente mi nascondo dietro una risposta che tra poco diventerà anacronistica, un annetto…”, mentre questo count down mi ha messo addosso un’ansia da prestazione che mi sta mandando fuori corso. Mio cugino Enea, invece, una laurea l’ha già presa, ma questo non gli impedisce di essere considerato da tutti una sanguisuga affamata che non sa accampare uno straccio di spiegazione su come si mantenga senza attingere al panciuto portafoglio di quel panciuto di suo padre, zio Salvatore. Mio cugino Enea ha anche lui trent’anni, come mia cugina Patrizia, e come lei ha il titolo di dottore, ma le somiglianze tra i due finiscono qui, perché se lei esibisce le sue calzature cartografate, lui si è affezionato a un paio di vecchie converse sdrucite (anche se nell’armadio accumula scarpe da tip tap in vernice nera traslucida che zio Salvatore si ostina a regalargli ad ogni festa comandata), e se sua cugina lavora ogni giorno dalle otto alle quattordici sabato escluso, lui non ha orari di entrata e di uscita, lavora quando gli viene l’ispirazione e può stare sveglio tutta la notte con i pennelli in mano oppure oziare giornate intere tra caffè e dvd di film d’epoca. Sì, perché mio cugino sarà pure dottore, ma non certo nell’accezione popolare del termine, cioè, per intenderci, non è mica un medico che trapianta fegati o espianta reni, no, lui è un dottore in beni artistici e chissà che magagna avrà messo su per convincere zio Salvatore a finanziargli una laurea del genere, magari gli avrà fatto credere che con una simile qualifica in mano adesso è in grado di fare un lifting alla Gioconda o un’autopsia all’uomo vitruviano di Leonardo, e zio Salvatore, poveraccio, si sarà lasciato trarre in inganno da quella lingua del diavolo che è l’italiano e da un titolo troppo generico, dottore, e avrà pensato che non bisogna star tanto a guardare il pelo perché comunque suo figlio dottore lo è. Ma se intervenisse nonno Annibale e sparasse una di quelle sue verità spicce che tanto fanno incazzare la gente, verrebbe fuori candidamente che mio cugino Enea è un pittore e di soldi non ne farà mai molti, oltre al fatto che una busta paga come mia cugina Patrizia non la porterà mai a casa, e questo zio Salvatore comincia a subodorarlo, anche se non si rassegna al fatto di essere il padre di un artista e s’illude che certe disgrazie siano solo sbandate giovanili alle quali si è ancora in tempo per rimediare, soprattutto se si ha accanto un padre come lui, un padre che ha a cuore la sorte di suo figlio e cerca di raddrizzarlo, di riportarlo nel giusto solco, e in questa direzione zio Salvatore si impegna con tutto se stesso ed è anche capace di trovate geniali, come quella di far stampare per il figlio un centinaio di biglietti da visita con su impresso a caratteri gotici il titolo di studio, dottore in beni artistici e pittore, oltre all’indirizzo e al numero di telefono dell’ufficio. Per mio cugino Enea vedere la sua arte cartellinata come un mestiere borghese ed esser costretto a prendere appuntamenti al pari di un  avvocato o di un dentista, dev’essere davvero uno di quei traumi psicologici che ti fanno finire da uno strizzacervelli, ma, in attesa che qualcuno riconosca il suo talento, deve pur dare qualche soddisfazione a quell’uomo di buon senso che è il padre e fare ritratti ai giapponesi che vengono a visitare l’azienda agricola del genitore e a tutti i compaesani amici di famiglia che gli ammorbano l’atelier, vestiti a festa e con sottobraccio le loro consorti irsute e dai capelli cotonati. Li deve dipingere tutti, belli somiglianti e realistici e non come la sua fantasia stremata gli suggerirebbe di deformare. Aveva ragione Gauguin, Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?, aveva ragione sì, e probabilmente anche mio cugino Enea avrà pensato più di una volta di emigrare a Tahiti a nutrirsi di frutti esotici piuttosto che starsene lì con quei cartellini sulla scrivania e vedersi sotto gli occhi la parola pittore, che impressa su un biglietto da visita suona proprio volgare e potrebbe facilmente dar adito a più di un equivoco, cosicché magari, un giorno o l’altro, qualcuno lo scambierà per un imbianchino e gli telefonerà chiedendogli un preventivo per la tinteggiatura della casa.

Suona il citofono e prima che zia Vittoria vada ad aprire la porta tutti scommettiamo che a fare il suo ingresso ci sarà il puntualissimo zio Cristoforo, che ogni venticinque dicembre e ogni santissima Pasqua, guidato dal suo tempismo cronometrico, viene a fare gli auguri alle quattordici e zero cinque e trova zio Salvatore sempre nella stessa posizione dell’anno prima, cioè intento a far scarpetta nell’insalatiera, e a quel punto chiunque trarrebbe lumi dall’esperienza e rifletterebbe su quali sono gli orari più adatti per far visita alla gente. Chiunque, sì, ma non lui, lui è recidivo, e in fondo bisogna anche capirlo, perché da tre anni a questa parte, cioè da quando ha lasciato zia Chiara per mettersi con una quarantenne un po’ meno esaurita, non trova proprio altro tempo per andare a salutare i parenti, dato che a pranzo con noi non ci può stare, perché lui vorrebbe portarsi dietro la sua dolce metà, ma questo è inconciliabile con la salute delle coronarie di nonna Lucia, e allora va a mangiare a casa dei parenti di lei, che accolgono la nuova coppia senza i pregiudizi medievali di mia nonna. Ci affrettiamo ad ingoiare il cibo che abbiamo in bocca - sarebbe contro il galateo salutare lo zio con le mandibole ancora in movimento - e nei cinque minuti della sua visita non possiamo certo rilassarci, no, è proprio questo il momento di stare in guardia perché una minima disattenzione potrebbe far scappare a qualcuno domande su come, ma soprattutto con chi, zio Cristoforo ha trascorso il suo veloce pranzo di Natale, e una simile leggerezza potrebbe provocare un incidente diplomatico se nonna Lucia, il cui apparecchio acustico in certi casi funziona proprio come dicono nei promo pubblicitari, cogliesse un qualche riferimento alla donna del peccato. Il problema più spinoso è tenere a freno la bocca di nonno Annibale, vera bomba a orologeria che, senza preavviso e con la massima naturalezza, potrebbe far esplodere qualche verità di cui nessuno ha bisogno, e questo non deve accadere, per carità!, la situazione sfuggirebbe di mano e sia io che mio cugino Enea lo sappiamo fin troppo bene, ragion per cui tentiamo di dirottare l’oracolo su discorsi poco scomodi e ci riusciamo: il nonno racconta un aneddoto, per niente inedito, della sua gioventù, quando lui, che faceva il marinaio ma non sapeva neppure mantenersi a galla, riuscì a evitare dignitosamente un tuffo nell’oceano fingendosi sonnambulo e improvvisando una camminata da funambolo sul parapetto della nave. Mentre nonno Annibale ricama le sue gesta e dopo sessant’anni ancora si pavoneggia per aver gabbato con tanto ingegno quel tonto del comandante, zio Cristoforo, finiti i saluti, se ne va imbracciando la sua Harley Davidson e preparandosi ad una passeggiata motociclistica lungo la litoranea in compagnia della rovinafamiglie o meglio, dell’Innominabile. Tutto è bene quel che finisce bene, certo. Il rombo della moto di zio Cristoforo si è ormai perso nella campagna e noi possiamo tornare al nostro pranzo e dedicare le residue energie mentali a questioni che sicuramente ci toccano più delle sue bagarre sentimentali, e infatti prendiamo ad analizzare i fiori sul tronchetto di Natale per sciogliere quello che ci sembra il dilemma esistenziale più controverso della giornata, saranno commestibili o no, questi fiori?, ma a quel punto la bomba esplode e tutti abbiamo la tentazione di guardare dalla parte di nonno Annibale, ma una volta tanto lui non c’entra: stavolta è nonna Lucia a disturbare la mensa. Zio Salvatore, presto imitato da tutti gli altri, alza gli occhi al cielo e sembra rimproverare una qualche divinità irriconoscente del banchetto organizzato in suo onore, irriconoscente e anche vendicativa, visto che non fa niente per evitare che nonna Lucia cominci i suoi discorsi, apparentemente criptici, sui dolori che deve subire una madre e su come siano sconsiderati i figli, che attentano giornalmente alla salute dei loro poveri genitori, genitori anziani e malati, sì, genitori che potrebbero morire anche domani, certo, morire con la vergogna addosso per colpa di figli senza morale. Non serve rivolgersi ai servizi segreti per decifrare la sibillina sentenza e capire che l’uomo senza morale sarebbe zio Cristoforo, anzi, insieme a lui sono chiamate in causa anche mia madre e zia Giovanna, quelle figlie che, stando alle parole della nonna, un marito non se lo sanno tenere. È come un temporale, nonna Lucia, quando arriva arriva e si prende il tempo che vuole, e non si può far niente, a parte lasciarlo sfogare e aspettare che spiova, aspettare sotto un ombrello e pazienza. È la pazienza quello che ci vuole, mentre lei, nel bel mezzo di un dramma greco, ti tratta come una malattia infettiva o come il virus della salmonellosi, attribuendoti la causa di tutti i suoi malanni e poi fa finta di perdonarti - è cristiana, lei, e ti perdona - anche se non te lo meriteresti, ti perdona perché domani potrebbe morire- ricordatelo: potrebbe morire per tutti i dispiaceri - sono trent’anni che dice “quannu è crai su morta” e per fortuna il momento non è mai arrivato, ma lei intanto si prepara, perdona - sottolinea che sta perdonando - perché prima della morte è giusto riappacificarsi con tutti. Il caso richiederebbe che nonno Annibale appoggiasse la consorte, o almeno che mostrasse la giusta preoccupazione, andando a consolare i patemi d’animo della moglie, ma lui non riesce a fare la faccia seria, non ce l’ha quella faccia, c’è poco da fare, e non ha nemmeno tutta l’ansia che mia nonna si porta in corpo, no, lui non le capisce queste ansie, non capisce le ansie in generale. Che ci può fare lui se suo figlio ha lasciato la moglie? Niente ci può fare, così va il mondo, e poi, detto tra noi, quella nuora l’ha trovata sempre un po’ troppo petulante e forse suo figlio Cristoforo ha fatto bene a sostituirla. Per nonno Annibale può anche andare a fuoco la casa, lo dicono tutti, ma lui non si scompone, è atarassico lui, lascia che la vita vada dove deve andare e non si angustia come mia nonna, nemmeno le malattie lo impensieriscono: lui se ne frega proprio, diciamolo, e più se ne frega e meno le malattie se ne fregano di lui e sarà per questo che a ottantacinque anni sta benissimo e scuote la testa davanti al mobiletto stracolmo delle medicine di mia nonna, e non fa controlli, lui gli ride in faccia a quei medici che paventano infarti per le ansie date dai figli. Solo un prelievo del sangue ha fatto mio nonno, dieci anni fa, giusto per accontentare quello scocciatore del medico di famiglia, e venne fuori che aveva i valori un po’ alti, colesterolo e quelle cose lì, e lo sapete che ha fatto a quel punto nonno Annibale? Niente, non ha fatto niente, né altri controlli né gite in farmacia, niente, a parte buttare quelle analisi in un cassetto e stare lontano dagli studi medici che ti fanno solo preoccupare prima del tempo. Non vuole sapere, lui. Non gli interessa. Nonno Annibale si prende pena solo per le cose che può controllare - tipo quegli operai perdigiorno che se non gli stai dietro finisce che non combinano niente e magari ti vengono anche a rubare in casa, nascondendosi le olive nelle tasche del grembiale - e se adesso sua moglie fa il melodramma lui può sforzarsi di compatirla, come si fa con i pazzi, la compatisce per spirito cristiano, ma a quel dolore proprio non riesce a partecipare: perché farsi andare di traverso un così buon pranzo per una cosa che ha deciso il Signore e che quindi non si può cambiare? Mio nonno non è mica il Padreterno e allora che vogliono da lui? Che si accolli i problemi del Padreterno? Nonno Annibale, fosse per lui, si farebbe una bella risata in faccia a tutti, ma sa di doversi trattenere, ha proprio la faccia di uno che si sta trattenendo, e non perché gli manchi l’incoscienza, ma solo perché al primo scoppio di risa quella noiosa di sua moglie, che è nata con il brutto vizio di lamentarsi sempre, se la prenderebbe anche con lui e a quel punto anziché un’ora di lagne, pover uomo!, magari ne dovrebbe sopportare due o tre. D’altro canto nonno Annibale conosce bene i suoi limiti e sa che quella risataccia che gli fermenta in gola non potrà tenerla a freno a lungo, tra poco gli gorgheggerà fuori come un rutto, e allora prende sottobraccio il suo cognato preferito, zio Salvatore, e insieme si allontanano verso il salotto a farsi un grappino.

Mia nonna non accenna a chiudere il rubinetto e si dispera perché i figli le buttano addosso vergogna e nemmeno quel buffone del marito la capisce, e come se tutto questo non fosse già sufficiente, zia Adelaide coglie l’occasione per dare sfoggio delle due qualità che messe insieme impedirebbero anche alla più avvenente donna sulla faccia della Terra di trovare marito, cioè il femminismo e la bizzocheria, e così armata fa fuoco contro gli uomini, tutti gli uomini che sono tutti uguali, tutti fatti con lo stampo, tutti tranne i preti. E suo marito, ovviamente. E giù a predicare della sacralità del matrimonio, dei brutti tempi di oggi quando ormai nessuno è più disposto a sopportare nessuno, e ce n’è per tutti, per il vicino di casa che è scappato con la badante rumena che poi gli ha fregato i soldi - e ben gli sta al fedifrago! -, e anche per nonno Annibale e zio Salvatore, per quei due che ormai sono ridotti peggio degli avvinazzati e pensano solo a riempirsi il bicchiere. E dove andrà a finire il mondo di questo passo, e che si è fatto crocifiggere a fare Gesù Cristo, e bla bla bla. Questa cucina si è trasformata in una tribuna elettorale e io e mio cugino Enea non ci mettiamo molto a capire che zia Adelaide, come qualsiasi politico a caccia di voti, tra poco ci punterà e noi dovremo uscire dall’ignavia, prendere posizione per il rigore delle donne o per l’immoralità degli uomini, e soprattutto dovremo imitare lo sforzo sovrumano di nonno Annibale ed evitare di ridere in faccia a lei e alla sua lotta dei sessi, ma non ci riusciremo, siamo troppo giovani per un simile autocontrollo e il gene malato del nonno verrà fuori, noi rideremo, sì, ci scompisceremo.

A questo punto il male minore è il grappino e con coraggio andiamo in salotto ad avvinazzarci anche noi. Li troviamo lì, quei due, nelle consuete pose plastiche: zio Salvatore ha già deposto le armi ed è crollato come un bue stordito e nonno Annibale, che forse in vita sua non ha mai dormito, continua a novellare episodi di trincea in faccia a quel Trimalcione di suo genero, ed è così coinvolto da non accorgersi che quello sta russando al ritmo della marsigliese. Il nonno ci riempie i bicchieri - una puzza peggio dell’acetone, questa grappa - e continua per noi la sua storia e intanto zio Salvatore orchestra la sua sinfonia.

Eravamo sbarcati nel porto di Pireo…

Ronf, ronf.

E c’era il mare in tempesta… Un altro poco di grappa?

-“No, nonno, no!”.

A Pireo… e non tutti resistevano, c’era chi il mare non lo sopportava…

Ronf, ronf.

A Pireo. Lo conoscete Pireo?

 

 

 

 

 

 

 

 


Torna su