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Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
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Finalmente online!
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Largo ai giovani! O no? PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 20 Luglio 2011 12:29

[Pubblicato ne “Il Nuovo Quotidiano di Puglia” del 20 luglio 2011, col titolo La società ha bisogno dei vecchi]

 

Nell’arco di 24 ore, alla fine di giugno, sono morti due professori universitari che hanno segnato in modo indelebile la mia formazione di “scienziato” (rigorosamente tra virgolette). Avevano più o meno ottant’anni, e di sicuro non li avrete mai sentiti nominare: si chiamavano Norberto Della Croce e Francesco Maria Faranda.

Con loro se n’è andata quasi tutta la generazione dei miei “maestri” e ora, a sessant’anni, mi sento solo, di fronte a responsabilità più grandi di me.

Prima, quando avevo dubbi, quando mi sembrava di non potercela fare, mi rivolgevo a loro, a chi aveva più esperienza di me. Certo, a volte il loro cervello non era rapido, ma conteneva una quantità di conoscenza e di saggezza che solo il tempo può accumulare. Siamo una specie che impara. I giovani hanno energie, ma i vecchi hanno la saggezza e la conoscenza. I nostri antenati lo sapevano bene. I giovani facevano i guerrieri, i vecchi, anzi gli anziani, prendevano le decisioni. La natura, a quell’epoca, non permetteva una lunga vecchiaia ai margini della inabilità. Chi ci arrivava, raggiungeva la tarda età in salute e poi, dopo breve malattia, moriva (come hanno fatto i miei nonni). La vita era più breve, ma veniva vissuta pienamente. Oggi si vive più a lungo, ma gli ultimi anni sono uno strascico di pena alleviato da badanti straniere, simbolo della poca volontà dei figli di prendersi cura dei padri e delle madri.

 

Ma non è di questo che voglio parlare. Oggi tutti parlano dei giovani che devono togliere di mezzo i vecchi, e prendere il loro posto. Poi, tutti concordiamo che sia il presidente Napolitano ad incarnare meglio di ogni altro le istanze del paese. Prima di lui il presidente Pertini, o i vari Papi. A Lecce non si dice che uno è vecchio, o anziano, si dice: grande. Questi grandi sono una ricchezza, e devono poter essere utilizzati fino a quando ne hanno voglia. I miei due maestri continuavano a lavorare, e continuavano ad essere fonte di ispirazione e di saggezza. Se c’erano dubbi si andava da loro, e si chiedeva consiglio. Finché c’erano loro io mi sentivo al sicuro.

E ora? Ora a chi lo chiedo un consiglio? I più giovani di me li chiedono a me, e i più “grandi” sono andati via quasi tutti. Ci sono colleghi più “grandi” di me, sono conscio di non essere il più anziano, ma oramai siamo all’interno della stessa generazione, mentre i “grandi” della generazione prima se ne sono andati quasi tutti. Compreso mio padre, l’anno scorso, a novant’anni (gli ultimi cinque vissuti male).

Un mio collega è stato messo forzatamente in pensione a settant’anni. Continua a venire in Dipartimento e è più attivo che mai. Ha progetti, entusiasmo, competenza e voglia di lavorare. E’ un grosso spreco averlo messo in pensione. Certo, se facessimo di mestiere gli spacca pietre, sarebbe logico e umano mandarci in pensione. In Australia, oramai, non si può mandare una persona in pensione solo per l’età, se non lo chiede. Si chiama discriminazione per età. Siamo al paradosso che chi vuole andare in pensione viene costretto a restare più a lungo nel mondo del lavoro, mentre chi vorrebbe restare viene mandato forzatamente in pensione.

Insomma, mi sento troppo giovane per essere un “grande”. Mi pare di avere ancora tanto, ma tanto da imparare prima di poter essere un punto di riferimento per qualcuno. E invece, mio malgrado, lo sono. E poi mi guardo attorno e vedo orde di incapaci che pontificano e decidono su questioni importanti con palese incompetenza. Ci sono anziani incapaci e ci sono giovani incapaci. Non sono qui a dire che basta essere anziani per essere saggi. Però è più facile che sia saggio un anziano che un giovane. I giovani devono voler cambiare tutto, in modo radicale. Lo so bene, visto che nel 1968 avevo 17 anni e, ovviamente, volevo cambiare il mondo. Ma poi ci ispiravamo a Marcuse, un vecchietto, e anche Mao non era un ragazzino, come non lo era Ho Ci Min. I loro nomi ricorrevano molto negli slogan che gridavamo, incuranti della contraddizione dello slogan successivo, che affermava la mancanza di fiducia in chi avesse più di 30 anni! Il mio primo studente, quando passai “dall’altra parte” era di Comunione e Liberazione, e si ispirava a un altro vecchietto: Giovanni Paolo II. Gli anziani, mi pare, devono guidare i giovani senza essere però tanto forti da fermarli. I miei maestri erano così. A dir la verità non mi sento ancora pronto a fare il vecchio. Quasi quasi mi compro la moto, torno in palestra e mi faccio crescere i capelli (questa ultima decisione non la posso prendere per motivi di forza maggiore, ma ci sono sempre i trapianti, no?). Le rughe però me le tengo. Come diceva Anna Magnani: ci ho messo una vita per farmele venire!


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