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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 5 PDF Stampa E-mail
Economia
Martedì 16 Agosto 2011 17:09

Spesa pubblica e crescita dell'economia

 

[Pubblicato nel “Nuovo Quotidiano di Puglia” del 2 agosto 2011]

 

Il modello di sviluppo che è alla base delle politiche di austerità messe in atto dall’Europa negli ultimi due anni è un modello basato sulla crescita trainata dal reinvestimento dei profitti, dato il vincolo di bilanci pubblici tendenzialmente in pareggio. Le motivazioni teoriche che ne sono a fondamento stanno nella convinzione che la spesa pubblica è, per sua stessa natura, improduttiva; che non contribuisce alla crescita economica; che non ha effetti significativi sull’occupazione (e, se li ha, contribuisce a creare sacche di occupazione improduttiva nel settore pubblico) e che, soprattutto, accresce il debito pubblico. A ciò si aggiunge che la crescita del debito pubblico è, in quanto tale, un problema. Si tratta di una motivazione priva di fondamento, le cui implicazioni di politica economica hanno il solo effetto di generare crescenti diseguaglianze distributive, e impoverimento crescente dei lavoratori e dei ceti medi, sia all’interno dei Paesi dell’euro zona, sia fra Paesi.

Per quanto riguarda il primo aspetto, va ribadito che, contrariamente all’opinione dominante, la spesa pubblica ha effetti positivi sull’occupazione e la crescita economica, sia nel breve, sia nel lungo periodo. Sia qui sufficiente ricordare che, restando al caso italiano, il maggiore tasso di crescita dell’ultimo quarantennio si è avuto nella stagione (dagli anni cinquanta alla prima metà degli anni ottanta) di maggiore intervento pubblico in economia e di maggiore espansione del debito pubblico. Né vale obiettare che proprio per aver accresciuto il debito pubblico negli anni della ‘finanza allegra’ l’attuale generazione è necessariamente costretta a subire politiche di rigore, che ne riducono il reddito disponibile. Si tratta di un nesso non cogente e per nulla necessario: l’indebitamento pubblico costituisce un trasferimento dell’onere fiscale sulle generazioni future solo a condizione che, una volta accresciuto, vi sia una decisione politica che ne imponga la riduzione. Ma, poiché di decisione politica si tratta, questo nesso non regge su nessun automatismo.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, occorre richiamare l’attenzione sul fatto che, con l’adozione dell’euro, la contestuale rinuncia alla sovranità monetaria e l’adesione al Trattato di Maastricht, l’economia italiana si è trovata nella condizione di dover individuare percorsi di crescita diversi da quelli tradizionalmente perseguiti. In particolare, data la sua struttura produttiva basata su imprese di piccole dimensioni specializzate nella produzione di beni a bassa intensità tecnologica, l’economia italiana è cresciuta – dal secondo dopoguerra all’ingresso nell’euro zona – o mediante iniezioni di spesa pubblica (che hanno tenuto alta la domanda interna, anche a beneficio delle imprese) o mediante svalutazioni competitive, ovvero modifiche unilaterali del tasso di cambio, che hanno reso possibile – soprattutto nelle fasi di crisi – il recupero dei margini di profitto attraverso le esportazioni. L’adesione ai vincoli imposti dal Trattato di Maastricht e l’adozione dell’euro hanno reso impossibile riprodurre questo modello di crescita, sia per il vincolo imposto all’espansione della spesa pubblica, sia per l’impossibilità di ricorrere alla svalutazione dell’euro, essendo questa operazione semmai possibile con l’accordo di tutti i Paesi che lo adottano.

La deflazione salariale è apparsa l’unica strada percorribile, ed è stata sostenuta da reiterati provvedimenti normativi che hanno reso sempre più agevole un uso ‘discrezionale’ della forza-lavoro, in particolare mediante la crescente precarizzazione e l’indebolimento delle organizzazioni sindacali. Sia qui sufficiente richiamare l’ultimo rapporto OCSE, stando al quale il salario netto medio di un lavoratore senza figli a carico in Italia è stato di 25.155 dollari nel 2010. Si tratta di un importo inferiore sia alla media OCSE (26.436 dollari), che a quella dell’UE a 15 (30.089).

Si può dunque affermare che, per i Paesi periferici (Italia inclusa), la via delle politiche di rientro del debito pubblico si è rivelata del tutto fallimentare: anche al netto della crisi, il tasso di crescita in Italia, nel trascorso decennio, è stato in media del 2% (ed è attualmente stimato a poco meno dell’1%) mentre il disavanzo delle partite correnti è passato dal pareggio del 1999 al -3,5% del 2010, con conseguente crescente indebitamento netto con l’estero. Inoltre, nonostante le politiche di austerità messe in atto in particolare nel trascorso biennio, il rapporto debito pubblico/PIL non solo non si è ridotto, ma è aumentato. Come evidenziato nell’ultimo rapporto della Commissione Europea, a fronte del 116% nel 2009, il rapporto debito pubblico/PIL si assesta al 119% nel 2010, e si prevede che continuerà ad aumentare nel 2011, superando il 120%. Le cause che hanno prodotto questo risultato, e che decretano l’assoluta irrazionalità delle politiche di contenimento della spesa, sono efficacemente individuate in un documento sottoscritto da oltre cento economisti italiani e consultabile in www.letteradeglieconomisti.it.

Il patto fondativo dell’euro si reggeva su queste clausole implicite: consentire alla Germania di evitare la concorrenza di altri Paesi europei nei mercati internazionali, evitandone le speculazioni competitive, offrendo, in cambio, agli altri Paesi una maggiore garanzia di stabilità finanziaria, riducendo (o azzerando) la probabilità di attacchi speculativi. A decorrere dall’inizio della speculazione sui titoli del debito pubblico greci, quest’ultima clausola è venuta meno, generando crescenti timori di subire attacchi speculativi per i Paesi periferici del continente. Si tratta di timori in larga misura infondati. Non è necessariamente vero, infatti, che gli attacchi speculativi vengono effettuati solo a danno di Paesi con elevato debito pubblico. Si possono considerare, a riguardo, due casi. Il primo: l’attacco speculativo alla Grecia – nella primavera scorsa - è avvenuto in un contesto nel quale il rapporto debito/PIL in quel Paese superava di soli 2 punti percentuali quello italiano. Il secondo: la crisi del 2001 in Argentina è scoppiata quando il debito pubblico aveva raggiunto appena il 63% del reddito nazionale. Se la questione si pone in questi termini, la domanda alla quale il Governo dovrebbe dare risposta si pone in questi termini: dal momento che nessuno sa cosa esattamente muove gli speculatori, è giustificabile impoverire il Paese per scongiurare ciò che non si sa se avverrà, e – se avverrà - non si sa perché?

 


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