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L’edizione de “la Centopietre” di Pietro Cavoti PDF Stampa E-mail
Sallentina
Mercoledì 17 Agosto 2011 15:12

[Il testo comparirà come Prefazione all’edizione del volume cavotiano di Luigi Galante di prossima pubblicazione]

 

Bisogna riconoscere a Luigi Galante l'intuizione che tra le carte ed i disegni di Pietro Cavoti (1819-1890) custoditi nel Museo Comunale di Galatina, intitolato appunto al Cavoti, potessero celarsi materiali importanti ben al di là della pura e semplice biografia cavotiana, anche se, pure questo va detto, il Cavoti è stato largamente recuperato dal Galanti stesso ad una dimensione meno epidermica ed occasionale nella cultura salentina, e non solo salentina,  grazie alla pubblicazione delle lettere a lui, con alcune anche di lui,  da molte personalità come l'Aleardi, l' Emiliani Giudici, ed il Puccinotti[1], che fu presentato al Cavoti dall'altro galatinese, Pietro Siciliani (1832-1885), entrambi trasferiti in Toscana[2] nell'immediato periodo postunitario (ed il Siciliani già prima)[3]. E a riprova dell' amicizia tra i due uomini, basterebbe citare la ricca presenza del Cavoti nelle lettere familiari di Pietro Siciliani e della Cesira Pozzolini[4]. La sensazione che queste corrispondenze cavotiane ci sappiano portare  al cuore anche degli ideali risorgimentali del Salento, è confermata da una lettera a lui del Castromediano, scritta dal carcere di Montesarchio l'undici febbraio del 1858[5]. In verità, più che le lettere, sono i 'materiali' cavotiani, e cioè i suoi disegni o i suoi acquerelli, affidati ad una perizia tecnica quasi fotografica (e, a volte, le sue fotografie stesse) a intrattenere con noi un dialogo sulla sopravvivenza, che va oltre, come dicevo, le ragioni della stessa biografia cavotiana, ed incontra il percorso dello storico, o dell'appassionato, qual è Galante,  consegnando a lui, ed a noi,  segni dell' antico (quattrocenteschi o cinquecenteschi, o più antichi ancora) conservati in immagine, quella prodotta dal Cavoti, altrimenti perduti, a causa della malignità del tempo e della rozza sufficienza degli uomini, che hanno distrutto, nel breve tratto di anni che ci separa dall'uomo di Galatina, una quantità innumerevole di documenti e monumenti del nostro passato. In questa direzione, Galanti s'è già sperimentato, rintracciando nei materiali cavotiani la Soleto oggi perduta, ed altro ancora[6]. Questa volta, invece, l'attenzione del Galante  è stata attratta da un gruppo di manoscritti che il Cavoti dedica a quel misterioso e suggestivo monumento che è 'la Centopietre' di Patù, e che sono indicati dalla 'introduzione' del Galante a questo volume. Apprendiamo che il Cavoti si è occupato della 'Centopietre' a più riprese nel corso degli anni Settanta dell'Ottocento, e si tratta d'un interesse e di un percorso difficile da ricostruire per motivi oggettivi, ma anzitutto per l'umore umbratile ed insicuro dell'artista galatinese, diffidente degli altri, ed anzitutto di sé, ed alla ricerca d'una impossibile perfezione dell'opera sua, come già sapevamo, per via autentica, dall'importante bozzetto biografico scritto da Cosimo De Giorgi appunto sul suo amico Cavoti[7]. Sullo sfondo, c'è certamente la 'Commissione conservatrice dei monumenti di Terra d'Otranto', che il Castromediano chiamava 'Commissione d'antichità', il suo fondamentale ruolo ad Italia unita, col suo raccordo, a volte complesso, con il Ministero e con la Prefettura, che fa intravedere tutto un gioco di parti, e soprattutto di persone. Nella Commissione, ci sono infatti i maggiori studiosi ed eruditi di cose patrie della fine dell'Ottocento, con i quali Cavoti ha rapporti non semplici da  analizzare: di rispetto, e di affetto, certo, col venerando Castromediano; distanti, invece, e forse neanche in modo coperto, col De Simone[8], un altro uomo difficile; di amicizia profonda  e in certa misura praticata, e forse di sintonia, col solo Cosimo De Giorgi, come dimostra  la corrispondenza tra i due uomini sul punto specifico della Centopietre, che qui il curatore opportunamente propone o ripropone, con altre lettere ancora. Confrontando le notizie raccolte da Galante nel Museo galatinese, con le altre di varia provenienza archivistica assai opportunamente messe a frutto[9], sembra evidente che per l'elenco e l'illustrazione dei monumenti di Terra d'Otranto meritevoli di essere dichiarati 'nazionali',  il Castromediano, che presiede la 'Commissione conservatrice', si avvale da subito, fin dal 1870, e in modo largo,  dell'opera del Cavoti, benché, forse per la ritrosìa di lui e gli andirivieni umorali, il nome suo poco o nulla compaia, mentre si profilano, negli anni immediatamente successivi, opinioni dissenzienti sulla datazione della Centopietre, se  da considerare di età messapica o invece medievale, ad esempio del De Giorgi stesso, e di Giacomo Arditi[10]. L'esigenza di risolvere la questione è anche del Ministero, ed il Prefetto, scavalcando in qualche modo la Commissione, nel corso del 1877,  dà l'incarico d'una relazione sul punto a Arditi, che la termina con data redazionale del 4 Gennaio 1878[11]. Nell' identico giorno, la Commissione incarica lo stesso Arditi, il De Giorgi e il Cavoti, di un'altra relazione, nella speranza, evidente, d'un loro accordo, che non ci sarà. Arditi continua a ritenere il monumento d'età medievale, mentre Cavoti e De Giorgi lo ritengono antico, di epoca messapica: un'ipotesi che sembra, oggi, residuale. Avvinto in  modo tenace e inflessibile alle proprie convinzioni, il Cavoti continuerà a lavorare ad una sua relazione, che ad un certo punto prevede di leggere, e forse non leggerà, ad una adunanza della 'Commissione conservatrice' fissata per l'undici luglio 1878;  e così la relazione cresce, dotata di riscontri colti, di rilievi misurativi, di disegni, di acquerelli; ma dubbioso ed insicuro, come sempre, egli tornerà a rivederla,  non la darà mai alle stampe, né la consegnerà ad alcuno,  nonostante le reiterate insistenze del De Giorgi, sulle quali Galante si sofferma; è comprensibile, dunque, che nessuno abbia mai potuto usare questo testo, ed è altrettanto comprensibile che proprio Galante, frequentatore assiduo del fondo cavotiano del Museo galatinese, l'abbia invece ritrovato, ed ora lo pubblichi. E qui vorrei fare  una precisazione: mi pare di capire che l'unico e precipuo interesse di Luigi Galante è di restituire agli studiosi questo documento cavotiano, ch'è, per più ragioni, importante; egli non intende prendere posizione scientifica sul monumento, né intende ricostruire il dibattito ottocentesco, e tantomeno quello successivo,  su di esso, se non per quel che serve ad illustrare il contesto dell'opera cavotiana. Bisogna anche dire che lo stato del manoscritto, ricco di ripensamenti, di cancellature, di rinvii, di maniculae e di note laterali, a volte incomplete e corrive, e dunque non di facile interpretazione, ha indotto Galante, per sicurezza sua e dei lettori, ad apporre la riproduzione fotografica dell'originale a fronte della sua trascrizione,. E  tuttavia la pubblicazione di questo scritto così tormentato dello studioso galatinese, sarà certamente prezioso anche oggi, e forse più oggi che ieri, perché  da questi acquerelli del Cavoti, per fare un solo,  ma principale esempio, tornano in certa misura  a vita quegli affreschi interni e quelle pitture di santi che ormai nell'esistente sono praticamente scomparsi o invisibili. Per il resto non so, non credo, che le argomentazioni del Cavoti,  sorrette  da una esperienza larga e forte, e da una perizia osservazionale scrupolosissima, siano oggi, con le tecnologie a disposizione, apprezzabili, od utili. Egli, però, certamente vedeva dal vivo più di quel che oggi vediamo, e non solo, come ho detto, per le pitture, che pure sono oggetto di sue attente e dotte ipotesi cronologiche; ma per la costruzione stessa, per la sua architettura e composizione, per il suo metodo costruttivo, ed è possibile che agli esperti odierni  un qualche sussidio ne venga, anche per precisare la datazione del monumento in sé, e, naturalmente, per farlo anche contro le convinzioni del Cavoti, assolutamente certo ch'esso sia 'pelasgico': termine che non significa immediatamente, come il lettore noterà, 'messapico'. Aggiungo appena una considerazione: leggendo per la prima volta queste pagine, la loro sofferta articolazione, comprendiamo meglio le ansie del loro autore, i suoi dubbi d'incompiutezza, la sua resistenza a pubblicare, quasi per timore  di definire una vita. Direi di non essere rimasto insensibile al fascino del Cavoti scrittore, e ad una certa ispirata intensità della sua prosa, al suo lirismo, quasi, posto non nell'aspetto formale, ma  nella sostanza stessa dello scritto, ch'è unità, senza residui, di passione, o di vita, e di ricerca; in ogni dato scoperto nell'ispezione, c'è l'ansia di misurarlo con la base di raffronto più larga possibile, con i più estesi parametri culturali: e forse non si tratta nemmeno di aver ragione sui contraddittori, ma piuttosto di raggiungere la verità. Leggendo, si può capire l'uomo, la sua distanza da molti altri, anche da quelli qui ricordati con voluta deferenza, e, direi, la sua solitudine, che nasce, come sempre, da dentro, ed esasperata poi, in uomo così,  che sente anzitutto  il rovello della sua ricerca e della sua arte, anche dall'estrema periferia dove vive, dopo gli anni fiorentini, qui ricordati. Non so perché, ma di fronte a queste pagine, mi è tornato alla mente l'episodio, narrato nei Ricordi dal Toma, l'altro grande artista galatinese, dell' "incontro liberatorio con un pittore d'un paese otto miglia distante da Galatina; ed è quasi metafora dell'isolamento provinciale, della mancanza di confronti, della necessità di migrare che in Toma fu definitiva e radicale"[12], mentre Cavoti tornò.  Ora il testo è edito, preda, d'ogni lettore;  e forse Cavoti non avrebbe voluto. Come sempre, i moderni sono profanatori. È un bene o un male? Se non altro, e dell'altro c'è, serva questo scritto  a superare  la superficialità di giudizi che su di lui ci siamo permessi.

27 Luglio 2011

 

 

 

 

 


[1] L. Galante, Lettere inedite a Pietro Cavoti, in Bollettino Storico di Terra d'Otranto 15 (2008) pp. 247-288, benché con diversi errori di stampa.

[2] Restano  sintomatici anche della presenza toscana del Cavoti, gli studi di F. Canali- V. Galati Un amico di G.B. Cavalcaselle a Galatina…P.Cavoti..Restauri neo-medievali e arredo urbano tra Firenze, la Terra d’Otranto e la “Firenze del Mezzogiorno”, in Bollettino della Società di Studi Fiorentini 3 (1998) pp.65-82; e, degli stessi, P. Cavoti  (1819-1890), “Ispettore agli scavi e monumenti” di Galatina etc. in Bollettino Storico di Terra d'Otranto 14 (2005) pp.149-166.

[3] Alcuni di questi aspetti ho già sviluppato nella mia 'prefazione' a L. Galante, Pietro Cavoti. I tesori ritrovati. Viaggio pittorico nella Soleto dell'Ottocento etc., Galatina, EdiPan, 2007, pp. 15-21, alla quale rinvio anche per evitare duplicazione di giudizi sulla cultura del Cavoti e sul contesto della sua formazione, sulla sua produzione e sui suoi ideali politici che sono italiani, e sembrano di matrice repubblicana e forse democratica.

[4] Su di esse rinvio a G. Vallone, Un sogno e una polemica di Pietro Siciliani con la storia delle sue lettere familiari, in Scritti offerti a Donato Palazzo, a c. di A. Corrado e M. Nocera, Fasano, Schena, 2010, pp. 743-755  (Yrie, 2, 2010).

[5] Rinvenuta sempre nel Museo galatinese, dopo la pubblicazione delle lettere di cui alla nota 1, ed edita ancora da L. Galante, Sigismondo Castromediano. Lettera a Pietro Cavoti, in Il filo di Aracne, a. V (2010) n. 2, pp. 12-15; n. 3, pp 14-15.

[6] Appunto nella già citata opera: L. Galante, Pietro Cavoti. I tesori ritrovati.

[7] Lo si può rileggere in L. Galante, Pietro Cavoti. I tesori ritrovati pp. 41 ss.; ma brani Galante ne riporta anche qui nella sua 'introduzione'.

[8] Nella mia 'prefazione' a L. Galante, Pietro Cavoti. I tesori ritrovati p. 16.

[9] Da U. Gelli, Vicende di tutela su S. Pietro Apostolo a Giuliano e la Centopietre a Patù, in Le pietre raccontano. Questioni di conservazione, restauro e tutela, a c. di R. Poso, Galatina, Congedo, 2004 pp. 163-176: 170-176. Notevole il richiamo all'intervento di Giuseppe Romano (1806-1891), fratello del più noto Liborio, per la tutela della Centopietre: i Romano di Patù erano stati, se non erano ancora,  proprietari del  monumento; quanto a Domenico Daniele (1856-1933), incaricato di preventivare i costi d'una recinzione tutoria, apparteneva al notabilato locale.

[10] U. Gelli, Vicende di tutela su S. Pietro Apostolo a Giuliano e la Centopietre a Patù, p. 72. Giacomo Arditi (1815-1891) aveva un notevole passato di funzionario borbonico: G. Vallone, Dalla setta al governo. Liborio Romano, Napoli, Jovene, 2005, p. 17 e nt. 8-9.

[11] Anche questa relazione è qui edita da Galante traendola dal Museo galatinese.

[12] Sono parole mie di  una nota (del 1997) in L. Romano, Una vita in versi. Percorsi e note critiche, Galatina, Il Campanile, 2001 pp. 210-211: 211; e si legga G. Toma, Ricordi di un orfano, a cura di Aldo Vallone, Galatina, Amici del libro, 1945, p. 41 .


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