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Programma gennaio 2019
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Il vestito verde PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Francesca Maruccia   
Giovedì 18 Agosto 2011 19:02

Carluccio quel giorno aveva preso due cose: un vestito nuovo e il treno Lecce-Matino delle 13. Ed era partito, per un viaggio triste e solitario, senza la moglie fedifraga che l’aveva lasciato vent’anni prima, e senza i figli che lavoravano all’estero e non erano riusciti a liberarsi nemmeno per dare l’estremo saluto al loro zio Pasquale, quel fratello che Carluccio non vedeva e non sentiva da vent’anni, dopo che una striscia di terra si era messa fra di loro con i suoi cm. 20 x 1metro. Un vecchio amico di Carluccio, ormai il suo unico contatto con il paese, lo aveva avvertito della disgrazia, che poi tanto inattesa non era: la morte di Pasquale del classico fulmine a ciel sereno aveva ben poco, anzi, di fulmini -pardon, di avvertimenti- il Signore ne aveva già mandati più d’uno, ma lui ancora stava in piedi, alla faccia del sangue con troppo glucosio, del fumo che gli evaporava dalle narici, delle botti di vino che si scolava prima che fermentassero e dei litigi con la moglie e gli amici del bar. Niente e nessuno riusciva ad accopparlo. Era un tipo sanguigno, Pasquale, uno che le cose le sentiva e non ci passava su. Uno che a fare la parte del fesso non ci stava. Morì d’infarto, durante una partita a scopa, con in mano un settebello che non aveva avuto il tempo di calare. Eh, solo la morte poteva farlo perdere.

Il treno sembrava scassarsi ad ogni curva, ma resisteva, si manteneva miracolosamente integro e precipitava nel fondo del Salento. Che ci tornava a fare lì, Carluccio, dopo vent’anni? I genitori erano morti, con la moglie di Pasquale non si parlava, i nipoti li aveva visti quando erano bambini e adesso chissà se li avrebbe riconosciuti. E poi, se nessuno di loro l’aveva chiamato per dargli la triste nuova, era segno che lì non ce lo volevano. Ma lui ci andava lo stesso, era sempre il fratello, diamine!, e poi che contava ormai quella striscia di terra che non bastava nemmeno per un filare di pomodori?

A sessant’anni Carluccio si sentiva solo e nella sua solitudine un po’ aveva meditato e aveva capito che, come da piccoli si erano tirati i capelli per i fichi d’India, vent’anni prima lui e suo fratello Pasquale, già uomini, erano passati ad accapigliarsi per la terra e, per non sentire don Gervasio ogni santa domenica, nemmeno lo ammettevano! Assicuravano che la terra non c’entrava e che era il gesto, sì, il gesto, la pretesa, l’avidità, era quello che non potevano perdonare.

Adesso Carluccio era deciso a chiuderla lì quella storia, presentandosi alla cognata e ai nipoti con una caciotta simbolo di pace che, per ritrosia, non era mai riuscito a portare al fratello. Ma aveva preso un vestito nuovo e il treno Lecce-Matino delle 13.

Tagliò il paese a passo tranquillo, mentre tutti si giravano a guardarlo: era proprio un bel figurino, tirato a lucido, con i capelli incollati col riporto e il vestito ancora inamidato, così nuovo che se ci stavi attento potevi vederci penzolare il cartellino. Lo aveva scelto da solo, il vestito, per la prima volta nella vita, quando invece erano sempre stati i figli o la moglie a guidarlo negli acquisti, per via di quel difetto alla vista che si portava dalla nascita e non gli faceva distinguere i colori, costringendolo a vestirsi come dicevano gli altri: una cravatta viola che per lui era rosso pomodoro, una giacca blu che vedeva rosa. Carluccio voleva vestirsi con i suoi colori e quel giorno era proprio bello con il suo vestito da cerimonia. Color verde pisello.

Davanti alla chiesa quattro grassone svolazzavano all’aria fazzoletti di pizzo nero e recitavano nenie intorno alla bara. Carluccio si gettò sul feretro soffocato dai singhiozzi. La gente vociferava, rideva, tutti si facevano occhiate e lo fissavano: lui era bello e la gente era invidiosa, sì, e mettiamoci pure che mancava dal paese da vent’anni, ma fare tutta quella baldoria con un morto sotto gli occhi!

Don Gervasio, alla guida di un corteo che si allontanava mestamente dalla piazza, fu richiamato dai singhiozzi di Carluccio e dalle risate della folla. Si voltò e, vedendo il disgraziato contorcersi nel suo verde indecoroso, gli lanciò un anatema.

-“Carluccio! Un simile affronto al tuo povero fratello morto!”.

Anche il prete contro. Carluccio non capiva.

-“Padre, ma quale affronto? Io sono venuto per ricominciare! Basta con questa guerra!”.

-“Pure la commedia fai?! Vieni qui, vestito di verde pisello il giorno del funerale di tuo fratello e ne profani la memoria piangendo sulla bara del Carnevale!”.

-“La bara del Carnevale?!”.

Il corteo si allargò e apparve un’altra bara, con accanto la moglie di Pasquale e i figli che guardavano Carluccio in cagnesco e se si fossero trovati da un’altra parte e non davanti alla casa del Signore, un calcio a quello svergognato non l’avrebbe tolto nessuno.

Non bastavano un vestito del colore sbagliato e un treno arrivato in ritardo: contro Carluccio c’era anche un giorno sfortunato - martedì grasso - e una chiesa sfortunata, davanti a una piazza con due morti, il Carnevale e suo fratello.

Povero Carluccio, i suoi occhi l’avevano tradito, e il treno, mentre lui sonnecchiava, si era fermato un’ora per un guasto, ma lui non lo sapeva, perché aveva il sonno pesante e odiava gli orologi. Non sapeva, Carluccio, di aver pianto sulla bara sbagliata e di essere andato vestito come un carciofo al funerale del Carnevale.


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