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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
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Programma gennaio 2019
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Home Sallentina Ricordo di Ennio Bonea
Ricordo di Ennio Bonea PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Augusto Benemeglio   
Mercoledì 31 Agosto 2011 08:28

[col titolo "Ho cercato altri cieli" di Ennio Bonea in Ritratti salentini e gallipolini, I poeti dell'"Uomo e il Mare", Gallipoli, 2008, pp. 54-56]

 

Ennio Bonea se ne è andato a cercare “altri cieli”, si è voltato su un fianco, quietamente, al dolce rotolare d’una lama di maretta, e ha detto “amen”. Si è spento all’alba del 12 dicembre 2006 , in un clima natalizio vieto, tutto vetrine torroni e panettoni, in una Lecce “globalizzata”, capricciosa, fatua e indifferente, nulla a che vedere con la sua Lecce, che aveva conosciuto e amato come sua patria d’elezione, in cui si era immerso come un palombaro, negli odori di altri inverni fuggitivi, con le arance, i fichi secchi, il timo e il rosmarino, e le piramidi di noci, le geometrie colorate dei giardini di limoni e mandarini,  in quel fresco umidore delle corti, in quel senso di cielo e di libertà che sono proprie della sua gente, la gente della Magna Grecia, pur negli spazi dolorosi della miseria e del disincanto. Al “vecchio”  professore universitario, e grande umanista, era stato  appena conferito il premio “Il Sallentino”  “per la sua coerente, lunga e prestigiosa carriera di critico letterario, caratterizzata dal forte radicamento identitario della cultura salentina”, e mai motivazione fu più azzeccata. Nel Salento, nella sua storia e nei suoi misteri, Bonea vi si era come arrotolato, avvoltolato, avviluppato, oserei dire intrappolato, aveva scoperto il segreto interno della rosa del Sud, Lecce, città di miele, città gentile dal meraviglioso labbro chiuso, metà romana e metà arabo-bizantina, che sa parlare solo a chi sa ascoltare, nelle sue chiese, nei vicoli, negli archi e nei fornici, nelle mura antiche, aveva spaziato nella luce, tra i dadi di calci viva e le spiagge d’oro, dietro i muretti bruciati da un’estate senza scampo, tra gli uliveti scialbati dalle brode del libeccio, rasciugati dalla solitudine, aveva lì sognato un avvenire pieno di speranze, col suo cuore grande e generoso, sempre severo, coerente, irto, spinoso anche, e pur dolce come il fico d’india.

Aveva dentro di sé un guerriero spartano, una lama di maretta, una brezza inquieta, un po’ curioso, un po’ ribelle, un po’ malinconico, ma mai vinto. Ora sappiamo che il vecchio caro “mitico” professore, per molti anni titolare anche di una storica rubrica letteraria di questa Rivista, aveva cercato "altri cieli” molto tempo prima. Infatti, il grande animatore di milioni di convegni conviti e simposi,  padre putativo di mille e una iniziativa culturale, profondo conoscitore di tutte le storie e i destini consumati in questi ultimi cinquant’anni sotto i cieli salentini,  confessa di aver cercato "altri cieli”, altri mari, altri campi, altri santi, altri mondi . E’  questa la rivelazione contenuta nella silloge di poesie "Ho cercato altri cieli”, quaderno dei  “poeti dell’uomo e il Mare”, Gallipoli, 2006, curato con amore e dedizione  quasi filiale da un suo allievo e amico, Maurizio Nocera, che nella postfazione fa l’elogio del  suo “maestro” che  "ha fatto grande la mia e sua terra, il Salento”. Le nostre frequentazioni – quasi tutte epistolari - risalgono più o meno a  una trentina d’anni, con momenti di consonanza e dissonanza. Nelle ultime lettere, di qualche anno fa, c’era stata anche qualche divergenza  di vedute, che era servito a chiarirci, soprattutto a chiarire, per me, la sua straordinaria e insospettata “ umiltà”. La saggezza e l’ umiltà senza fine di quest’uomo pieno di orgoglio e pudori,  ruvido e dolcissimo, severo e sognante, come un arabo, pragmatico e visionario come un tedesco, capace di captare la non udibile musica del sogno solo con le parole, le milioni di parole che gli arrivano da tutte le parti, parole che frantumano, o  le ombre del rimorso, ombre che feriscono, o i silenzi, i laghi di silenzi immobili, muti, senza risposte, silenzi che talora uccidono. Parafrasando Th. Mann, ci si era chiesti l’un l’altro:  “Perché continuare a creare opere? Per chi? Per quale avvenire?... Eppure, un'opera, sia pure frutto della disperazione, non può avere come sostanza ultima altro che l'ottimismo, la fede nella vita...., come d'altro canto la disperazione è una cosa singolare: reca in se stessa la trascendenza della speranza. Ennio Bonea, in questa raccolta di liriche,   è pieno di amarezze, ma anche di speranze, è pieno di schegge, di asprezze , ma anche – soprattutto - uno straordinario contemplatore di nuvole, di graffi e ragnatele, di figlie del  sole , di piume di fuoco: nubi caste , d’una bellezza astratta, intellettuale, d’analisi superiore, che trovi nel Paradiso di  Dante, nelle Ville del Palladio, nell’Etica di Spinoza, o nei Dialoghi di Platone, ma anche nubi rosse come frecce di sangue, come tagli nella carne del cielo, che danno brividi di una liricità cristallina e metafisica. Ennio Bonea  insegue nuvole salentine, un mondo confuso da pizzica e mieru, da spazi e controspazi, da incendi e delitti. E’  uno – scrive C.A. Augieri nella prefazione -  che  “cerca la curvatura del cielo “.

 

Bonea  si riconosce, come Vittore Fiore,  in uno “dei bruciati cafoni” del Salento, “sempre in lotta contro la roccia da millenni”, anche lui pieno di speranza e di futuro, ma  senza i gridi, le accensioni e le ribellioni del gallipolino. Anzi, Bonea, si occulta, si ritrae, si sente “ straniero nella sua terra”, avverte quel sentimento di estraneità che è proprio del  poeta  cittadino  del mondo, del poeta, vedi Ungaretti,alla ricerca di un paese innocente, un paese iniziale. E’ vero che  “Ho cercato altri cieli” è una raccolta di liriche che  risalgono a quasi cinquant’anni fa, ma la poesia, quando è tale, non ha età, e ci  rivela  un Bonea essenziale, nudo, “a cielo aperto”,  limone spartano aspro e succoso, bulbo turco, pianta selvatica e profumata, ma anche  ”aquilone sui tetti”, “grido di trottola“, “noce infilata”, in un rosario di memorie di luci e di pianto  di un Salento fatto di musiche di capre sulle strade/ che perdono l’asfalto nel paese/ e gridi di fanciulli / in nuvole di polvere… con “i pini adirati col sole/dietro cabine a casematte/ e la terra salmastra, rossiccia/ come l’argilla cotta/ dei vasi di San Pietro…/ o le facce scritte dei vecchi/ sui muri bianchi delle case…e lo scirocco carico di mare/ che s’attacca sui panni”. C’è un richiamo piuttosto traparente al “suo”  Bodini della Luna dei Borboni, che Bonea ha lungamente studiato, approfondito, scandagliato, amato (memorabile una sua biografia sul poeta leccese), ma non c’è la violenza bodiniana, né  il suo proverbiale  maledettismo e orgoglio smisurato, che lo ha di fatto allontanato dalle problematiche salentine e dall’amore della sua gente (Bodini, a trent’anni dalla sua morte, non è tuttora amato nel Salento), quindi dalla possibilità di contribuire concretamente al riscatto della propria terra. Bonea, invece, non è fuggito, è rimasto, nonostante il desiderio di  altri cieli, altri mari, altri santi, altri campi, altre pietre, altre penelopi  dietro i vetri delle finestre. Finito il tempo dei lamenti, dei gridi (i suoi sono stati gridi intimi e sommessi), ma anche delle elegie e dei sogni, del corteggiamento delle nuvole, laghi di silenzio e tappeti degli angioli, Ennio  Bonea  nonostante il suo desiderio di evasione, andare lontano “sempre più lungi dal luogo di nascita “, il desiderio di scrivere “la poesia mai scritta”, è rimasto in trincea a combattere, presso l’Università di Lecce, ha smesso, ufficialmente, di scrivere poesie, ed è divenuto uno dei personaggi mitici della intellighenzia salentina, tuttora sulla breccia,  incartato con fogli di storia , poesia e satira, per far conoscere il Salento e i suoi epigoni, valorizzare nuovi poeti e artisti come Verri, Toma, Ruggeri, Massari, De Candia, ecc., trovando il tempo per occuparsi di tutti noi , scriba  per decreto di condanna, o riscatto, poeti  e scrittori più o meno domenicali, con velleità artistiche, dimostrando grande pazienza, disponibilità e umiltà, - come sottolinea Maurizio Nocera-,  a cui ultimo va il grato riconoscimento per averci donato questo gioiello  portato alla luce, “questo  lavoro manuale per ciechi” (la vera poesia la si vede e la si ascolta con il cuore), ”fatto con mani di un rosso biancore di conchiglia” e l’umile silenzio di giacinti.


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