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Gli elettori hanno più armi della cultura PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Lunedì 05 Settembre 2011 16:06

[Nuovo Quotidiano di Puglia del 5 settembre 2011]

 

Intanto ringrazio il direttore Scamardella per avermi citato come editorialista  nel suo fondo di ieri, dedicato ancora agli sforzi (e agli spiragli) della cultura nel Salento. Mentre lo leggevo mi chiedevo se potrei definirmi un intellettuale. In Italia chi, come me, studia la natura non viene di solito considerato tale. Gli intellettuali sono filosofi o letterati, tutt’al più economisti. Io forse appartengo alla categoria dei tecnici. A dir la verità, comunque, queste etichette mi interessano poco e mi diverto a fare l’intellettuale (tra virgolette) anche solo per far innervosire gli intellettuali di professione.

E’ dal 1987, quando sono arrivato qui, che chiedo: quale è il futuro del Salento? Abbiamo visto che l’industria pesante, come quella sviluppata a Brindisi e a Taranto, ha portato molto degrado dell’ambiente e della salute umana. E comunque queste attività oramai si esportano in paesi che non si curano né dell’ambiente né della salute umana. Il turismo di massa modello Rimini va bene in posti che hanno poca natura da offrire, mentre noi abbiamo un mare e una costa splendidi, proprio perché in molti posti non c’è ancora “niente”. E “niente” è un valore preziosissimo.

Abbiamo un patrimonio culturale formidabile, in termini di architettura, paesaggi rurali, archeologia di livello altissimo, dai megaliti ai romani. Abbiamo un’agricoltura di livello internazionale, con vino e olio con ulteriori potenzialità di miglioramento, una cultura del cibo di tutto rispetto (cose che non si possono esportare in Cina). E poi c’è la natura, il mare e i paesaggi in generale. Questo è un posto dove è bello vivere, dove la gente di tutto il mondo ha voglia di comprare casa e di stabilirsi, magari per produrre qui quel che le fa vivere, spesso in termini di cultura. E c’è una cosa che manca: la cultura mafiosa, o camorrista, o della ‘ndrangheta. Una mancanza che fa della Puglia un vero paradiso potenziale.
Però ci vuole un disegno, un progetto. Dove vuole andare il Salento? Vuole diventare un centro di produzione industriale? Le zone industriali sono piene di capannoni vuoti, frutto di truffe all’Unione Europea. Non possiamo continuare così. Io continuo a pensare che produrre roba che si mangia abbia una importanza assoluta, e produrne di buona qualità sia ancora più importante. Ma non basta. Bisogna essere in grado di venderla bene, senza essere strozzati dai mediatori. Ci vuole organizzazione, per la conservazione, la distribuzione, il confezionamento, il miglioramento della produzione. Per fare cose uniche. Ne abbiamo tutte le potenzialità. E poi c’è il turismo di alta qualità, quello che si fa con la cultura, con l’ambiente integro, con la destagionalizzazione delle visite.

Il Salento ha già l’immagine di tutto questo, viene già percepito come qualcosa del genere. Anche se poi spesso la promessa non viene mantenuta.

Se c’è questa percezione, forse lo si deve proprio agli “intellettuali” che, attraverso i media, veicolano questa immagine. Però non vedono quel che c’è, vedono quello che vorrebbero ci fosse. E, aggiungo io, ciò che è veramente a portata di mano. Ma qui non sono gli intellettuali a venire meno. Sono i politici che, una volta per tutte, devono spiegare cosa vedono come futuro. Il vescovo si scaglia contro sagre e fiere e festival che durano un giorno, e bruciano molte risorse che potrebbero essere utilizzate in imprese molto più durature (penso al taglio totale dei sostegni della Provincia al Museo di Biologia Marina di Porto Cesareo, visitato ogni anno da undicimila persone). Ovviamente la filosofia del “panem et circenses” paga da un punto di vista di consenso politico. Gli elettori probabilmente preferiscono le sagre ai musei, e i politici li accontentano. D’altronde, se non lo fanno non vengono rieletti.

Il problema, quindi, alla fine è negli elettori e nei politici che scelgono. E’ un problema di cultura dominante, condivisa dalla maggioranza della popolazione. In democrazia è la maggioranza a dettar legge, e gli intellettuali di solito sono mal sopportati a meno che non dicano alla maggioranza quel che vuol sentirsi dire. Se i programmi politici si fanno con i sondaggi, e si dice alla gente quel che già pensa, per portarla a votare per qualcuno in cui si identifica, si vincono le elezioni ma si porta il paese alla rovina. Ci hanno preso in giro per anni dicendoci che le tasse sono un male e che tutto si aggiusta togliendole. Ora, chi ci ha venduto questa fandonia (che tutti vogliono sentirsi raccontare) sta alzando le tasse a chi le ha sempre pagate e, ancora, non osa farle pagare a chi non le ha mai pagate. Il dubbio è che chi non paga sia maggioranza. La minoranza che paga si ritrova quindi cornuta e mazziata. Ma, alla fine, con queste politiche, il paese va in malora. Intellettuale o no, chi mi dirà di voler diminuire le tasse non prenderà il mio voto, e chi me lo ha detto fino a ieri deve fare un passo indietro, perché il suo disegno politico è fallito. Il sogno del paese senza tasse si è schiantato contro il muro della realtà. Che i politici scendano a terra e ci dicano il loro disegno. Noi intellettuali, tra virgolette o no, diremo la nostra opinione, come sempre.


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