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Dal fondo del cassetto 3 PDF Stampa E-mail
Recensioni
Sabato 10 Settembre 2011 07:15

[Articolo pubblicato sul “Quotidiano”, venerdì 12 luglio 1985, p. 17]

 

Karen e la sua Africa

 

“Ombre sull’erba”, il libro che la Casa Editrice Adelphi presenta al numero centosettantasette della collana “Piccola Biblioteca”, è l’ultimo scrigno, pieno di ricordi africani, offerto da Karen Blixen al suo pubblico.

Sono pensieri posati sulla carta molti anni dopo aver lasciato l’Africa, la fattoria e tutti coloro che le erano accanto, da Farah a Kamante, alle vecchie Kikuyu, al toto, ai suoi amici europei.

Quando scrive, Karen Blixen è nel suo castello danese di Rundstetlung, guarda il paesaggio nordico e pensa all’arsura dell’Africa con quel tipico armonizzare nel proprio cuore i due mondi della sua vita. Due mondi che non l’avevano lacerata nella loro diversità, attraendola da poli opposti, ma avevano costituito l’”unità creativa” del suo scrivere.

«In Africa l’ingresso nella mia vita di un’altra razza, essenzialmente diversa dalla mia, corrispose in me ad una misteriosa espansione del mio mondo. La mia voce e la mia canzone, vivendo là, acquistarono una seconda voce, e nel duetto divennero più ricche e più piene.»

Isak Dinesen (questo il suo nome non letterario) giunse in Africa nel 1913, sposandosi nel 1914 col cugino Blixen-Finecke di nobili titoli, e lì restò a lungo, portando avanti, per lungo tempo da sola, una fattoria, la quale anche dopo la partenza nel 1931 fu l’ovile non dimenticato, rincorso sempre con la memoria e cantato ne “La mia Africa”.

I quattro capitoli del libro non sono bozzetti accennati e ammucchiati. C’è un’unità di fondo determinata dalla fattoria e dallo spirito esploratore che spinge Karen Blizen a cercare di sviscerare il mondo africano che le è intorno.

È qui evidenziato con forza il rapporto complesso, fatto di sorprese, di incomprensioni, di armonie, tra l’autrice e gli indigeni che vivevano in contatto con la fattoria.

Si determina un momento di confronto tra due culture le quali, in questo caso, non s’azzannano, ma osservano stupite, mentre cercano un punto dove le proprie differenti idee si possono incontrare. È uno sforzo perché la comunità della fattoria possa vivere, non sopravvivere.

Fra gli amici della vita narrata nel libro risalta Farah, immigrato in Kenya dalla Somalia.

«Mentre io sono qui», comincia Karen Blixen, «venticinque anni dopo, a raccogliere altri episodi della mia vita in Africa, una figura leale, sincera, e molto bella da vedere, li custodisce tutti: il mio servitore somalo Farah Aden. Se qualche lettore per caso obiettasse che potrei scegliere una persona più importante, gli risponderei che ciò non sarebbe possibile».

«Farah venne a ricevermi ad Aden nel 1913, alla vigilia della prima guerra mondiale. Per quasi diciott’anni si occupò della mia casa, delle mie scuderie e del safari (…)».

«Oggigiorno la parola “gentiluomo” viene presa meno sul serio che in passato, o almeno ci sembra che un tempo essa si prendesse un po’ troppo sul serio. Ma per l’appunto Farah si prendeva sul serio».

«Se questa parola può essere intesa come descrizione o definizione di una persona che ha nel sangue il codice d’onore della sua epoca e del suo ambiente, una sorta d’istinto – così come il vero giocatore di cricket o di calcio ha nel sangue le regole del gioco, e mai, in nessun caso, potrebbe lanciare la palla sulla testa dell’avversario – allora Farah era il gentiluomo più perfetto che io avessi mai incontrato».

Di seguito c’è Juma che, dopo la partenza di Karen Blixen, ritornava alla fattoria, facendo tanta strada a piedi per potervi giungere, per passeggiare e ricordare il tempo andato.

Appare Abdullahi, il piccolo toto che la convince a mandarlo a studiare, benché Karen non avesse in quel momento grandi possibilità economiche, e, anni dopo, a comprargli una macchina per scrivere, riuscendo così a diventare, grazie anche a quello strumento, giudice stimato ad Hargeisa.

È sempre presente Kamante, «incallito ed inguaribile scettico», «l’eterno eremita, l’esemplare ‘briccone’ per sua scelta totalmente isolato dal branco», che nei suoi sogni le appare «sotto forma di un elefante nano o di un pipistrello».

Così di seguito son riproposti altri ritratti che la memoria conserva con affetto e che sono rimasti e rimarranno negli anni.

Il libro è, infine, un altro contributo d’affetto di Karen Blixen ai suoi amici africani, un modo, come i precedenti, per donare a sé e a loro una piccola fetta d’immortalità.


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