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Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
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Sospensione attività in via precauzionale
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Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
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Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
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Stagione teatrale a Lecce
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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 7 PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Domenica 11 Settembre 2011 08:21

[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, 11 settembre 2011]

 

Manovra sbagliata per filosofia e impianto

 

La doppia recessione dell’ultimo triennio è largamente imputabile alla crescita esponenziale della sfera finanziaria. Si tratta di ciò che viene comunemente definito finanziarizzazione, e che consiste nel fatto che le imprese – soprattutto di grandi dimensioni – hanno destinato quote crescenti dei loro profitti nei mercati azionari, generando – su fonte Banca d’Italia – un rapporto fra valore degli strumenti finanziari e PIL pari, nel 2006, a quasi 8 volte in Italia e a oltre 10 volte negli Stati Uniti, a fronte di un rapporto circa pari a 3 all’inizio degli anni ottanta. In altri termini, la numerosità delle transazioni che si svolgono nei mercati finanziari è oggi un multiplo degli scambi di beni e servizi nella cosiddetta “economia reale”.

Si tratta di un fenomeno relativamente recente, che ha modificato strutturalmente la relazione fra capitale produttivo e “capitale fittizio”, le cui cause possono essere individuate in tre fattori. In primo luogo, e soprattutto per quanto riguarda l’Italia, l’aumento del rapporto debito pubblico/PIL, dal 60% al 120% nel corso degli anni ottanta, ha costituito di fatto un potente incentivo a ricorrere ai mercati finanziari, in una fase – peraltro – caratterizzata da rendimenti elevati dei titoli di Stato. In secondo luogo, e con riferimento al complesso delle economie industrializzate e nei tempi più recenti, viene fatto osservare che la deregolamentazione dei mercati finanziari ha costituito se non altro una condizione permissiva per la speculazione. In terzo luogo, si può rilevare che il grado di finanziarizzazione è cresciuto a partire dall’avvio delle politiche di deregolamentazione (in particolare del mercato del lavoro) e dalla svolta neoliberista dei primi anni ottanta. Su fonte OCSE, si rileva che il labor share (la quota dei salari sul PIL) si è ridotto di oltre 5 punti percentuali nell’ultimo ventennio, nei principali Paesi industrializzati, principalmente a ragione delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro, con significativa accelerazione in Italia. Si può quindi stabilire che la finanziarizzazione è (anche) il prodotto della precarizzazione del lavoro. Quest’ultima relazione è significativa e di agevole spiegazione. La caduta dei salari, comportando riduzione dei consumi, ha indotto le imprese a contrarre la produzione, in un contesto – peraltro – di continua riduzione della spesa pubblica e, dunque, di contrazione dei mercati di sbocco. Contestualmente, la caduta dei salari ha determinato un aumento dei profitti al quale, proprio a ragione della riduzione della domanda aggregata, non ha fatto seguito un aumento degli investimenti e dell’occupazione. Gran parte dei profitti ottenuti mediante deflazioni salariali è stata destinata alla speculazione e, nei tempi più recenti, alla speculazione sui titoli del debito pubblico, generando una spirale viziosa che si è articolata in questi passaggi. La speculazione sui titoli del debito pubblico di singoli Paesi (Grecia in primis) ha indotto i Governi a ridurre il rapporto debito pubblico/PIL, al fine di minimizzare il rischio di un contagio di attacchi speculativi. La riduzione del debito si è manifestata sotto forma di minore spesa pubblica e maggiore pressione fiscale, soprattutto a danno del lavoro dipendente, con ulteriore compressione dei salari, in una spirale viziosa fatta da riduzioni di gettito fiscale (a causa della minore occupazione e del fallimento di imprese) seguìti da ulteriori tagli alla spesa pubblica e da ulteriore riduzione dell’occupazione e del gettito fiscale.

In questo scenario, si inserisce la manovra correttiva predisposta dal governo italiano, con maggiore imposizione fiscale e minore spesa pubblica per un ammontare complessivo di oltre 55 miliardi di euro tra il 2012 e il 2014. Una parte della manovra entra a regime al 2011 per un importo di quasi 2 miliardi di euro, mentre per il 2012 è previsto un intervento di 23.932 miliardi, e per il 2013 i tagli ammonteranno a 49.865 miliardi di euro. A ciò si aggiungono ulteriori provvedimenti di precarizzazione del lavoro. Ci si riferisce al c.d. contratto di prossimità, che, nelle intenzioni del Ministro Sacconi, costituisce un primo passo per superare il contratto collettivo nazionale, e che non può far altro che acuire il problema. In un regime di elevata ‘flessibilià’ del lavoro, infatti, essendo elevata l’incertezza sul rinnovo dei contratti, i lavoratori tendono a ridurre i consumi correnti, e conseguentemente, le imprese non trovano mercati di sbocco sufficientemente ampi per vendere quanto producono (o quanto potrebbero produrre).

Si è ripetutamente detto, anche su fronte confindustriale, che la manovra non contiene provvedimenti per la crescita. Si tratta di un’interpretazione molto ‘benevola’, dal momento che, di fatto, le misure adottate non possono che aggravare la già intensa recessione in atto. Sono ormai molti gli economisti – non solo italiani - che invocano una radicale revisione di questa impostazione, sollecitando maggiore spesa pubblica e minore imposizione fiscale, soprattutto a beneficio delle famiglie con più bassi redditi. La motivazione essenziale che sorregge proposte di radicale cambiamento di rotta sta nel fatto che la crescita, in questa fase, non può essere trainata dai consumi (essendo i salari bassi e in riduzione), né dagli investimenti (date le aspettative pessimistiche delle imprese), né, soprattutto nel caso italiano, dalle esportazioni, dal momento che le nostre imprese (di piccole dimensioni e poco innovative) non sono in grado, salvo rare eccezioni, di competere con successo nei mercati internazionali. Da ciò segue – si argomenta - che il solo strumento disponibile per fuoriuscire dalla crisi è una rilevante iniezione di liquidità da parte dell’operatore pubblico, innanzitutto per generare un aumento dei consumi. A ben vedere, gli effetti benefici di una politica fiscale espansiva (associata a maggiore regolamentazione del mercato del lavoro) riguarderebbero non solo i consumi, ma anche gli investimenti, secondo un effetto stando al quale all’espandersi dei mercati di sbocco le imprese sono incentivate ad accrescere la produzione. Vi è di più. Se anche si accetta la discutibile opinione dominante, per la quale l’aumento della spesa pubblica, implicando un aumento del debito pubblico/PIL, incentiva le speculazioni, segue che gli attacchi speculativi sui titoli del debito pubblico possono essere motivati non necessariamente da un ampio volume assoluto del debito pubblico, ma anche (e soprattutto) dalla bassa crescita economica del Paese che li subisce. In tal senso, l’adozione di politiche fiscali espansive in regime di crisi, proprio in quanto contribuisce a far crescere occupazione e produzione, potendo dunque ridurre il rapporto debito pubblico/PIL, può rivelarsi un efficace dispositivo per scongiurare il rischio che il Paese si avvii lungo il percorso drammaticamente seguito dalla Grecia.

 


 


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