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Sallentina
Scritto da Antonio Mele/Melanton   
Giovedì 15 Settembre 2011 08:05

LÀURI & SCIACUDDHI

Viaggio nel mondo fantastico delle leggende popolari del Salento
alla scoperta di gnomi, folletti e altre meraviglie.

 

[Già pubblicato ne “Il filo di Aracne”, gennaio-febbraio 2010, n. 1 ]

 

Prima puntata

IL PICCOLO POPOLO MISTERIOSO

Chi, da bambino (ma credo anche in età adulta), non è rimasto letteralmente estasiato dai tanti racconti e dicerie – quasi sempre, per scaramanzia o incredulità, bisbigliati sottovoce – che avevano come prim’attore il mitico e inafferrabile Sciacuddhi?

Personaggio fantastico delle leggende salentine di ieri e di oggi, indefinibile tanto nella sua sfuggente iconografia di satirello, fantasmino, gnomo, folletto, diavoletto, elfo, quanto nel nome (Sciacuddhi a Galatina e in gran parte della Grecìa, Monaceddhu a Gallipoli e dintorni, Làuru e Laurieddhu nella zona di Lecce e del Capo di Leuca, ma altrove noto anche come Scazzamurrieddhu, Tiaulicchiu, Carcagnulu, Scarcagnulu, Uru, e simili), questo sapido spiritello tutto pepe, non più alto di un soldo di cacio, animato da un carattere burlone e dispettoso, è stato per i nostri antenati, e lo è ancora per noi, l’assoluto protagonista di altrimenti inspiegabili beffe, birbonate, furtarelli, sparizioni, canzonature e tiri mancini d’ogni genere, giocati allegramente alle nostre spalle.

Pur continuandomi a dare qualche piccola noia (soprattutto quando mi fa sparire d’improvviso – facendoli poi ricomparire quando meno me l’aspetto – gli oggetti di cui in quel preciso momento ho più urgente bisogno, tipo le chiavi di casa o gli occhiali di lettura), confesso che, fin dalla mia infanzia e adolescenza, ho sempre sentito come una sorta d’incanto e un’istintiva complicità per le mirabolanti gherminelle di questo magico e ineffabile mattacchione, sognando perfino d’incontrarlo, prima o poi, da qualche parte... Magari nella stalla di qualche vecchia masseria, intento ad intrecciare le criniere di asini e cavalli (che da ragazzo ho avuto modo di ammirare a bocca aperta tantissime volte) o ad annodargli furbescamente le code, oppure in procinto di disturbare il sonno a qualche sventurata fanciulla, saltellando nottetempo sul suo letto (e sul petto) per farle mancare il respiro, o ancora a mettere sottosopra le cucine e dispense delle povere massaie, fracassando piatti e bicchieri, battendo rumorosamente i coperchi delle pentole, rubacchiando e nascondendo cibarie o disperdendo ovunque mestoli e stoviglie...

Discolaccio. Sfacciato. Impertinente. Birbone. Ma sempre simpatico e gioviale. Questo, nel nostro immaginario, era ed è lo Sciacuddhi. Le cui origini misteriose, pur alla lontana comparabili con alcuni personaggi delle culture popolari di tradizione anglosassone e nordeuropea, e in parte riconducibili anche all’universo fiabesco di Andersen o dei fratelli Grimm, sono ben distinte e caratterizzate in tutto quello che fu il Regno di Napoli, e particolarmente nel territorio della nostra antica Terra d’Otranto.

Per chi non lo sapesse, lo Sciacuddhi – o, nella fattispecie, lo Scarcagnulu (com’è abitualmente chiamato in tutto il Brindisino) – fu perfino celebrato, nel 1954, da Domenico Modugno in una delle sue prime canzoni e incisioni discografiche. Nativo di Polignano a Mare, Mister Volare, com’è noto, visse la propria giovinezza a San Pietro Vernotico, e le sue iniziali produzioni musicali – da Ventu de scirocco a La donna riccia, passando per Lu pisce spada, Mùsciu nìuru, Lu pupu, Sirinata a na dispettosa e lu Scarcagnulu – ispirate in gran parte ai vecchi “cunti” delle nostre contrade, furono appunto create quasi tutte in dialetto salentino, all’epoca erroneamente scambiato (o forse volutamente strumentalizzato) per siciliano.

Quanto all’etimologia dei diversi nomi del nostro impareggiabile folletto, molte sono le congetture. L’assai diffuso termine Làuri – e quindi Laurieddhi, che sarebbero gli spiriti dei bambini morti prematuri e non battezzati – deriverebbe verosimilmente dalle antiche divinità protettrici della casa, i Lari di tradizione romana.

Secondo lo storico Luigi Giuseppe De Simone (1835-1902), che nel 1876 ne fece uno studio approfondito in una specifica sezione del suo interessante volume La vita nella terra d’Otranto, essi sono appunto da considerare le anime dei buoni antenati della famiglia, legate strettamente alla casa che si curano di proteggere”, vegliando sul raccolto e sul bestiame, riempiendo di caramelle le culle dei bambini, e talvolta facendo generose regalie o fornendo le giuste informazioni per il ritrovamento di tesori nascosti (la famosa e mitica acchiatura – alla lettera: “trovatura” o scoperta –, di cui nel Salento ancora oggi si favoleggia).

Quanto appena detto riguarda ovviamente i Làuri buoni, perché i Làuri maligni o semplicemente spiritosi e burloni, si divertono a fare i dispetti più vari, come quello classico già prima descritto, che tende ad affaticare il respiro delle persone prese di mira durante la notte, appisolandosi sul loro petto dopo essersi resi per di più pesantissimi. Il termine Carcaluru o Carcagnulu – con cui lo Sciacuddhi viene indicato in varie altre zone della Puglia meridionale – proviene appunto da tale molesta abitudine di ‘calcare’ o comprimere l’addome dei malcapitati, provocando conseguentemente malesseri e insonnie.

Stando alle differenti testimonianze di chi ha avuto la ventura d’incontrarli, gli Sciacuddhi avrebbero un aspetto curioso e bizzarro, mescolando talora caratteristiche diverse, congeniali di volta in volta a nani, gnomi, elfi, folletti: di bassissima statura (ben sotto il mezzo metro), con il corpo peloso, le orecchie pizzute, i capelli scuri e riccioluti che fuoriescono appena dall’immancabile cappello rosso a punta con o senza sonaglio (del quale sono gelosissimi, essendo fra l’altro il loro portafortuna e la fonte dei loro poteri magici), con la barbetta a volte rada e corta, altre volte bianca e lunga, alcuni dotati anche di coda come i satirelli, indossano vestiti di panno color muschio o tabacco, camminano a piedi nudi, e alloggiano di solito fra le travi del tetto, dentro gli anfratti dei camini, nei pertugi di soffitte, cantine e sottoscala, o negli angoli più segreti e irraggiungibili della casa.

Sempre arguti e sorridenti, hanno occhi penetranti e mobilissimi, e quando sono di buonumore fanno sentire i loro risolini maliziosi, fischiando o squittendo come topolini, senza smettere mai di saltellare e giocare, e architettando imprevedibili scherzi.

Se vi dovesse capitare d’incontrarne uno, e vi ponesse la seguente domanda: - Vuoi soldi o cocci?, rispondete senza esitare: - Cocci!, e avrete in regalo una pentola di monete d’oro. Infatti, lo Sciacuddhi fa sempre il contrario di quello che gli si chiede. Un altro modo infallibile per ingraziarseli e ottenere le loro munifiche elargizioni, è quella di regalargli un paio di scarpe, che è il regalo che apprezzano di più (...attenti, però, a non sbagliare misura!). E infine, se vi indispettiscono in modo esasperato, fate in modo d’appropriarvi del loro cappello rosso: è la cosa che considerano la più preziosa al mondo (anche perché, come già detto, è la ‘centrale’ del loro potere magico), e con quello nelle vostre mani li potrete facilmente piegare ad ogni vostro volere e desiderio.

Per quanto riguarda i bersagli dei loro scherzi, le preferenze degli Sciacuddhi sono in genere orientate verso le donne.

Un po’ rischioso, in verità, essendo arcinoto che esse ne sanno una più del diavolo (La fèmmana sape addhu lu diavulu tene la cuda). Figuriamoci quando hanno a che fare con un piccolo e indifeso ‘satanasso’ in miniatura!...

- Nunna, nunna, mi faci do’ pìttule, ca poi te rrecalu?, disse un giorno uno Sciacuddhi ad una donna di casa di Cutrofiano. - Ce mme rrecali?, chiese quella. - Dieci monete d’oro! - E va bene, ma comu le fazzu, le pìttule? Nu tegnu né farina né oju... - Nu te preoccupare, replicò lui. E in meno di un minuto, sparì e ritornò con un bella saccoccia di farina e un bottiglione d’olio, rimediati furtivamente da chissà dove.

Così la massaia si mise di buona lena a preparare le pìttule. E più ne faceva più lo Sciacuddhi ne mangiava, tanto che, per l’ingordigia, gli si andava gonfiando la pancia a vista d’occhio. - Mbè, nun è ora cu mi rrecali le monete d’oro?, sollecitò la massaia, che aveva altre faccende da sbrigare. - Sine, sine, nunna mia, ma prima fammi do’ addhe pìttule cu le portu a l’amici ca sta me spettanu sotta a la pineta, cusì le ssaggianu puru iddhi, e mparanu finalmente ci ede ca sape cu fazza le pìttule bone... Comu te chiami de nome, ssignurìa?

A questo punto la massaia, già stanca e irritata per la fatica, e sospettando per di più che alla fine, una volta sazio, poteva restare beffata dall’infido folletto, gli rispose: - Me chiamu “Iu stessu”. E senza tanti riguardi, afferrò lu Sciacuddhi, lo gettò nella padella, e lo lasciò friggere nell’olio bollente insieme alle pìttule, uscendosene in giardino ad appendere il bucato.

- Presto! Presto! Venite! Venite!, strillò lo Sciacuddhi, rotolandosi nella padella per il dolore. E agli amici appena sopraggiunti, che gli chiedevano chi fosse stato a metterlo nell’olio bollente, quello continuava a ripetere: - Iu stessu! Iu stessu!

Così gli amici, convinti di trovarsi di fronte all’ennesimo ed eccentrico scherzo del loro compagno, se ne andarono via, lasciandolo al suo destino.

A presto! (1. continua)

 

***

 

Seconda puntata

DALLA TERRA D’OTRANTO AL REGNO DI NAPOLI.

Abbiamo avuto modo, nella prima puntata di questo viaggio speciale, di fare conoscenza con il mondo misterioso dei Làuri e degli Sciacuddhi del Salento, minuscoli esseri faceti e dispettosi, il più delle volte inafferrabili, che dimorano soprattutto nelle campagne ma anche – se e quando ne hanno voglia – nelle nostre case di città.

A somiglianza degli elfi, gnomi e folletti delle fiabe, e con qualche differenza di condotta rispetto alle classiche divinità domestiche dei Lari e dei Penati (che nell’antica tradizione romana erano associabili ad autentici ‘angeli custodi’, particolarmente devoti alla casa e alla famiglia destinate alla loro protezione), gli Sciacuddhi e compagni – altrimenti detti, nelle varie zone dell’antica Terra d’Otranto, Scazzamurrieddhi, Monaceddhi, Carcagnuli, Uri e simili – si fanno quasi sempre beffe di noi, lasciandoci letteralmente ammattire con i loro ripetuti maliziosi e spudorati dispetti.

Per dovere scientifico, sarà bene altresì precisare che gli Sciacuddhi salentini non vanno considerati come un fenomeno a sè stante, ma sono anzi in buona e vivace compagnia. Nel senso che, pur conservando fortemente una propria specifica caratterizzazione e ‘identità’, essi trovano varie corrispondenze con altre analoghe entità fantastiche, presenti in diverse culture regionali italiane. Come, come ad esempio, i Monachicchi della vicina Basilicata, dei quali si è interessato perfino il più ‘meridionale’ degli scrittori del Nord, Carlo Levi, il cui nome è fatalmente legato al suo mitico Cristo si è fermato a Eboli, capolavoro letterario e sentimentale che più e meglio d’ogni altro rende ‘nudo e crudo’ il senso della cultura e della civiltà dimenticate del nostro Mezzogiorno (e particolarmente della disperante realtà lucana negli anni ‘30 del secolo scorso, da Levi direttamente conosciuta durante il confino patito per il suo ardimentoso antifascismo).

Così egli descrive i Monachicchi di Grassano (Matera): “... sono esseri piccolissimi, allegri, aerei, corrono veloci qua e là, e il loro maggior piacere è di procurare ai cristiani ogni sorta di dispetti. Fanno il solletico sotto i piedi agli uomini addormentati, tirano via le lenzuola dei letti, buttano sabbia negli occhi, rovesciano bicchieri pieni  di vino, si nascondono nelle correnti d’aria e fanno volare le carte, e cadere i panni stesi in modo che si insudicino, tolgono le sedie di sotto alle donne sedute, nascondono gli oggetti nei luoghi più impensati, fanno cagliare il latte, danno pizzicotti, tirano i capelli, ronzano e pungono come zanzare, e di notte prendono di mira le code e le criniere dei cavalli, che amano intrecciare inestricabilmente”.

Ma il folletto per eccellenza in tutto il Regno di Napoli – ancora oggi fra i più amati e temuti dal popolo, potendo essere sia benigno che maligno – è il famoso Munaciello, del quale si sono interessati anche illustri personalità della cultura come Matilde Serao e Eduardo De Filippo. Di origine storico-leggendaria, si dice che ‘o Munaciello altri non fosse che il frutto d’amore clandestino tra la figlia di un ricco mercante partenopeo, Caterinella Frezza, e un garzone, Stefano Mariconda, sgradito alla famiglia di lei, e per questo assassinato nel 1445, alla presenza dell’amante. La giovane donna, quasi impazzita per l’atroce delitto, si ritirò in un convento e qui diede appunto alla luce un bambino, nato deforme, con la testa molto più grande del corpo rachitico e minuto, che fu vestito di un piccolo saio bianco e nero, e poi destinato, secondo la tradizione, a girovagare per le strade come un fantasma.

Sfuggito dai più perché considerato portatore di sventure, da altri ricercato per avere un po’ di fortuna, con qualche numero buono da giocare al lotto, ‘O Munaciello – come recita un diffuso proverbio partenopeo – a chi arricchisce, a chi appezzentisce, significando appunto la doppia e opposta personalità del personaggio, buona o cattiva a seconda dei momenti, peraltro chiaramente espressa dal colore del cappuccio che indossa: se rosso, è segno che egli è di buon umore (e possono quindi sortirne vantaggi positivi e sorprendenti); se è nero, allora non resta che fare tutti gli scongiuri possibili per proteggersi in qualche modo dalle più svariate sciagure.

L’influenza del Munaciello nel costume popolare – peraltro presente anche nella “smorfia” col numero 37 – è davvero così forte e incisiva che nel Pragmatica de locato et conducto (la raccolta delle leggi e consuetudini che regolavano gli affitti delle case, entrata in vigore a Napoli nel 1588), si può leggere uno specifico articolo di legge, nel quale è esplicitamente evidenziato che qualora il locatario abbia a subire nella propria abitazione turbamenti e distrazioni dagli spiritelli maligni volgarmente denominati ‘Munacelli’, gli è permesso di abbandonare la dimora affittata senza pagare alcuna pigione!

Tornando allo Sciacuddhi di casa nostra, gradevolissima mi sembra (anche sotto il profilo squisitamente letterario) la minuziosa descrizione che ci offre al riguardo lo studioso salentino Sigismondo Castromediano (1811-1895): “...Irritante ed irritabile, danneggia e benefica, secondo capriccio. È il dio Lare di quei tuguri che sceglie a dimora, e dei quali suole impossessarsi scendendo dai tubi fumaioli d’un camino. [...] Le cento e più volte ho sentito dipingerlo basso, anzi piccin piccino, gobetto, con gambe un po’ marcate in fuori, peloso di tutta la persona, ma d’un pelo morbido e raso. Copregli il capo un piccolo cappelletto a cono e indossa una corta tunica affibbiata alla cintola. [...] Bazzica volentieri nelle stalle, dove ospitatosi una volta difficilmente ne esce: impadronitosi di una di esse, tosto s’innamora della cavalla o dell’asina che meglio gli garba, e l'assiste e la carezza di preferenza, nutrendo della biada sottratta alle compagne, o altrove rubata. È da notare che la bestia favorita gode l’alto onore d’essere da lui stesso strigliata, lisciato il pelo ed intrecciati graziosamente i crini del collo e della testa. Di giorno non appare giammai, esercitando di notte le sue trappolerie. Talaltra volta, scapolato quatto quatto da pertugi inosservati, o da catasta di vecchie quisquiglie, eccolo a metter sossopra masserizie ed annessi, cambiandogli di luogo, a sparecchiar gomitoli e tele del telaio o a svegliar le persone, rompendo piatti, bottiglie, bicchieri. Guai se è in collera col suo ospite. Se questi dorme i suoi sogni dorati, allora improvviso gli cavalca il petto e glielo calca fino a fargli perdere il respiro”.

Un diavoletto pestifero, insomma! Che ne combina una dietro l’altra...

Ma non è sempre così. A me (nonostante di dispetti me ne abbia fatti d’ogni sorta, e ancora non la smette...), confesso che fa quasi tenerezza. In fin dei conti, può ben considerarsi un giocherellone. Quel che si dice una simpatica canaglia.

Chi li conosce bene sa che gli Sciacuddhi sono infine generosi, e che dopo averle tormentate beneficano spesso le proprie vittime con munifiche donazioni. Inoltre, egli assolve a varie incombenze di sorveglianza, sicurezza e utilità: tenendo, ad esempio, gli animali selvatici lontano dai campi coltivati, vegliando sui raccolti, controllando il livello d’acqua nei pozzi, o scacciando semplicemente gli spiriti maligni.

Va peraltro tenuto in conto che essi si affezionano non tanto alla casa, ma alla famiglia e alla gente che la abita. Per cui, se avviene un trasloco, è sicuro che traslocano anche loro.

Mia nonna mi raccontava che un certo Cosimo Sasà, contadino di un paese del Capo, spazientito del suo Sciacuddhi che gliene aveva combinate di tutti i colori, pur di toglierselo dai piedi, aveva deciso di cambiar casa. Caricò quindi le masserizie su un carretto a mano e si avviò di buon passo verso la nuova abitazione. Durante il tragitto, si accorse che aveva scordato di prendere la scopa, che gli sarebbe stata indispensabile per le pulizie: “Nah, lampu! – esclamò, piuttosto innervosito – La scupa mi rescurdai!”. “...Nu te preoccupare! – gli fece eco una vocina da dietro – L’aggiu pigghiata ieu!”. Era, manco a dirlo, il suo ineffabile Sciacuddhi, che lo seguiva placido con la scopa sulle spalle...

Come già precisato, questi nostri curiosi e bizzarri ‘familiari’ preferiscono la notte al giorno, facendo infatti fatica a sopportare la luce del sole e ogni altra sorgente luminosa. Per questo motivo le massaie di una volta cercavano di tenerli lontani, lasciando durare le fiamme del camino di casa il più possibile. Salvo poi, per tale dispetto o ripicca, a dover pagare pegno con la conseguente ritorsione dello Sciacuddhi: il quale, resosi magicamente pesante, non si faceva sfuggire l’occasione per saltare nottetempo sul letto e sul petto dell’incauta massaia, opprimendola senza riguardo, per renderle faticoso il respiro e per non farla dormire (da cui il nome Carcagnulu o Carcarulu – dal verbo calcare, premere – con il quale il vendicativo folletto è noto in alcune contrade).

Su questo perenne conflitto tra gli Sciacuddhi e le donne di casa rende peraltro sorridente testimonianza questa bella filastrocca, raccolta nella Grecìa Salentina, che così recita: Cu la còppula scattusa / zzumpa ssu lla panza cu tte ncusa. / Uru, Uru malitettu, / a ddhu hai scusu lu scarfaliettu / cu li ori te la sciara? / Nu nc' è cceddhi cu te para...? / Ma se te rrubbu lu scursettu / me l'hai dare lu scarfaliettu! (Col berretto sgargiante / salta sulla pancia per accusarti. / Uru, Uru maledetto, / dove hai nascosto lo scaldaletto / con gli ori della strega? / Non c'è nessuno che possa competere con te - che ti insegni l’educazione? / Ma se ti rubo il berretto / devi darmelo lo scaldaletto!).

In questi versi si apre peraltro una ‘finestra’ su un altro capitolo della nostra tradizione popolare: quello delle Sciare (o Masciare o Macare), cioè delle streghe. Ne parleremo nella prossima puntata.

A presto! (2. Continua)

 

 

 

 


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