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Programma gennaio 2019
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Scritto da Antonio Mele/Melanton   
Giovedì 29 Settembre 2011 08:05

Pensieri in libertà

 

Viaggio nel mondo fantastico del non-sense e dell’umorismo paradossale

 

FOLLIA O SAGGEZZA? Quello che molti considerano “il libro più libero che sia mai stato scritto”, autentico caposaldo dell’umorismo moderno, è l’immortale Don Chisciotte di Miguel de Cervantes (1547-1616). In esso, com’è noto, il grande autore spagnolo affida il ruolo di “dispensatori di verità” ad un cavaliere pazzo e svanito e a un contadino un po’ tonto, attraverso una serie di mirabolanti e paradossali avventure, che riflettono ad ogni passo tanto il gioco e il trionfo dell’immaginazione fantastica, quanto la profonda e spesso amara saggezza che i pensieri in libertà possono esprimere con dissacrante ironia.

Nel Don Chisciotte, infatti, come recita uno dei suoi capitoli, “accadono cose che hanno più l’aria di essere vere che sensate”. Così come accadrà qualche secolo dopo anche in un altro capolavoro della letteratura mondiale di tutti i tempi – Alice nel paese delle meraviglie, dell’inglese Lewis Carroll (1832-1898) – dove l’illogico e l’impossibile diventano possibili e verosimili, in un tripudio di situazioni, di parole e d’immagini che, dietro la loro apparente “insensatezza” e comicità, rivelano uno straordinario spirito critico e filosofico.

Nella letteratura e nell’arte (e, aggiungerei, perfino nei normali e quotidiani rapporti sociali), l’irresistibile tentazione dell’assurdo non è un mero pretesto per dare libero sfogo alla nostra illimitata fantasia di esseri pensanti e immaginifici, ma spesso sottintende preziose valenze etiche e intellettuali in grado di stimolare, accanto al buonumore e al sorriso, un’energica capacità di riflessione, rischiarando alcuni lati oscuri della spesso sfuggente e poliforme “verità”. La quale verità non è poi affatto escluso che possa risiedere talvolta molto più nella mente di un “folle” che in quella di un “saggio”...

Con questa stuzzicante premessa, invito i lettori ad accompagnarmi in un breve ma intenso e sorridente viaggio, che ci porterà ad esplorare il fascinoso mondo del nonsense, scoprendo il gusto e il piacere delle tante estrose (e profonde) “illuminazioni” dell’umorismo bizzarro e paradossale, presenti nella letteratura come nel teatro, nel cinema e nel moderno cabaret.

 

IL MAGNIFICO TOTO’. Permettetemi, prima d’intraprendere questa nostra giocosa avventura, di rivolgere un saluto cordiale al “nume supremo” di tutte le stravaganze linguistiche del nostro Bel Paese, che è stato e sarà il magnifico principe Antonio de Curtis Gagliardi Ducas Comneno di Bisanzio, in arte Totò (1898-1967).

Autentica “maschera” comica (forse ancor più del suo illustre e indimenticato predecessore Petrolini, che incontreremo più avanti), personaggio inimitabile della commedia all’italiana, eccentrico protagonista di scene esilaranti divenute patrimonio culturale del costume nazionale, nonché “uomo di mondo” (...per aver fatto il militare a Cuneo!), Totò fu certamente il primo autore ad usare un linguaggio pirotecnico e strampalato, col quale non solo rovesciava disinvoltamente precisi significati lessicali e regole sintattiche, ma creava arditi neologismi e dava vita nuova ai più stereotipati luoghi comuni del parlare corrente.

Qualche esempio “leggendario”, che molti lettori ricorderanno: “Parli come badi!”. Oppure: “Ogni limite ha una pazienza”. E ancora: “Visto che ho un corpo, ho bisogno di una corpa”. E poi: “La donna è mobile, e io sono un mobiliere”. Fino all’insuperabile: “Signori si nasce... ed io, modestamente, lo nacqui”.

Le sue estemporanee digressioni filologiche sono ormai proverbiali, come il “Noio volevom savuar” (...per andare dove dobbiamo andare) o come gli astuti e franchi strafalcioni, disseminati in quella che può considerarsi la madre di tutte le lettere: “Signorina!, veniamo noi con questa mia addirvi, una parola...”. Raro esempio epistolare (e autentico cult), pieno di grotteschi e improbabili “aggettivi qualificativi”, di punti, doppi punti e punti e virgola: “Abondandis ad abondandum! – detta Totò alla sua eroica e sudata “spalla” Peppino De Filippo – che  non ci dicano che siamo tirati, che siamo provinciali …”.

Un miniera inesauribile, tra il provocatorio e il filosofico, di nonsensi e bizzarrie, di “bazzecole, quisquilie e pinzellacchere”, che – a prescindere – anche le più giovani generazioni citano ormai a menadito nelle conversazioni di tutti i giorni.

I SALAMINI DI PETROLINI. Quanto a Ettore Petrolini (1886-1936), va detto che egli si sentiva perdutamente affascinato dai pensieri in libertà, orientati come sberleffo e satira feroce alla mai estinta idiozia umana e a quel certo “vuoto mentale”, piatto e banale, di molti tronfi e presuntuosi saccenti. “Ogni uomo ha diritto di essere cretino – diceva a tale proposito il celebre attore siciliano del cinema muto Angelo Musco (1872-1937) – ma qualcuno esagera”...

Dopo la sua prima raccolta di poesie bislacche e sconclusionate (pubblicata nel 1915 col titolo Ti à piaciato?), Petrolini conquista lo sbalordito pubblico dei caffè-concerto e gli artisti del Futurismo. La macchietta di Fortunello (poi ripresa da Gigi Proietti ed altri epigoni) è il suo testamento intellettuale: “...Sono omerico, isterico, generico, chimerico, clisterico [...] Sono un uom grazioso e bello, sono Fortunello; sono un uom ardito e sano, sono un aeroplano; sono un uom assai terribile, sono un dirigibile; sono un uom che vado in culmine, sono un parafulmine... sono un uom dei più cretini, sono Petrolini”.

Celeberrimi i suoi Salamini, zeppi di irridenti doppisensi e giochi di parole, come “...Ieri un amico mi fa vedere una cancellata; ma come può essere cancellata se c’è? Un altro mi indica per strada un signore e mi dice: lo vedi, quello? È un perito... Ma come poteva essere perito se era vivo?...”. In Gastone, altro applauditissimo personaggio (“artista cinematografico, fotogenico al cento per cento, numero di centro per variété, danseur, diseur, frequentatore dei bal-tabarins, conquistatore di donne a getto continuo...”), rende a un certo punto omaggio allo spiccato e ingegnoso senso di economia domestica di sua madre: “Figuratevi, io mi chiamo Gastone. Ebbene, lei mi chiamava semplicemente Tone... Per risparmiare il gas!”.

FEDERICO FELLINI: GENIO E SREGOLATEZZA. Potenza della suggestione, avrebbe commentato Federico Fellini (1920-1993). Che fu anch’egli uno dei grandi maestri italiani del nonsense e delle invenzioni stravaganti, specialmente ai tempi della sua giovanile collaborazione al Marc’Aurelio. “Potenza della suggestione” era appunto il titolo di una rubrica fissa, che il futuro genio del cinema (all’epoca appena diciottenne) teneva giocosamente sul popolare settimanale umoristico romano, sfornando a ripetizione disegni e dialoghi stupefacenti del tipo: “- Che fai, Decio? - Ti dò un becio”. Oppure: “- In che arma è tuo cognato, Camillo? - Nei carabinieri a cavillo”. E via di questo passo, al punto che lo stesso titolo della rubrica divenne ben presto “Potenza… della suggestienza”!

In un’altra analoga rubrica – “Accidenti al difetto” – Fellini reiterava al massimo grado i suoi strambi giochi di parole. In un buffo disegno, due tizi osservano un signore che, con noncuranza, passeggia... con alcuni pali della luce. Uno dei due tizi dice all’altro: “Vedi, quello? È nobile, però siccome gli manca l’erre, invece di andare a spasso coi suoi pari va a spasso coi suoi pali”.

Si può essere più “demenziali” di così? Il grande Federico annuirebbe sorridendo. Il suo estro e la sua fantasia erano pali... pardòn! pari, soltanto al suo incontrollabile e un po’ folle senso del gioco e del divertimento sottile.

Fra le sue più matte ed esilaranti vignette (che ho avuto il piacere di ordinare e raccogliere in un libro esclusivo, edito nel 1994 dalla Biennale dell’Umorismo di Tolentino) ce n’è una, ambientata in un’aula scolastica, dove l’esimio Professore declama solennemente alla classe: “Cavallo deriva dal latino: cav che significa cav, e allo che significa allo”. Non vi sembra stupenda e magistrale? Meditiamo, gente, meditiamo...Anche alla prossima (e ultima) puntata ne vedremo delle belle.

DA FELLINI A VILLAGGIO E A BENIGNI. Ancorché poco nota, la produzione umoristica di Federico Fellini (antecedente al suo trionfale ingresso nel mondo del Cinema, e della quale abbiamo avuto modo di assaporare qualche gustoso esempio nella scorsa puntata) è davvero irresistibile.

Oltre che al Marc’Aurelio, al Travaso delle idee, e ad altri giornali, il geniale giovanotto riminese prestò infatti le sue battute e vignette anche alla pubblicità (o réclame, come si diceva allora), e collaborò all’EIAR, antenata della RAI, dove conobbe Giulietta Masina, attrice agli inizi della carriera, destinata a diventare sua moglie e compagna d’arte per più di mezzo secolo.

Va altresì aggiunto che, insieme alla Masina, attorno all’intensa attività cinematografica del grande Federico (il primo film fu Luci del varietà del 1950, l’ultimo La voce della luna del 1990) hanno ruotato molti personaggi eccellenti della cultura e dello spettacolo: da Tullio Pinelli a Ennio Flaiano, da Alberto Sordi a Peppino De Filippo, da Cesare Zavattini a Tonino Guerra, da Anthony Quinn a Marcello Mastroianni, Leopoldo Trieste, Anita Ekberg, Sandra Milo, e molti altri eccezionali protagonisti.

Fino ai formidabili Paolo Villaggio e Roberto Benigni, anch’essi autori straordinari di umorismo stravagante e paradossale: l’uno con il mitico ragioniere Ugo Fantozzi (tra i personaggi letterari e cinematografici più conosciuti al mondo), l’altro con le sue estemporanee, colte e scintillanti trovate, e con molti film di rara bellezza, come il grandioso e dolceamaro La vita è bella, celebrato con il prestigioso premio Oscar.

 

IL FOLGORANTE ACHILLE CAMPANILE. A metà strada tra Petrolini e Fellini, nella prima metà del Novecento sorgeva a Roma un nuovo astro del nonsense letterario: Achille Campanile (1889-1977), autore di numerosi libri, dai titoli peraltro molto esplicativi, come Gli asparagi o dell’immortalità dell’anima, o le esilaranti Tragedie in due battute, delle quali è qui d’obbligo riproporvi qualche piccolo saggio.

Ecco il primo: In casa del degente. Personaggi: il Medico, l’Ammalato. Nell’alzarsi del sipario, l’Ammalato è a letto. Il Medico, affacciandosi cerimonioso sulla porta, chiede: “Disturbo…?”. L’ammalato: “…Gastrico!” (cala il sipario). Un altro: L’Ippopotamo e il Pensatore. Personaggi: il Pensatore, la Femmina dell’Ippopotamo. Il Pensatore (pensando a voce alta): “Fra gli animali del creato, l’ippopotamo è sicuramente quello più inutile”. La Femmina dell’Ippopotamo: “Lo dice lei!” (cala il sipario).

Di battuta pronta e salace (un’altra delle sue è: “Cosa fanno due maiali sul divano? Risposta: I porci comodi!), il caustico e sornione Achille ha personificato splendidamente la figura del “filosofo umorista”, praticando l’arte dell’ironia e dello sberleffo intelligente anche nella vita sociale, come dimostra questo divertente aneddoto. Si racconta che l’illustre scrittore fosse presentato, in una serata di gala, a un generale d’artiglieria. “Ah, lei è un umorista – si complimentò il generale – allora ci faccia ridere…”. “Certamente – replicò sardonico Campanile – ma prima, lei ci spari una cannonata!”.

 

ANCHE MESSER BOCCACCIO… Da quanto fin qui espresso, si potrebbe pensare che la letteratura stravagante e l’umorismo “demenziale” siano un fatto relativamente recente. Al contrario, i primi modelli di questa particolare arte comica risalgono alla commedia greca e romana del periodo classico, attraversano il Medioevo e il Rinascimento con la letteratura burlesca (basti pensare al Gargantua e Pantagruel di François Rabelais), e approdano al vero e proprio nonsense (termine inglese che significa “assurdità, corbelleria”), consacrato nel periodo vittoriano dagli scrittori Edward Lear (1812-1888) e dal già citato Lewis Carroll (1832-1898).

In questo campo, come abbiamo già visto, gli autori italiani si fanno ben valere. Lo stesso Giovanni Boccaccio (1313-1375), uno dei padri fondatori della nostra letteratura, ci offre diversi esempi di nonsense nel suo immortale Decamerone. Famosa la predica di frate Cipolla ai paesani di Certaldo, dove il monaco affastella, senza capo né coda, strampalaggini, nomi inventati e assurde avventure in luoghi immaginari: “Signori e donne – egli declama, a mo’ di un imbonitore da fiera –, voi dovete sapere che, essendo io ancora molto giovine, fui mandato dal mio superiore in quelle parti dove apparisce il sole, e fummi commesso che io trovassi i privilegi del Porcellana, li quali, ancora che a bollar niente costassero, molto più utili sono ad altrui che a noi…”, e via di questo passo, narrando di viaggi nel reame del Garbo, in Truffia, in Buffia, in India Pastinaca, e d’aver finalmente incontrato il venerabile Nonmiblasmete Sevoipiace, patriarca di Jerusalem, che gli mostrò un’infinità di sante reliquie, donandogli poi nientemeno che i carboni “co’ quali fu il beatissimo martire san Lorenzo arrostito”!...

DARIO FO E IL MONDO ALLA ROVESCIA. La predica di fra’ Cipolla richiama inevitabilmente gli esilaranti monologhi dell’incontenibile Dario Fo, dal 1948 portati sulle scene teatrali di tutto il mondo, e che –  “nella tradizione dei giullari medioevali”, come recita la motivazione – gli valsero nel 1997 il premio Nobel per la Letteratura.

Amplificate di forti contenuti satirici, le “affabulazioni” del grande autore-attore lombardo si ispirano per l’appunto a questo genere di linguaggio epico-grottesco, che vanta un passato glorioso. Sono infatti ben note agli studiosi le “mattane” del rimatore fiorentino Niccolò Povero, coevo del Boccaccio, i sonetti scritti “alla burchia” (cioè a vanvera, improvvisati) di un altro fiorentino del ‘400, Domenico di Giovanni detto il Burchiello, e le tante “poesie alla rovescia”, piene di evidenti e volute contraddizioni, iniziate in quella stessa epoca da Baldassarre di Fossombrone, e proseguite dalla tradizione popolare fino al Sei e Settecento. Ne cito qualche verso, di un Anonimo di Perugia, che rende meglio l’idea: “C’era una volta un ricco pover’uomo che cavalcava un nero caval bianco, salì scendendo il campanil del duomo, piegandosi dal lato destro manco. Era fratello di un gigante nano, che correa forte camminando piano…” e così via, in una giocosa elencazione di fatti e situazioni improponibili e paradossali.

 

IL SALE E IL PEPE. Siamo prossimi alla conclusione del nostro viaggio. Molte letture andrebbero ancora qui riproposte, e molti altri eccellenti nomi andrebbero citati, ma – chissà poi perché – lo spazio (come il tempo) è sempre tiranno.

A proposito di luoghi comuni, chi conosce la triste storia del Signore de La Palisse, sa che il celebre maresciallo di Francia, come recita una nota ballata dell’epoca (siamo nel 1525),  “…un quarto d’ora prima di morire era ancora in vita”. Ovvio. Anzi lapalissiano, come si dice ormai beffardamente da quel funesto giorno. Ebbene, più di un secolo dopo, il poeta e accademico francese Bernard de La Monnoye (1641-1728) dedicò alla vicenda la sua celebre e derisoria Chanson sur le fameux La Palisse, ritenuta presto così provocatoria da esserne proibita la recitazione pubblica. Riporto qualche versetto, che si burla appunto della “lapalissianità” del famoso personaggio, il quale “non metteva mai cappello, senza pur coprir la testa… mai mostravasi arrabbiato, se non era incollerito…”, e altre simili amenità. Fino all’intensa vita di corte, dove “ei vegliava senza posa, se non era addormentato”, e alla tragica caduta nella battaglia di Pavia, quando “fu colpito crudamente da una perfida ferita, che mortal fu certamente, dacché lui non restò in vita”.

Illogicità? Sapienza? Gioco? Ironia? Sberleffo? Forse un po’ di tutto questo. L’umorismo è la più ardita e portentosa mescolanza di intelligenza, fantasia e libertà di pensiero. Di verità velate e rivelate. Di sregolatezza e di genio. Peraltro, come diceva Ennio Flaiano (1910-1972), celebre soggettista e sceneggiatore de La dolce vita e di molti altri film di successo, “il peggio che può capitare a un genio è di essere compreso”.

Permettetemi di salutarvi, cari lettori, con un altro aforisma (mio, questa volta), augurandovi serenità di spirito e buonumore: “Il sale della vita è l’allegria, il pepe una piccola follia”. Pròsit!


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