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SALENTO, TERRA CHE UN TEMPO AVEVA NOME MESSAPIA PDF Stampa E-mail
Sallentina
Venerdì 30 Settembre 2011 11:51

(Letture, commenti, riflessioni sulle vicende delle Messapia)



La “Messapia”, “Metapia” in greco, ma qui scritta con le corrispondenti lettere latine, sta per “Terra di mezzo”, ed il Salento è terra di mezzo, cioè terra fra due mari, Ionio e Adriatico. Così la chiamavano i greci approdati qui al tempo di Minosse, re di Creta. Sono ormai molti gli anni, sicuramente oltre un secolo da quando si sono avviati in modo più o meno scientifico gli studi sul vasto e variegato mondo dei Messapi e dei Peuceti con sullo sfondo i Dauni, i Krotoni e i Sibariti. La ricerca condotta finora ha interessato prevalentemente gli ambiti archeologici, numismatici e letterari. Meno quelli d’indirizzo antropologico, che qui, invece si vuol tentare di abbozzare, partendo da alcune considerazioni sul romanzo storico di Fernando Sammarco, I leoni di Messapia (L’Araba fenicia – Edizioni Magna Grecia, Martina Franca 2003). Ma anche i volumi che lo stesso autore ha più recentemente pubblicato, Il cerchio di fuoco (2007) e Artas, re dei Messapi (2010). A partire dalla seconda metà dell’Ottocento pionieri della ricerca furono Sigismondo Castromediano, Luigi Maggiulli e il francese Luis Blanc. Loro scopo era quello di vagliare tutte le fonti possibili, per individuare e fare emergere il mondo sotterraneo che sta sotto di noi. Un mondo fatto di fascino e di incanto che solo la millenaria vita di un popolo, come quello dei Messapi, ha potuto dare. Il Salento, cioè l’antica Messapia, non possiede minerali importanti, né altri tipi di ricchezze naturali, ha però una straordinaria storia di un popolo autoctono che ha marcato il territorio in modo indelebile lasciando tracce che molti ritengono degli inestimabili tesori non meno importanti di quelli di altri popoli similari come, ad esempio, gli etruschi.

Alludo, ad esempio, alle Pitture della Grotta dei Cervi di Porto Badisco, l’antico cosiddetto “Porto Enea”, pitture rosse e pitture nere che l’uomo del neolitico salentino ha dipinto su più di due chilometri di pareti cavernicole e che, primo fra tutti, Paolo Graziosi, dell’Università di Firenze, interpretò a partire dagli anni ‘70. E accanto a questo importantissimo sito c’è l’altro grande santuario cultuale di Roca, passato ormai alla nostra storia come la Grotta della Poesia, scoperto e da anni studiato dall’archeologo Cosimo Pagliara che, in una sua lezione, ci spiegò non trattarsi di “Poesia” ma probabilmente di “Posia”, cioè di Grotta o Luogo che nell’antico greco significa “Luogo della bevuta”, oppure, meglio e più dettagliatamente “Luogo dove si può bere dell’acqua dolce”. È evidente che questo implica un concetto del tutto nuovo, direttamente scaturente dall’esistenza delle migliaia e migliaia di scritte graffite sulle pareti di quella grotta in lingua messapica, greco antico e latino, e che si riferisce proprio al luogo di culto di una divinità - quel Taothor in greco antico, e Tutor in latino.

 

Mi sono permesso di fare riferimento a queste due realtà, cioè Badisco e la “Grotta di Taothor”, o “Grotta della Poesia (Posia)”, perché in entrambi questi luoghi vi sono testimonianze di pittogrammi e graffiti a volte similari. Questo aspetto della similarità di alcune pitture o graffiti è uno studio che non è stato ancora sufficientemente approfondito. Rocavecchia, secondo la denominazione data da Sammarco, nel libro citato, potrebbe essere la probabile antica Thuria Sallentina, cioè è una delle dodici e potenti polis messapiche; le altre erano: Alytia (Alezio), Aoxentum (Ugento), Brention/Brentesion (Brindisi), Hyretum/Veretum (Vereto), Hodrum/Idruntum (Otranto), Kaìlia (Ceglie Messapica), Manduria (Manduria), Mesania (Mesagne), Neriton (Nardò), Orra (Oria), Sybar (Cavallino). Una parte di queste città sono leggibili, con lettere greche, nella Mappa di Soleto, scoperta dall’archeologo Tierry van Compernolle, rinvenuta il 21 agosto 2003. Alcune di queste antiche città messapiche fanno parte della piantina geografica incisa sull’ostrakon di Soleto, scoperto dagli archeologi nel 2002.  
Queste citate però sono le potenti polis della cosiddetta Dodecapoli  Messapica, passate alla storia come le Dodici città della Lega Messapica, citate da Plinio, Erodoto, Tucitide, Pausania, Demetrio Comico, Diodoro,  Ovidio, Virgilio, le altre non elencate sono le città altrettanto importanti, come Anxa (Gallipoli), Baurota (Parabita), Baxta (Vaste), Carbina (Carovigno), Dizos (Diso), Fratuèntum (Muro Leccese), Kàlatas (Galatina/Galatone), Leuka (Leuca), Rhudia (Lecce), Sallentia (Soleto), Stu (Ostuni). Dall’assenza di queste polis dalla cosiddetta Dodecapoli Messapica, si deve desumere che esse erano sì importanti, ma non tanto quanto quelle che stavano nel gruppo delle dodici.

Un’altra particolarità di interesse antropologico sono i nomi che Fernando  Sammarco dà ai personaggi del suo libro. Egli li cita in questo ordine: “Ettis”, principessa di Manduria; “Brizidia”, principessa di Alytia (Alezio); “Nedina”, principessa di Mesania (Mesagne); “Sifika”, principessa di Rhudia (Lecce); “Zaira”, regina di Hodrum (Otranto); “Agra”, principessa di Sybar 
(Cavallino); “Krina”, principessa di Aoxentum (Ugento); “Apaogrebis”,  principessa di Kàlatas, “Èsside”, reggente di Neriton; “Olla”, principessa di Neriton. Si tratta di toponimi e antroponimi, che come scrive lo stesso autore nella sua “Nota” introduttiva, «sono autentici e corrispondono meticolosamente ai luoghi e alle aree d’appartenenza, così come rilevato dai grandi studiosi del passato».

I nomi messapici secondo il Sammarco, verosimilmente corrispondono a quelli reali. Di ciò ovviamnete non si può essere certi in assoluto, in quanto sorge spontaneo il dubbio circa l’esatta denominazione, a causa della non conoscenza esatta della stessa lingua messapica, nonostante gli sforzi per interpretarla fatti da studiosi come Francesco Ribezzo, Oronzo Parlangeli, Ciro Santoro, Carlo De Simone, D. Yntema, Cosimo Pagliara, Francesco D’Andria e lo stesso Cesare Marangio, che per il libro del Sammarco ha scritto la “Prefazione”. A tutt’oggi, non sappiamo come chiamava se stesso quel popolo che noi denominiamo Messapi. La parola è di origina greca e indicava, come abbiamo scritto nelle prime righe di questo scritto, “terra di mezzo” e comunque terra tra due mari.

Il mistero del vero nome del popolo che viveva questi luoghi speriamo che un domani venga svelato, magari affidandoci al buon fiuto dei nostri archeologi, i quali potrebbero scoprire una sorta di “Stele di Rosetta” salentina che apra uno spiraglio di luce su questa pagina di storia ancora avvolta nelle tenebre. Comunque si può dire che alcuni nomi siano stati già accertati come, ad esempio, è accaduto per le indagini archeologiche del prof. Cosimo Pagliara il quale, tra le dedicatorie messapiche finora decifrate nella “Grotta della Poesia (Posia)” avrebbe individuato un’iscrizione in tre lingue (messapico, greco, latino) corrispondente a una tale “Dasoma”, nome molto probabilmente di donna messapica. E ancora. Nel Museo provinciale “Sigismondo Castromediano” di Lecce è pure conservato un altare in pietra leccese con un’iscrizione messapica con lettere dell’alfabeto greco, del IV secolo a. C., le cui prime due parole sono state interpretate come un doppio nome femminile, corrispondenti a una “Occhovas Noha”.

Un’altra certezza, che per me emerge dal confronto dei testi storico-archeologici messapici con uno dei toponimi usati nel romanzo di Sammarco, sta in quella “Sason” pliniana, cioè la “Portus Sasyne”, che l’autore de I leoni di Messapia descrive e  indica come l’attuale Porto Cesareo. Nella sua prefazione al libro, il prof. Marangio mette in forse questa attribuzione, facendo piuttosto riferimento ad un recente studio di Giovanni Uggeri, docente dell’Università del Salento il quale, nella “Sason” di Plinio il Vecchio, o la “Portus Sasyne” descritta da Sammarco, la identifica con l’isola di Saseno, ubicata davanti a Punta Linguetta all’ingresso del porto di Valona in Albania. 
Tutte le ricerche archeologiche condotte finora sull’isola di Saseno dimostrano che molto probabilmente l’isola è stata disabitata per lungo tempo e, comunque, che sul suo territorio, almeno finora, non sono stati rilevati importanti insediamenti urbanistici. Invece, le ricerche archeologiche condotte a “Porto Cesareo” testimoniano la presenza di resti magnogreci e romani, ma anche reperti di origine proto-storica; si pensi ad esempio all’importante sito di “Scalo di Furno”.

Per quanto riguarda i toponimi di cui si è servito Sammarco per il suo romanzo, è importante il riferimento al porto di Gallipoli, cioè a quell’”Anxa” che Plinio il Vecchio, nella sua Storia della Natura, così descrive: «... in ora vero Senonum Gallipolis, quae nunc est Anxa». Questa affermazione ha dato adito a due tesi, una contrapposta all’altra, che ancora oggi si confrontano alquanto animatamente. La prima si basa su quel «Senonum» pliniano, ed afferma che Gallipoli sia stata fondata dai Galli Sènoni, una popolazione proveniente dalla regione europea che noi oggi denominiamo Francia. Il più autorevole storico che ha sostenuto questa tesi è stato il prof. Francesco Maria De Robertis, che per circa un sessantennio fu presidente della Società di Storia Patria per la Puglia; la seconda tesi invece si basa su quanto scritto da due storici coevi a Plinio: Dionisio di Alicarnasso, secondo il quale l’origine di Gallipoli la si deve ad un greco lacedemone di nome Leucippo; mentre l’altro storico è Pomponio Mela, il quale, nella sua opera, il De situ orbis, scrive chiaramente «Urbs Graia Kallipolis» (Città Greca Kallipoli), dove Kallipolis sta per Kalé Polis, cioè Bella Città. Il più autorevole sostenitore di questa seconda tesi è stato Antonio De Ferraris, detto il Galateo che, nella sua lettera al Summonte, la Callipolis descriptio, del 12 dicembre 1513, ha scritto: Callipoli «ha tratto il nome dalla sua bellezza e non senza ragione.

Fu città greca: ignoro donde Plinio abbia appreso che qui si fossero stanziati i Galli Sénoni. Questa città, invece, non si chiama Gallipoli, ma Callipolis come recano antichi codici» (cfr. Galateo, Gallipoli, Lecce 1977, p. 29).  Oltre a Gallipoli c’è un altro toponimo che fa venire alla mente ulteriori considerazioni. Si tratta di “Gnathia”, corrispondere all’Egnazia romana e facente parte dell’antico agro di “Varis” (Bari), al di fuori quindi della Messapia. Il significato di questa parola greca lo si conosce bene, tanto che uno scrittore gallipolino - Antonello Roccio -, nel suo manoscritto inedito del 1640, intitolato “Notizie memorabili dell’Antichità della fedelissima Città di Gallipoli / Con molte altre memorabili curiosità così antiche, come moderne”, lo collega a quello di Anxa. Così scrive il Roccio: Gallipoli «fu prima edificata da Candici (si tratta dei cittadini di Candia – nome usato dai veneziani nel tempo della loro dominazione sull’isola greca –, l’antica Heraklion al centro dell’isola di Creta) e fu chiamata Eghennaza (o Eghenanza) che in lingua loro significa “padella” per essere questa sopra uno scoglio fatto a modo d’una padella, ovvero a modo di una fessura».
Nel romanzo storico di Sammarco, ho trovato poi un grande affresco di una delle divinità pagana più importanti. Si tratta della dea “Thana”, fortemente presente in tutto il libro, ma in particolare nel II capitolo (pp. 45-66), uno tra i più lunghi dell’intero indice. Sammarco, nel capitolo “Portus Sasyne” (Porto Cesareo), descrive con molti particolari i riti che i re e i generali messapici probabilmente compivano in onore della questa dea, il cui tempio era collocato probabilmente in quello che noi oggi conosciamo come il sito di “Scalo di Furno”, non molto distante dalla fortezza di “Hegdor Sasyne”. 
Probabilmente questa ultima divinità pagana, come d’altronde la dea “Thana” potrebbe stare per “Athena”, la grande divinità vincente nella contesa col dio Poseidone (per i latini Nettuno) per l’assegnazione del nome da dare alla città più importante della Grecia. Atene si chiama appunto così perché Athena, sull’Acropoli, riuscì a sconfiggere l’altro potente dio, fratello di Zeus, nella gara fra chi, fra di essi, avrebbe dato il migliore prodotto alla città. Si sa che Poseidone offrì l’acqua, fatta sgorgare dalle viscere della terra grazie ad una profonda fenditura che egli aprì col suo tridente; Athena invece donò l’
albero d’ulivo, e quindi l’olio sacro agli dei e ai mortali. Con questo dono ella riuscì a vincere. Non sembri fuori luogo la connessione che anche il Salento è terra d’ulivi e che allo stesso tempo è terra che i magnogreci prima i cristiani poi hanno dedicato alla divinità femminile vergine.

Dopo il V-IV secolo a. C. e la definitiva vittoria e colonizzazione dei Romani sui Messapi, la divinità “Thana” (o “Athena”), che per i latini diviene “Minerva”, risulta essere presente in molti luoghi dell’antica Messapia. Nel leggere il  libro di Sammarco, ci si accorge della presenza di questa potentissima divinità in “Hodrum/Idruntum” (Otranto), dove ancora oggi esiste un luogo denominato appunto Colle della Minerva; in “Thuria Sallentina” (Rocavecchia), tra le cui antiche rovine venne rintracciato un tempio dedicato ad una divinità femminile; ancora in “Kàlatas” (Galatina), il cui emblema cittadino da secoli è la civetta, uno tra i più importanti attributi della dea regina del Partenone sull’Acropoli ateniese; infine in “Leuka” (Leuca), là dove gli abitanti del luogo da sempre hanno saputo esserci un tempio dedicato a Minerva, sulle cui rovine, forse, oggi è eretto il grande santuario dedicato alla Madonna di Leuca. Anche in questo caso potrebbe trattarsi di un altro sincretismo della “Thana” dei Messapi, ossia della “Athena” dei Greci, ossia ancora della “Minerva” dei Latini. Ancora oggi, all’ingresso del nuovo santuario, è conservata un’antica ara sacrificale di origine pagana che i cristiani hanno trasformato in acquasantiera, sulla quale un’incisione dell’epoca fa esplicito riferimento a Minerva. E ancora c’è poi l’ultimo rinvenimento archeologico, del 2008, fatto a Castro dal professor Francesco D’Andria il quale, dalle macerie del sito di un tempio messapico, in una zona della città denominata la “cloaca”, ha tirato fuori una statuetta di Athena con berretto frigio.

Nei libri di Sammarco viene dato rilievo ad Arthas, leggendario capo dei Messapi, al quale ha poi dedicato l’intero volume del 2010. Questo non è affatto un nome inventato, ma documentato. A parlare di Artas è lo storico Tucidide, che scrive: «Intanto Demostene, ed Eurimedonte, quando il corpo di spedizione fu completo, salparono, uno da Corcira (l’odierna Corfù), l’altro dal continente e con tutte le forze al completo attraversarono lo Jonio e giunsero al promontorio Japigio; quindi, partiti di là, approdarono alle isole Cheradi, che appartengono alla Japigia. Imbarcato un piccolo contingente di lanciatori di giavellotti Japigi, 150 in tutto, di stirpe Messapica, e rinnovato un antico patto di alleanza che li legava a un certo Arta, un capo potente che aveva loro fornito pure i lanciatori di cui sopra, giunsero a Metaponto, città dell’Italia» (Cfr. Tucidide, La guerra del Peloponneso, nella traduzione di Luigi Annibaletto, vol. 2, Mondadori, 1976, pp.176-177). La scritta del nome (Artas) del grande capo messapico si trova su una parete interna di un sarcofago conservato nel museo di Alezio, che Lorenzo Capone ha pubblicato in un suo recente volume, “Incantevole Salento” (Lecce, 2009).

Il passo di Tucidide sembra essere la prima testimonianza che riferisca di un contatto concreto tra gli Ateniesi e i Messapi. Interessante soprattutto per quell’espressione - «un certo Arta» -, che lascia presupporre una chiara sottovalutazione nei confronti del personaggio. Comunque, nulla Tucidide dice dei costumi e degli usi dei Messapi. Però, rifacendoci ad altri testi antichi, che ci documentano gli usi e i costumi di popolazioni simili ai Messapi, possiamo cominciare a cercare di capire quali fossero anche i costumi e gli usi degli autoctoni di questa nostra terra. Ateneo di Naucrati (fine II sec. d.C.), nella sua opera I Sofisti a banchetto, XII 522F - 523B, ci dice che «la stirpe degli Iapigi, che erano originari di Creta, giunti lì alla ricerca di Glauco e ivi stabilitisi. I loro discendenti, dimenticata la disciplina del modo di vita dei Cretesi, giunsero a tal punto di lusso e mollezza, e poi di tracotanza, da essere i primi a imbellettarsi il viso, a portare parrucche e ad indossare vesti dai colori vivaci, nonché a considerare una vergogna lavorare e avere un’occupazione. E [giunsero al punto che] la maggior parte di essi si costruivano le case più belle dei templi, mentre i capi degli Iapigi, oltraggiando la divinità, depredavano dai templi le statue degli dei, proclamando che andavano a stare presso i migliori. Perciò, colpiti dal cielo col fuoco e col bronzo, ne trasmisero ai posteri la fama; infatti per lungo tempo furono visibili resti bronzei dei dardi scagliati dal cielo. E tutti i loro discendenti fino ad oggi vivono portando il capo rasato e indossando vesti da lutto, privi di tutti i beni di cui prima avevano goduto» (Notizia tratta da un volume pubblicato dal Distretto scolastico Le 40-Martano, I Greci in Terra d’Otranto, a cura di Francesco D’Andria e Mario Lombardo, Congedo editore 1999, p. 38).

Anche se questo passo di Ateneo di Naucrati descrive negativamente il modo di essere degli Iapigi-Messapi (non bisogna dimenticare che Ateneo fu avversario politico della Messapia), a noi ci è ugualmente utile, perché ci permette di cominciare a capire le usanze degli abitanti di questa terra, che, un domani, solo le testimonianze che sortiranno dalla terra, potranno documentare in modo evidentemente più certo.


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