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Sallentina
Scritto da Rino Duma   
Sabato 08 Ottobre 2011 12:07

GIORGIO CASTRIOTA SCANDERBEG


Un eroe leggendario

 

Ancor prima di Madre Teresa da Calcutta, suora albanese nota a tutti per le sue doti d’infinito amore per le genti povere ed emarginate dell’India, un altro grande uomo, Giorgio Castriota Scanderbeg, suo connazionale, ha lasciato dei segni profondi nella storia europea del quindicesimo secolo. Le sue gesta sono legate alle vittoriose battaglie combattute contro l’esercito ottomano.

Giorgio nasce nel 1405 (?) a Kruja, una bella cittadina posta alle falde di una montagna, al centro dell’Albania, da una delle famiglie nobili di quei tempi, quella dei Castrista. Il padre Giovanni aveva per anni contrastato, con alterne fortune, l’avanzata dell’impero ottomano, interessato ad occupare ad ogni costo l’Albania, terra strategicamente importante per la sua posizione geografica. Da lì i turchi avrebbero potuto facilmente controllare il commercio navale che dall’Europa era diretto verso i paesi mediterranei e viceversa, ma, al tempo stesso, attraversando la strettoia di Otranto, si sarebbero potuti riversare in poche ore nel mondo occidentale della cristianità. Se non ci fosse stata la strenua difesa dell’eroe albanese, oggi staremmo a leggere un’altra pagina di storia e, forse anche, ci troveremmo a pregare nelle moschee, piuttosto che nelle chiese.

Giovanni Castrista, purtroppo, fu definitivamente sconfitto dal sultano Murad II e sottoposto ad una resa incondizionata. Per aver salva la vita, fu costretto a pagare un ingente tributo e a “donare” al sultano i suoi quattro figli maschi, dei quali, Stanislao e Reposio furono uccisi, Costantino preferì rinchiudersi in un monastero, mentre Giorgio frequentò la corte di Adrianopoli e ben presto fu avviato all’istruzione militare.

Il giovane albanese percorse brillantemente le varie tappe della carriera militare, distinguendosi per senso del dovere, intelligenza, capacità organizzativa e strategica e, soprattutto, per ardimento. Dopo pochi anni fu inserito nei ranghi dell’ordine dei Jeniçer, i terribili Giannizzeri, fino a diventarne generale. Giorgio, oltre ad essere un eccellente soldato, era un uomo molto colto; parlava correntemente la lingua turca, araba, serba, croata, greca, italiana, bulgara, oltre all’albanese.

Per queste sue grandi capacità, il sultano lo teneva in grande considerazione, come se fosse suo figlio. Giorgio guadagnò ben presto la stima e la fiducia di Murad II, che gli riservò ogni onore e privilegio, arrivando a chiamarlo con il nome islamico Iskënder Bej (Bej = capo, principe; Iskënder = Alessandro), alludendo al condottiero macedone Alessandro il Grande.

Giorgio, però, aveva nel cuore la sua terra, che mai aveva dimenticato, anche perché era continuamente contattato, di nascosto, da alcuni emissari della sua famiglia, che lo supplicavano a far ritorno in patria per le condizioni disumane in cui versava la sua gente.

Dopo la morte del padre Giovanni, l’idea di trasferirsi in Albania continuava a tormentarlo con maggiore insistenza. Approfittando della sconfitta di Nissa (1443) e del conseguente smarrimento dei turchi, il comandante albanese radunò una schiera di soldati a lui fedele e raggiunse la sua terra, dove ad attenderlo vi era uno squadrone di trecento cavalieri.

Con un abile stratagemma, Giorgio assunse il comando di Kruja, sua città natale, sostituendosi alla guarnigione turca: da quell’istante era diventato un traditore, un acerrimo nemico del sultano Murad II, che in lui aveva riposto la massima fiducia.

Sui vessilli e gli stendardi degli albanesi ora sventolava, al posto della mezzaluna, la nuova insegna: un’aquila bicipite che troneggiava in campo rosso. Le teste del rapace rappresentavano le due etnie albanesi: quella settentrionale, filo-slava, e quella meridionale, filo-greca. Con lui alla guida, l’Albania era diventata, di fatto, un tutt’uno.

Dopo essersi convertito al cristianesimo, fu incoronato principe d’Albania il 28 novembre 1443 nella cattedrale di Kruja.

Famoso resta il discorso che fece subito dopo l’incoronazione e che qui di seguito riportiamo soltanto in parte per brevità di spazio.

“…Quando mi chiamaste per quest’opera dal servizio del sultano, portavo già nel cuore il vostro stesso desiderio […] La libertà la potevate conquistare col vostro valore e con un altro liberatore, poiché all’Albania non mancano gli uomini, ma vi piacque attenderla dalle mie mani […] Ma merito forse io questo bel titolo di liberatore che mi avete graziosamente donato?

Non fui io a portarvi la libertà,

ma la trovai qui, in mezzo a voi!

…Mi avete accolto con tali affetti e gioia, mi avete reso servizi tanto validi e numerosi, che ora sono stato io reso più servo che voi liberi. Questa fortezza e questa città non ve l’ho data io, ma l’avete donata voi a me! Le armi non ve le cinsi io, vi trovai già armati! La libertà l’avevate ovunque, nel petto, sulla fronte, nella spada e sugli scudi: come fedeli guardiani, voi avete posto sul mio capo questa corona, mi avete dato questa spada, mi avete creato Signore di questo principato che avete custodito con tanta fede, cura e fatiche. Portatemi ora, con l’aiuto di Dio, a liberare l’Albania! Alzate dunque la bandiera in testa e mostratevi uomini come sempre! Dio, come finora, così nel futuro verrà in nostro soccorso e ci darà il modo di farci onore!”.

Il comandante albanese riuscì a ricompattare in pochi mesi un esercito di ben diecimila uomini, pronti a sacrificarsi in nome di un’Albania libera.

Il sultano Murat II, infuriato per l’improvviso voltafaccia del suo pupillo, inviò un esercito ben più numeroso di quello albanese, che però fu respinto e ricacciato in mare. Altri tentativi nei mesi successivi conobbero la stessa sorte. La reazione del sultano fu ancor più spietata. Nel giugno del 1444 i turchi entrarono in Albania con un’armata di ben centomila uomini, decisi a fare tabula rasa di ogni città e villaggio; invece andarono incontro ad una disfatta memorabile, grazie alla strategia militare del principe Giorgio, che, approfittando del terreno accidentato della zona di Torvjoll, fatto di gole, dirupi, improvvise boscaglie, consentiva agli albanesi di effettuare improvvisi attacchi, di ritirarsi in poco tempo sulle alture e di tendere delle trappole allo sprovveduto esercito ottomano. Il colpo finale fu assestato al nemico di notte, mentre gli ignari soldati riposavano nell’accampamento incautamente disposto in una vallata. Il comandante albanese ordinò di recuperare tutte le capre della zona (pare diecimila); in seguito furono legate sulle corna di ogni animale due fiaccole accese. Ad un suo segnale, “l’esercito di capre” e gli ottomila soldati albanesi, si precipitarono a valle tra un frastuono infernale ed attaccarono gli impreparati ottomani. Alla vista di quell’impetuosa valanga di luci e di grida venir giù dalla montagna, i soldati, ritenendo stoltamente di trovarsi di fronte ad un esercito poderoso, non opposero alcuna resistenza e si dispersero in ogni direzione. Con il minimo sforzo e con poche perdite umane, Giorgio riuscì a catturare i comandanti turchi, che subirono una cocente sconfitta e, soprattutto, un’umiliante derisione da parte dei suoi soldati.

La straordinaria impresa fece ben presto il giro dell’Occidente e furono in molte le delegazioni di stati europei e della Santa Sede a recarsi in Albania per conoscere il principe e complimentarsi con lui. Si guadagnò ben presto alcuni prestigiosi titoli, come ad esempio “Difensore impavido della civiltà occidentale” e, soprattutto, “Atleta di Cristo”.

Un successivo tentativo dei turchi di impossessarsi dell’Albania non sortì gli effetti sperati.

Le sbalorditive e ripetute vittorie di Scanderbeg avevano, però, indebolito le forze militari albanesi; per tale motivo il principe Giorgio chiese ed ottenne da re Alfonso d’Aragona un consistente aiuto, che risulterà poi decisivo.

Nell’estate del 1452, il successore di Murad II, il sultano Maometto II, per nulla intenzionato ad abbandonare la pratica Albania, decise di inviare due potenti armate: una comandata da Hamza-bey, l’altra da Dalip Pascià. Anche in questo caso gli ottomani furono sonoramente umiliati e sconfitti dalla grande strategia di guerra del comandante albanese. Altre incursioni turche si tramutarono in pesanti sconfitte: le battaglie di Skoplijë nel 1453, quella di Oranik nel 1456, quella di Mati nel 1457. Anche negli anni successivi si ripeterono altre schermaglie tra i due eserciti, tutte finite a vantaggio degli albanesi.

La fama di Giorgio Scanderbeg aveva valicato ogni confine del mondo. Il sultano turco dovette, mal volentieri, accettare la sconfitta e chiedere di trattare la pace, che non fu accolta dal comandante albanese.

Nel 1458 il principe Giorgio accorse in aiuto di Re Ferdinando I d’Aragona con un consistente esercito per combattere contro il rivale Giovanni d’Angiò. Il re, in segno di riconoscimento per l’aiuto ricevuto, gli concesse i feudi di Monte Sant’Angelo, di Trani e di San Giovanni Rotondo.

Recuperate le forze, nel 1464 il sultano Maometto II incaricò Sceremet-bey di costituire una potente armata e muovere contro gli albanesi. Anche in questo caso l’evento della guerra fu disastroso per gli invasori turchi. Non contento delle tante umiliazioni patite, l’anno successivo il sultano organizzò un potente esercito, superiore a quello albanese per armi, per numero di soldati e per mezzi bellici. Il comando fu affidato a Ballaban Pascià, un traditore albanese. L’esercito turco fu sconfitto nei pressi di Ocrida e messo in fuga.

L’ultimo tentativo del sultano di conquistare l’Albania è datato 1466. Questa volta l’esercito ottomano riuscì, data la grande superiorità numerica di mezzi e di uomini, a penetrare nell’interno dell’Albania e a cingere d’assedio la città di Krujia. Dopo numerosi assalti alla città, Ballaban Pascià dovette desistere ed abbandonare definitivamente il campo.

Nonostante i numerosi successi il principe Giorgio si rese conto che prima o poi gli ottomani avrebbero preso il sopravvento sulle ormai esauste difese albanese, per cui decise di stringere un patto di alleanza con la Repubblica di Venezia ed organizzare una difesa comune del territorio. Purtroppo questa alleanza non vide mai la luce per l’improvvisa morte di Giorgio, avvenuta nel 1468 per malaria.

Con lui moriva di fatto ogni possibilità di contrastare la furia dell’esercito ottomano. Dopo poco tempo, l’Albania fu conquistata e l’intero mare Adriatico fu sottoposto a continue scorrerie. Infatti, nel 1480, Otranto conobbe una delle più feroci incursioni saracene.

Giorgio Castriota Scanderbeg morì imbattuto e la sua figura rimase un perenne simbolo di fulgido eroismo. Ancora oggi gli Arbëresh (gli albanesi dell’epoca) ricordano le sue gesta, soprattutto nelle rapsodie e nei canti epici.

Gli succedette il figlio Giovanni, ancora adolescente e quindi incapace di governare, avuto dalla moglie Marina Donica Arianiti. Per tale motivo l’infante fu costretto ad abbandonare la sua terra e a rifugiarsi a Napoli presso la corte di Ferdinando I.

Nel 1481 Giovanni Scanderbeg, alla testa di un gruppo di fedelissimi, sbarcò a Durazzo nel tentativo di riprendersi l’Albania, senza però riuscirci.

Tornato a Napoli da Re Ferdinando, scambiò le terre, che suo padre aveva avuto in dono da Re Alfonso, con il ducato di Galatina e la contea di Soleto, molto più vicine alla sua amata Albania.

Attualmente vivono ancora nel Salento (Lecce e Ruffano) i discendenti di quel glorioso e impavido condottiero.

 


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