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Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Finalmente online!
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FANCIULLI D’UN TEMPO PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Rino Duma   
Lunedì 24 Ottobre 2011 20:48

Spesso m’accade, soprattutto durante le lunghe notti insonni, di riandare con la mente ai tempi della mia fanciullezza, quando la vita m’appariva come un meraviglioso sogno avviluppato in strani ed arcani misteri.

Il mio è un ritorno piacevole e, al tempo stesso, nostalgico; mi sforzo di ricordare immagini, volti, circostanze e, nel mentre, mi volto e mi rivolto tra le lenzuola. Mi assale una smania indescrivibile e ho voglia di fugare dalla mente i numerosi affanni quotidiani, i tormenti e i pesi notevoli di questa parte della vita. Sono, perciò, portato a scavare nel mio lontano passato, a rovistare freneticamente, a mettere a soqquadro la memoria, sperando di tirar fuori episodi particolari della mia dolce infanzia, mai rievocati.

L’infanzia, già!... Era l’età più bella, un’età che sembrava non dovesse finire mai. Erano i tempi delle gioie piene e dei lunghi sorrisi… dei sorrisi che via via si smorzavano sul viso al comparire delle prime amare certezze della vita; erano i tempi delle tante paure, delle lacrime facili, dei numerosi ma necessari rimproveri, sia paterni che magistrali, fatti di dure parole ma anche di schiaffoni e di colpi di riga.

Erano i tempi dei giochi semplici e spensierati, ma soprattutto di studio, di tanto studio che si protraeva sino a tarda sera sotto la luce di una lampada da “venticinque watt”. Lo studio di allora era martellante, insopportabile e, almeno per noi, inspiegabile ed inutile.

Per le vacanze di Natale, i professori, sempre severi e inflessibili, ci assegnavano una caterva di compiti: dovevamo trangugiare pagine e pagine di storia e geografia, imparare a memoria una cinquantina di versi dell’Iliade o dell’Odissea oppure un’interminabile poesia, tradurre alcune versioni di francese e di latino, queste ultime da riportare sull’odiato “analizzatore”, risolvere diversi problemi di geometria ed esercizi di aritmetica, fare il riassunto scritto di alcuni brani antologici, eseguire quattro-cinque lavori di disegno ornato e/o geometrico e, come se non bastasse, svolgere almeno tre temi d’italiano su argomenti diversi. Che bei Natali!

Darei, comunque, un anno del mio futuro, che di certo sarà ricco di pesi e di inquietudini, pur di ritornare indietro e ritrovare, almeno per un giorno o soltanto per poche ore, i miei genitori, gli odiati ed amati professori, i compagni d’allora, i trastulli, i progetti di fanciullo, le mie prime emozioni d’amore, quello strano e inconfondibile sapore che la vita d’allora mi offriva a piene mani.

Poi ripenso a quei tanti “ragazzi di strada” - buona gente, intendiamoci, o meglio “bravi monelli” - che pativano le pene dell’inferno. Erano ricoperti più che altro da stracci, indossati negli anni precedenti da una carovana di fratelli maggiori ed altri più piccoli attendevano il loro turno. Erano perennemente affamati e denutriti, con le gambe sbucciate ai ginocchi e segnate dai rigori invernali, con i capelli sporchi e pieni di pidocchi, con il muco che pendeva dal naso come una stalattite, con le cispe arroccate alle estremità degli occhi. Le scarpe, poi, risuolate più volte con cartone pressato o con copertoni di bicicletta, erano tenute ben salde dalle famose “tacce”, che limitavano al massimo il logorio delle suole. Il maglioncino unto, bisunto, smagliato e consumato all’altezza dei gomiti, i pantaloncini corti, rattoppati in più parti con stoffa di diverso colore e disegno, mantenuti da un’unica bretellina, davano l’idea di trovarsi di fronte a veri e propri scugnizzi napoletani. Con gli occhi vispi, scaltri come furetti e con l’intuito sempre pronto, non perdevano mai l’occasione di accaparrarsi in ogni modo, lecito o illecito, i mezzi di sostentamento necessari a migliorare, seppure di poco, la loro miserevole esistenza. Assomigliavano ai “Piccoli Apostoli” di Don Zeno Saltini a Nomadelfia.

Quante volte ho svuotato nelle loro insaziabili mani le mie tasche ricolme di fichi secchi! Quante volte mi sono privato della merendina, pur di veder brillare un timido raggio di gioia sul loro viso!

Tutti insieme si giocava, si correva, ci si picchiava, per poi riconquistare, tempo qualche giorno, le antiche amicizie e la vita di sempre.

I gruppi erano saldamente uniti da un fermo vincolo di solidarietà e da un eccezionale spirito di aggregazione, che difficilmente si riscontrano nei ragazzi di oggi, nonostante abbiano dalla loro parte innumerevoli vantaggi.

Non c’erano ostacoli che potessero intaccare o dividere i gruppi di fanciulli dei vari rioni, tra i quali era sempre vivo uno spirito campanilistico da… guerra mondiale.

Nell’interno di ogni gruppo vigeva una ferrea legge di gerarchie. Il capo, riconosciuto tale a seguito di aspre contese e dure lotte, era “circondato e servito” come un vero monarca da alcuni amici fidati, ai quali erano aggregati altri elementi di minore spicco, sino a comprendere la fascia sociale più bassa fatta di gente poco abile al gioco, di scarsa iniziativa e poco coraggiosa. Era una sorta di struttura piramidale efficiente ma dittatoriale, alla stessa stregua di un duro regime militare.

Per essere riconosciuto capo, si dovevano superare diverse prove di forza e di coraggio. Ricordo di essermi arrampicato sul cipresso più alto del cimitero (vi assicuro che si tratta d’impresa ardua) e, peggio ancora, di aver attraversato con Tommaso, un altro compagno di ventura, gli interminabili sessanta metri dello stretto cunicolo della fognatura di Piazzale Stazione. Oggi, guardando quella angusta imboccatura, mi viene da rabbrividire.

La vita associativa era per lo più svolta in strada, che per noi fungeva da palestra, da grande madre, lontano dai pericoli delle autovetture (ce ne erano pochissime), della droga e dell’aids.

Il primo pomeriggio, subito dopo pranzo, era vissuto intensamente e trascorreva in fretta, senza che ce ne accorgessimo. Poi, nel bel mezzo della spensieratezza, si udiva una voce acuta e stentorea, un perentorio richiamo: erano i nostri genitori che ci ricordavano di riprendere la dura e ossessionante fatica quotidiana, qual era lo studio. Ed allora nel nostro cuore scendeva un velo d’amarezza e di sconforto; ma intanto ci si dava appuntamento a sera, compiti permettendo.

Il gioco maggiormente preferito era il calcio (calcio alla carlona, tanto per intenderci). Infatti, tutti i giocatori rincorrevano la palla di gomma (quando si era fortunati ad averne una) o la palla di pezza o di carta pressata: tutti attaccanti e tutti difensori dietro a quella magica sfera.

Il “terreno di gioco” (si fa per dire) era generalmente il Piazzale “Stanzione” (lo chiamavamo così), quando si era fortunati a trovarlo libero, oppure ci si spostava ai “Banchini” (attuale Largo San Biagio) o anche dietro alla “Vecchia distilleria” o, quand’altro non ci fosse, su un campetto di fortuna ricavato tra alcuni binari morti della Ferrovia Sud-Est. In quest’ultimo caso, appena finita la partita, si era completamente neri... che più neri non si può, per via della polvere di carbone che, sollevata dalle nostre stesse pedate, andava ad impiastricciarsi sul viso con i rivoli di sudore. Sembravamo ragazzi usciti da poco da una miniera di carbon fossile, come nel famoso romanzo di A. J. Cronin “...E le stelle stanno a guardare”.

Durante il torneo annuale di calcio si giocava anche in trasferta sui campetti dei vari rioni, i più importanti dei quali erano la “Stanzione”, la “Porta Luce”, la “Porta Nova”, la “Chiesa Madre”, “Santa Caterini”, “Santu Sebastianu” e “l’Anime”.

Il calcio non era tutto; infatti, c’impegnavamo in tanti altri giochi, per alcuni dei quali era richiesta molta concentrazione e una bravura innata. Su tutti, ricordo il gioco “Uno monta la luna”, che raramente si portava a termine, poiché vi era sempre qualcuno dei partecipanti che, per imperizia o per carenza atletica, non riusciva a superare le quindici dure prove di abilità. Non meno impegnativi erano i giochi de “Li tuddhri” e de “Mazza e mazzarieddhru”. Il primo consisteva nel superare, utilizzando cinque piccole pietre ben modellate, alcune difficili prove manuali; il secondo, invece, assomigliava al baseball americano. Dal campo base un giocatore, servendosi di una “mazza”, lanciava quanto più lontano possibile “lu mazzarieddhru” (un pezzetto di legno lungo 10-12 cm, ricavato da un manico di scopa appuntito alle estremità). Vinceva chi totalizzava un certo numero di “balle” (una balla corrispondeva, non certamente ad una frottola, bensì alla misura corrispondente alla lunghezza di cento mazze).

Eravamo anche molto abili nel realizzare magnifici aquiloni, sfruttando la carta dura dei sacchetti di cemento, oppure nel costruire pattini di legno, fionde di ulivo, perfetti archi per frecce, ricavati dai ramoscelli di eucalipto o di felce, ma anche strani ed efficienti apparecchi, che rappresentavano un lontano prototipo del telefono. Per questi ultimi, bastava avere due barattolini di rame (ad es. di crema da scarpe), uno spago lungo una trentina di metri e un po’ d’ingegno. Grazie ad un chiodo, si praticava un foro centrale nei due coperchi, i quali, in seguito, erano collegati a distanza dallo spago ben teso. Bastava parlare, anche a bassa voce, perché la “telefonata” si trasmettesse da un capo all’altro. Erano i cellulari di quei tempi… ma a tariffa zero.

La domenica pomeriggio, poi, dopo aver assistito in Piazza F. Cesari alla partita di calcio della Pro Italia Galatina, si andava al cinema per godersi il film. I più gettonati erano quelli a sfondo storico, western, di guerra e, un po’ meno, quelli comici. Ricordo che, per acquistare i biglietti d’ingresso del film “Ulisse” (interpretato dal famoso attore Kirk Douglas), dovetti sudare le proverbiali “sette camicie”, tanta e tale era la ressa all’ingresso del cinema. Dopo oltre un’ora di spintoni e pestate, riuscii finalmente ad “approdare” al botteghino. Per la cronaca, vidi il film per ben tre volte.

I cinematografi di Galatina che andavano per la maggiore erano il Cinema Teatro “Tartaro” ed il “Cavallino Bianco”; meno frequentati erano la Sala “Lillo”, la Sala parrocchiale “Santa Caterina” e l’Arena “Italia”.

Da grandicelli, verso i 13-14 anni, fummo attratti da un movimento giovanile che a quei tempi impazzava in tutt’Italia: ”I Boys Scout”. Lo scoutismo rappresentò per noi un’ottima occasione per affinare l’incerto carattere e educarci alla vita di gruppo.

Fu per noi una sana regola di vita (ancor oggi si fa sentire) che ci induceva a coltivare le più importanti qualità dell’individuo, come il compiere il proprio dovere, l’essere leali e coraggiosi, l’amare il prossimo, il sacrificarsi per l’intento comune, il disprezzare la vita comoda, il coltivare la purezza del pensiero, delle parole e delle azioni, l’avere rispetto di tutti gli uomini, senza distinzione di classe, di razza e di religione.

Ora, ritornando mestamente ai nostri duri e difficili giorni, mi sembra come se quelle virtù siano state bandite dal mondo attuale, sempre più rivolto verso ben altre finalità e dimentico ormai di quei semplici, sani e virtuosi valori d’un tempo, di quando cioè tutto appariva un meraviglioso e ineguagliabile sogno.

Ma questa di oggi, purtroppo, è tutta un’altra storia… è una storia brutta ed inquietante, dalla quale l’uomo difficilmente saprà tirarsi fuori, a meno che non deciderà di servirsi dell’unico e grande sentimento divino, qual è… l’amore.


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