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Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Le farfalle nere ci salveranno dal disastro PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 26 Ottobre 2011 18:15

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” del 26 ottobre 2011]

 

Non esiste il Premio Nobel per l’Ecologia, le scienze considerate “Nobeli” (le più nobili) sono la fisica, la chimica, la fisiologia e medicina (a volte spacciate per biologia, ma  sempre solo a livello molecolare, con la sola eccezione del premio a tre etologi, tanto tempo fa). Il resto non conta. Ovviamente non sono d’accordo e penso che un premio Nobel per l’ecologia ci vorrebbe eccome, visti i guai in cui ci stiamo cacciando. Darebbe maggiore dignità ad una disciplina la cui importanza è oramai riconosciuta dai Papi, ma non dal mondo scientifico. Facciamo finta che il comitato per il Nobel veda la luce e che istituisca il Nobel per l’Ecologia. Chi potrebbe avere le carte in regola per vincerlo? Conosco bene gli ecologi più importanti del mondo, se non altro per leggere quel che scrivono. Alcuni li ho anche incontrati personalmente. Potrei fare qualche nome. Ma l’altra sera ho visto Dario Fo a Che Tempo Che Fa e ho deciso: il Nobel per l’ecologia lo merita lui. Non per le scoperte che ha fatto, perché non ne ha fatte. Ma per come ha messo assieme cose già note e, dall’averle messe assieme, ha tratto qualcosa che è più della semplice somma delle parti. Che poi è proprio il compito dell’ecologia. Fisica, chimica, fisiologia studiano componenti della realtà, pezzi. Scompongono la realtà in sottorealtà e le analizzano a fondo, con risultati magnifici. Ma poi i pezzi vanno rimessi assieme, perché la semplificazione della complessità è un ossimoro. La complessità semplice non è più complessità. Un concerto non si capisce ascoltando le note una alla volta, strumento per strumento. Un’opera letteraria non si comprende semplicemente cercando sul dizionario il significato di ogni parola. Quando le parole o le note sono messe assieme, acquisiscono proprietà differenti rispetto a quando sono separate le une dalle altre. Ecco, mettere assieme le cose e vederne il significato complessivo è compito dell’ecologia.

Dario Fo lo ha fatto in modo mirabile, in dieci minuti. Ha spiegato cosa sia l’evoluzione, e come le avversità generino novità. Lo ha fatto parlando di farfalle bianche che vivono sui tronchi biancastri delle betulle. Arriva l’inquinamento, i tronchi diventano neri e le farfalle bianche sono preda degli uccelli. Ma le poche farfalle nere, prima una inutile deviazione dalla bianca normalità delle farfalle, si trovano improvvisamente avvantaggiate. Gli uccelli non le vedono sui tronchi neri, ed ecco che la specie cambia. E da bianca diventa nera. Quello che era uno svantaggio diventa un vantaggio, nell’avversità. E poi Fo ci spiega che noi ora siamo come quelle farfalle. Stiamo facendo diventare “nero” il nostro mondo, lo sporchiamo, lo spremiamo, lo distruggiamo. E ha previsto che un giorno tutte le cose che facciamo non ci saranno più concesse. Un giorno la luce non si accenderà più, non ci saranno aerei nel cielo, il cibo non arriverà alle città, e ci saranno grandi catastrofi naturali. I soldi non avranno più alcun valore, e la gente scapperà dalle città. Sta già cominciando a succedere, a New Orleans, a L’Aquila, a Bangkok.

Chi sono le farfalle nere, quelle che si salveranno? Sono il miliardo di persone che non hanno mai avuto l’elettricità, che non hanno mai volato, che non vivono in città, che vivono di agricoltura di sussistenza e che non hanno mai avuto soldi. Loro ci sono nati in questa situazione, e sanno come fare. Noi no. Il futuro è il loro. Li chiamiamo selvaggi, o primitivi.

Aggiungo io: è già successo in passato. Civiltà fulgide che ci hanno lasciato testimonianze di enorme grandezza, dagli Egizi agli Incas e agli Aztechi, sono crollate in poco tempo sotto il peso del proprio successo. E quei popoli sono diventati “primitivi”, rispetto a quello che erano prima.

Oggi, alla radio, ho sentito un signore che diceva che l’Africa ha margini di miglioramento enormi e che presto diventerà come noi. Non è vero. Il pianeta non si può permettere sette miliardi di persone che vivono come noi. Non ce la fa. I segni sono evidentissimi. Dario Fo, un artista, riesce a comunicarlo come nessuno scienziato potrebbe. E il colpo di genio di mettere insieme le farfalle bianche e nere, e i “progrediti” e i “primitivi” vale da solo il premio. Ne ha già preso uno, di Nobel, ma Dario Fo merita anche questo Nobel immaginario. Il fatto che non ci sia questo Nobel va di pari passo con l’assenza della Natura nella nostra Costituzione. La nostra cultura resta indietro, nelle sue forme istituzionali, è ancora ferma su singole parti del tutto e non vede il tutto. Guarda l’elefante con la lente d’ingrandimento, e non si accorge della sua grandezza. Dario Fo, sabato scorso, ce lo ha spiegato in modo magistrale: senza tecnicismi, senza paroloni, ci ha fatto vedere il futuro che ci aspetta. Se lo capiremo, forse saremo ancora in tempo per cambiare questo destino, ma i tempi sono sempre più stretti e noi, purtroppo, siamo irrimediabilmente stupidi.


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