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Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
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Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
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Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
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Stagione teatrale a Lecce
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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 14 PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Sabato 29 Ottobre 2011 11:55

Lavoro, politiche miopi

 

[nel "Nuovo Quotidiano di Puglia" del 29 ottobre 2011]

 

Ad oggi, l’Italia è, fra i Paesi OCSE, il Paese meno generoso nell’erogazione di sussidi di inoccupazione e di disoccupazione. Come certificato dalla Commissione Europea, limitandosi ai soli Paesi della zona euro, l’incidenza dei trasferimenti pubblici a beneficio dei disoccupati è, in Italia, pari a circa il 10%, a fronte di una media pari al 40%. Lo scenario peggiora notevolmente se si considerano i trasferimenti pubblici i cui destinatari sono individui di età compresa fra i 20 e i 30 anni. In altri termini, le giovani generazioni non solo entrano in un mercato del lavoro nel quale, nella migliore delle ipotesi, il contratto di lavoro è a tempo determinato (se non irregolare), ma, in caso di mancato rinnovo del contratto, non hanno benefici da parte dello Stato, potendo contare sui soli trasferimenti dalle proprie famiglie. La Banca d’Italia stima, a riguardo, che soprattutto per la crescita della spesa pubblica (e del debito pubblico) fra il 1965 e il 1995, i nati fra il 1940 e il 1950 sono gli individui che maggiormente hanno beneficiato di trasferimenti pubblici, principalmente sotto forma di sussidi di disoccupazione e pensioni. Utilizzando la convenzione secondo la quale fra una generazione e la successiva intercorrono 25 anni, risulta che delle tre ultime generazioni, quella che fa riferimento ai nati dopo il 1970 è nella condizione peggiore, sia per quanto attiene alla probabilità di trovare lavoro, sia per quanto attiene alla quota di spesa pubblica a suo beneficio.

A fronte dell’esistenza, particolarmente in Italia, di una preoccupante “questione giovanile”, non sembra che il Governo ne faccia una priorità. E la resistenza all’erogazione di sussidi ai giovani continua a essere sostenuta con tesi alquanto discutibili.

La convinzione dominante si basa sull’idea secondo la quale l’erogazione di sussidi genera effetti macroeconomici indesiderati, per l’operare di due meccanismi. In primo luogo, si ritiene che a fronte della percezione di redditi non da lavoro, gli inoccupati e i disoccupati reagiscano riducendo il tempo dedicato all’attività di ricerca di lavoro e, dunque, accrescendo la popolazione inattiva. In secondo luogo, si ritiene che l’erogazione di sussidi riduca la produttività, dal momento che i lavoratori occupati, sapendo che, in caso di licenziamento, disporranno comunque di un reddito erogato dallo Stato, avranno maggiore incentivo a lavorare meno. Si può, per contro, argomentare che l’ampliamento delle ‘reti di protezione sociale’ – oltre a costituire un dispositivo per la coesione sociale e il contenimento della conflittualità - ha effetti positivi sulla crescita economica, soprattutto mediante l’azione di contrasto che esse generano nei confronti dell’economia sommersa. Ciò per le seguenti ragioni.

1) L’erogazione di sussidi di disoccupazione accresce i consumi, dunque la domanda aggregata e l’occupazione. La crescita dell’occupazione rafforza il potere contrattuale dei lavoratori, traducendosi in un aumento dei salari. Fermo restando il salario corrisposto nell’economia irregolare, ciò determina un aumento dei differenziali salariali nei due settori, con il risultato ragionevolmente attendibile di un aumento dell’offerta di lavoro nel settore regolare (e la contestuale riduzione dell’offerta di lavoro nel sommerso).

2) L’aumento dei sussidi disincentiva l’offerta irregolare di lavoro dal momento che accresce il salario di riserva, ovvero il salario minimo al quale ciascun individuo è disposto a lavorare. Ciò consente di rendere più accurata l’attività di ricerca del lavoro e scoraggia la collocazione dei lavoratori nel settore irregolare. Si consideri che, soprattutto nel Mezzogiorno, le prime offerte di posti di lavoro che giungono agli inoccupati (anche con elevato grado di scolarizzazione) sono offerte con rapporti di lavoro irregolari. Beneficiando di indennità di inoccupazione, questi individui hanno maggiore possibilità di rifiutarle, potendo attendere occasioni di lavoro più coerenti con le loro competenze e soprattutto regolari.

Per quanto attiene agli effetti dei sussidi sulla produttività del lavoro, la linea di policy qui proposta risiede su un meccanismo di tipo ‘smithiano’, così sintetizzabile. In quanto “la divisione del lavoro è limitata dall’ampiezza del mercato” e la divisione del lavoro accresce la produttività, l’aumento della spesa pubblica (qui sotto forma di estensione delle reti di protezione sociale) – proprio perché incide positivamente sull’”ampiezza del mercato” – esercita effetti positivi sulla produttività del lavoro e, dunque, sul tasso di crescita. Vi è di più. Non vi è dubbio che una parte dell’economia sommersa è in rapporti di complementarietà con l’economia regolare: ovvero imprese regolari riescono a ottenere profitti anche grazie al fatto che acquistano prodotti intermedi a basso costo da imprese irregolari. In una condizione di questo tipo, azioni di contrasto al sommerso non possono che spingere le imprese regolari verso modalità di competizione non basate sulla compressione dei costi di produzione, costituendo – questo – un incentivo a innovare.

È evidente che queste azioni possono essere poste in essere solo a condizione di un radicale ripensamento delle politiche di austerità. Vi sono ottime ragioni per farlo. L’irrazionalità delle politiche di compressione della spesa pubblica in regime di crisi è ormai palese, non soltanto perché l’obiettivo della stabilizzazione del rapporto debito pubblico/PIL non lo si riesce a raggiungere con politiche fiscali restrittive (anzi si allontana sempre più); non soltanto perché misure ‘draconiane’ di compressione della spesa producono riduzione dell’occupazione e dei salari, attivando spinte conflittuali la cui repressione è essa stessa costosa; ma anche perché favoriscono la collocazione di imprese e lavoratori in settori irregolari dell’economia, generando – anche per questo effetto – ulteriore riduzione del tasso di crescita.


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