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Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
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Dal fondo del cassetto 7 PDF Stampa E-mail
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Giovedì 03 Novembre 2011 08:17

Abitare il mondo

 

[Articolo apparso sul “Quotidiano” del 10 settembre 1992]

 

La Casa Editrice Laterza ha riproposto, in un’edizione suddivisa per argomenti in più volumi, la Storia dell’architettura moderna di Leonardo Benevolo, arricchita dall’analisi delle esperienze architettoniche della seconda metà di questo secolo.

Nel volume quinto, che ha per sottotitolo Il nuovo corso, Benevolo comincia con l’affrontare i temi indicati dai maestri del movimento moderno, ed il modo con cui essi sono stati recepiti: “Le Corbusier a 78 anni e Mies a 83 restano non solo i più rispettati, ma letteralmente i più bravi. In seguito non compare nessun’opera di livello paragonabile ai loro ultimi lavori, e non è disponibile alcun arbitrato persuasivo come quello di Gropius. La loro presenza garantiva a suo tempo l’unità della cultura architettonica, perché si poteva sempre aspettare il prossimo apporto, capace di anticipare le esigenze comuni. In seguito questa possibilità è venuta meno, e la coerenza della ricerca – non recuperabile con i manifesti, le dichiarazioni e i raggruppamenti – deve essere garantita con un lavoro più cauto, e più limitato, che sembra necessario per molto tempo ancora.”

Con questa posizione che non è frutto di facile sfiducia, ma nasce dalla consapevolezza del lavoro in architettura nei primi decenni di questo secolo, Benevolo descrive uomini ed esperienze recenti, dedicando a ciascuno brevi tratti.

Lo schema è quello di una preventiva analisi dei mutamenti nella concezione della città e dei fenomeni politici e sociali che li hanno determinati attraverso l’attenzione all’azione del singolo, all’opera che si colloca nella città e, al contempo, la struttura che ne caratterizza lo spazio.

La volontà pare essere proprio quella di mostrare, attraverso una mole enorme di dati e sia pure solo con brevi notazioni critiche (ciò ovviamente non succede quando si parla di Le Corbusier o di Ludwig Mies van der Rohe), la molteplicità di strade intraprese e caratterizzate da quel sentimento di destrutturazione delle idee che spesso è stato in questi anni tipico dell’esperienza architettonica. D’altra parte è da considerare il fatto che il confronto con le esperienze della prima metà del secolo è molto pesante proprio per la loro qualità innovatrice; ecco perché una prima reazione al funzionalismo è stata di polemico e a volte ironico distacco, nella ricerca di formule che sapessero di allontanamento quali “post-moderno”, “post-industriale”, “post-decò”.

In un clima in cui ci si rivolgeva al passato in modo polemico, a molto è valsa la lezione pacata di un Louis Kahn che non ha creato una scuola, ma ha indicato un nuovo modo di fare ricerca architettonica, rivisitando il passato (era un grande studioso di architettura romana) fuori dalla “querelle” moderno e post-moderno.

Oltre a questa prima reazione al movimento moderno ed al suo soffermarsi in una pausa di riflessione, si possono annoverare altri orientamenti non meno interessanti, che tengono conto di istanze diverse.

Nel movimento “High Tech”, progettisti come Norman Foster, Renzo Piano, Richard Rogers ed altri pongono forte attenzione all’evidenziazione ed allo sviluppo delle componenti tecnologiche dell’opera architettonica. Di questa posizione sono esempi il Centro Pompidou di Parigi, realizzato da Piano e Rogers dopo il concorso del 1970, dove gli impianti escono al di fuori della tradizionale scatola muraria e l’edificio viene definito da un groviglio spasmodico di tubazioni; il palazzo postale a Tokio di Foster (1988-1990) che comunque presenta una maggiore ricerca di segno unitario ed è la fisarmonica di carta intagliata che pende aprendosi dai draghi della tradizione; la torre delle telecomunicazioni sempre di Foster, terminata quest’anno a Barcellona sul monte Tibidabo, dal quale sembra quasi volersi staccare per non schiacciare gli alberi. Come un pallone aerostatico cubiforme, tenuto a terra da cavi d’acciaio e da un pilone all’apparenza esile.

Aldo Rossi, con un libro programmatico del 1966, e dopo di lui altri, quali ad esempio Robert e Leon Krier, Marcel Culot, Josè Linazasoro, Rodrigo Perez de Arce e anche Mario Botta, pur se con personali interpretazioni, cercano di aggrapparsi agli stilemi del linguaggio classicista, creando, come nel caso di Rossi, chiari elementi di stile identificabili. E sono emblematici a tal proposito gli appartamenti al quartiere Gallaratese di Milano e il cimitero di Modena, il cui blocco centrale si solleva cubico, bianco, con bucature regolari, in un’architettura ieratica dell’assenza.

Nell’ultimo decennio si assiste ad un tentativo di “declassare le scelte linguistiche già messe alla pari del mercato delle immagini, e a impiegarle come strumenti per risolvere in modo appropriato i casi concreti”. È questo il caso dell’ultimo James Stirling (non il primo e forse più vigoroso brutalista), di Aldo van Eyck, di Oriel Bohigas, di Vittorio Gregotti ed altri. Così la casa per madri nubili ad Amsterdam di van Eyck completa l’antico prospetto del quartiere in cui si colloca, nascendo però da una sensibilità figlia di un tempo diverso da quello delle preesistenze e quindi risentendo di tutte le istanze moderne che però non si presentano arroganti, ma fanno capolino discrete. Per Stirling la situazione è diversa: ventisettenne cominciò a progettare un quartiere di case popolari non intonacate, con i mattoni a vista anche nello spazio interno delle stanze; poi passò in anni successivi ad opere quali la scuola di ingegneria dell’Università di Leicester, che è un sottile gioco di volumi; la scuola di storia dell’Università di Cambridge, dalle soluzioni tecniche ancora irrisolte; ed il Queen’s College di Oxford, che è un anfiteatro sul fiume. Da queste, Stirling passa ad “opere forse più ricche di memorie e di associazioni, nel progressivo evolversi di un’architettura radicalmente moderna”.

Scrive Benevolo: “James Stirling – associato dal ’71 con Michael Wilford – lavora in tutto il mondo perfezionando la sua capacità di cogliere in modo sempre più spregiudicato le specificità delle occasioni più diverse. La maggior parte delle sue opere sono, significativamente, modificazioni e aggiunte a edifici preesistenti”.

In un clima in cui spesso è più importante il progetto in sé della realizzazione, in cui “alcuni architetti sono incerti se vendere i loro disegni come istruzioni per costruire o come ‘opere d’arte’ da appendere al muro”, è utile ricordare alcune parole di Le Corbusier, riportate da Benevolo: “Ebbene, Mr. Le Corbu, complimenti! Lei ha proposto i problemi di quarant’anni di futuro, vent’anni fa! E le hanno servito un’abbondante e continua razione di calci nel sedere! Questo libro contiene una massa imponente di piani urbanistici completi, minuziosi, che vanno dal particolare all’insieme, dall’insieme al particolare. Le hanno detto: no! L’hanno trattata da pazzo! Voi, signori del “No”, avete mai pensato che in questi piani c’era la passione totale, disinteressata di un uomo che nella sua vita si è occupato ‘del suo fratello uomo’, in modo fraterno”.

A tal proposito c’è anche da registrare una precisazione di Walter Gropius nelle sue lezioni americane: “Le mie idee sono state spesso interpretate come l’apice della realizzazione e della meccanizzazione. Ciò dà un quadro assolutamente errato di tutti i miei sforzi. Ho sempre insistito sul fatto che l’altro aspetto, la soddisfazione dell’anima umana, è importante quanto il benessere materiale, e che il raggiungimento di una nuova visione spaziale è più significativo dell’economia strutturale e della perfezione funzionale”.

L’architettura, come tutte le arti, ha come destinatario l’uomo, ma questa volta non in modo contemplativo, bensì intimamente collegato con il vivere giornaliero in tutte le sue manifestazioni, dalle cerimonie al lavoro, alle funzioni biologiche.

L’architetto cerca di qualificare lo spazio, e questo suo fare è strettamente collegato con la qualità della vita. La fruizione dello spazio passa innanzitutto dalla previa sensazione dello “spazio vitale” sia del singolo sia del gruppo. Si può quindi proporre un ambiente che garantisca sia il raccoglimento sia l’aggregazione, oppure uno spazio alienante perché di per se stesso alienato, non con lo stesso grado di facilità.

Lo spazio in cui l’uomo vive può in qualche modo influire sulla percezione delle cose: si pensi, ad esempio, alla diversa concezione della strada di chi vive al pianterreno senza alcun diaframma se non la porta, e di chi vive invece in un piano rialzato, oppure schermato da un giardino.

L’attenzione deve essere quindi rivolta all’uomo, alle sue esigenze, e non agli ‘ismi’. L’architettura deve proporre una qualità della vita e non perdersi nell’accademia. Forse il raggiungimento di questo fine può essere facilitato da un’analisi critica approfondita di quanto di buono o cattivo è stato fatto.


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