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Dal fondo del cassetto 8 PDF Stampa E-mail
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Domenica 13 Novembre 2011 08:17

E che ogni lettore sia il vero colpevole

 

[Articolo apparso sul “Quotidiano” del 13 luglio 1985, p. 16-17]

 

“Tre anni fa, da quando scrivo, Eric Protter della rivista “Gallery” mi domandò se mi sarebbe interessato scrivere racconti ‘gialli’ mensili per la rivista […]. Volendo essere sempre onesto con i miei lettori, vi dirò di cosa si tratta. Ogni racconto, senza eccezione, inizia con una breve conversazione tra un gruppo di tre amici nella biblioteca dell’Union club. Il quarto amico è Griswold, che all’inizio del racconto è sempre addormentato. Un brano della conversazione lo fa destare e gli ricorda qualche episodio che lui racconta fino al punto in cui gli altri tre dovrebbero essere in grado di trovare la soluzione […]. Un ultimo avvertimento. Uso qui l’espediente di far credere che io so tutto in fatto di spie, di polizia, di politica del governo. Se volete sapere la verità, è che non ne so assolutamente niente di cose di questo genere. Sono tutte mie congetture, e se qualcuno di voi fosse esperto e dovesse accorgersi che prendo ridicole cantonate qua e là, be’, il motivo è proprio questo.” Annota Isaac Asimov con la solita, inconfondibile verve nell’introduzione alla sua ultima antologia personale tradotta in Italia: “Gli enigmi dell’Union club”, Oscar Mondatori, maggio 1985.

I racconti, di circa duemila parole ciascuno, ci mostrano un Asimov particolarmente brioso, il quale, in fondo, dietro le quinte parla di se stesso, delle sue piccole manie.

Baranov, Jennings, l’ “io narrante”, Griswold, nel chiuso della biblioteca dell’Union club, sono tanti aspetti di un Asimov che guarda il lettore e sorride, e lo prende in giro, ma soprattutto ironizza su se stesso.

I racconti sono una sfida continua di Asimov senza particolari destinatari, ed è quasi palpabile il lavoro intellettuale dietro di essi. Ovunque si manifesta prepotente il carattere dell’autore, attraverso quello dei personaggi, un carattere la cui essenza il suo lettore assiduo aveva imparato a conoscere disseminata fra decine, se non centinaia, d’introduzioni ricche di spunti aneddotici ormai proverbiali.

In quest’ultimo libro, certo, non ha i toni corali della tetralogia di Foundation: il suo è un saltellare tra giochi logici che trova le proprie radici in Largo ai Vedovi Neri, sua precedente narrazione. È anche un artificio per esprimere le proprie idee su problemi attuali e (perché no?) di lanciare frecce a sicuri destinatari.

Asimov è da anni uno dei guru della fantascienza – il suo primo racconto apparve nel 1939 sulla rivista statunitense “Astounding”. La sua attività di divulgatore scientifico è enorme, così come quella di critico letterario. Non poteva che rivelarsi salutare una nuova escursione nel ‘giallo’, il quale, altri perorano, è momento metafisico.

Asimov fa correre il lettore sulle pagine, facendogli provare soddisfazione per le proprie capacità mentali, o disappunto, o senso della beffa, o ammirazione, ma soprattutto avvincendolo, tenendolo stretto con sé fino all’ultima, conclusiva parola.

D’altronde mi sembra naturale questo stato di cose per un autore che afferma:  “La mia vita è un assalto continuo contro il mio Gentile Lettore”.

Il mistero è una costante in Asimov. Esso s’intrufola in quasi tutte le sue pagine ed è attaccato dalla ragione e risolto; non assume, cioè, caratteristiche di insondabilità cosmica. È un metro dove le capacità umane si misurano. Così la trattazione del ‘giallo’ diventa spontanea, già implicita in molti suoi racconti di fantascienza, come, ad esempio, quelli riguardanti le leggi della robotica.

Il robot, infatti, è uno dei motivi ricorrenti della fantascienza. Asimov prescrisse a suo tempo le leggi che ne avrebbero dovuto determinare l’agire, in seguito alla discussione con un amico: “1. un robot non può recar danno agli altri esseri umani, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, gli esseri umani ricevano danno; 2. un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani tranne nel caso che tali ordini contrastino con la Prima Legge; 3. un robot non deve salvaguardare la propria esistenza finché ciò non contrasti con la Prima e la Seconda Legge”.

Formulate queste leggi, il ‘buon dottore’ – nomignolo di Asimov – ha cominciato a scrivere racconti nei quali descriveva situazioni in cui si cercava di eludere le stesse. Queste narrazioni erano dei ‘gialli’, anche se formulati con gli stilemi caratteristici della fantascienza.

Ecco che Asimov appare come un giallista novello in queste sue raccolta sui ‘Vedovi Neri’, ma conferma un ricorrente sentimento affettivo per un ‘genere’ dove, dicono gli stessi americani, manca una narrazione ove ogni lettore sia il vero colpevole.


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