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Cosa serve all'Università del Salento PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Martedì 15 Novembre 2011 16:56

[Nuovo Quotidiano di Puglia" del 15 novembre 2011]

 

L’Università italiana, come tutte le altre strutture dello Stato, è in crisi e probabilmente deve essere ridimensionata. Anzi, è in via di ridimensionamento. Gli stanziamenti sono tagliati e i tagli si riassorbono non rimpiazzando il personale che va in pensione.

Non ci possiamo permettere di più e dobbiamo fare i conti con la crisi. Come rispondere? E’ un problema che grava su tutto il nostro paese. Le innovazioni si attuano quando ci sono le crisi, altrimenti si rimane nella comoda stabilità. E’ l’instabilità che genera novità.

Nell’Università il sistema 3 più 2 offre soluzioni ai problemi che ho appena delineato.

Il triennio di base, la laurea breve, è una continuazione del liceo e affina la preparazione delle superiori, indirizzandola verso una specializzazione. Siamo una specie che deve imparare, e lo fanno i singoli individui, accumulando conoscenza. In questi ultimi trent’anni, specialmente in campo scientifico, ci sono troppe cose in più, da sapere, per poter apprendere come si faceva “prima”. Il cervello di un umano, oggi, dovrebbe contenere molta più conoscenza di quella di un umano di trent’anni fa. E quindi va bene un superliceo. Poi, però, ci sono i due anni della magistrale. Seguiti dai tre di Dottorato di Ricerca. Non esiste un modo miracoloso per imparare senza fatica e in tempo breve, checché ne dica il CEPU.

Il numero delle lauree triennali è aumentato moltissimo, al momento della riforma, quando si è passati da lauree quadriennali o quinquennali a lauree di tre anni, più i due della magistrale. Il motivo è che prima è partita la triennale mentre le magistrali sono partite dopo tre anni. Tutti i docenti si sono sentiti in diritto di essere nelle triennali e quindi, usando un eufemismo, è aumentata l’offerta formativa: è aumentato il numero dei corsi di laurea. A volte, anzi spesso, questo è stato fatto in modo artificioso. Poi è arrivato il tempo delle magistrali e di nuovo tutti i docenti hanno voluto essere dappertutto. Questo ha portato ad un ulteriore aumento dell’offerta formativa. Gli studenti non sanno più che fare, in ogni università c’è un offerta differente. Io mi sono laureato in scienze biologiche. Ai mei tempi quel corso di laurea era presente dovunque, e bene o male si facevano le stesse cose, con indirizzi interni ai corsi di laurea. Quando sono arrivato qui a Lecce c’era ancora Scienze Biologiche. Ora c’è una triennale di Scienze Biologiche, e poi ce n’è una di Scienze Ambientali e una di Biotecnologie. Poi ci sono le specialistiche, anche loro in quantità “generosa”. Intanto i docenti vanno in pensione, e di nuovi posti non ne arrivano, o arrivano col contagocce.

Questa proliferazione c’è stata in tutte le Facoltà, in tutta Italia. E ora c’è la contrazione.

Secondo me le triennali dovrebbero essere unificate. Una sola per ogni grande area disciplinare. Magari con un terzo anno di indirizzo. In modo da dare a tutti gli studenti una base imprescindibile in una certa area culturale. E poi le magistrali si attivano nei temi in cui l’Università ha una produzione scientifica di alto livello. Abbiamo gli strumenti per identificare queste aree.

Uno studente che voglia specializzarsi in un campo deve intanto scegliere la triennale che lo porterà in quel campo. E’ un superliceo e non si basa molto sull’eccellenza scientifica dei docenti. Si basa sull’efficienza didattica. Non occorre emigrare. Ogni Università italiana è in grado di fornire questo tipo di formazione. La scelta vera avviene per la magistrale. E lì bisogna scegliere il meglio. Se nella propria Università non c’è, si va via. Ma solo per due anni. Ogni Università sarà rinomata per un certo numero di tematiche e la sua qualità sarà certificata dalla qualità dei docenti, qualità misurata dalla loro produzione scientifica, dal loro prestigio internazionale. Gli studenti che vogliano una preparazione “magistrale” in un certo ambito sceglieranno, ovviamente, quella migliore. I Salentini che vorranno specializzarsi in qualcosa che l’Università del Salento non offre se ne andranno. Ma altri studenti verranno qui, per specializzarsi in discipline in cui l’Università del Salento eccelle. E poi c’è il dottorato di ricerca, che deve essere attivato nelle discipline che esprimono risultati migliori tra quelle in cui si sono attivati i corsi di laurea specialistica. Quali siano le discipline migliori è testimoniato dalla produzione scientifica dei docenti, dal successo nella progettualità nazionale e internazionale, dalla presenza nei comitati editoriali delle riviste più prestigiose, o nei comitati scientifici dei convegni più importanti, dagli inviti a tenere relazioni a convegni internazionali.

Insomma, si devono identificare aree in cui i docenti sono docenti (e il loro compito è l’insegnamento) e aree in cui i docenti sono sia docenti sia ricercatori. Magari anche con differenze di stipendio. Non è un’invenzione rivoluzionaria. In molte parti del mondo le Università sono concepite in questo modo.

C’è un solo problema in tutto questo. L’Università è un sistema democratico e in democrazia la maggioranza vince. Se si parla di eccellenza (parola molto usurata, lo so), si parla di una minoranza, per definizione. Non succederà mai che la maggioranza decida democraticamente di rinunciare a qualcosa a favore di una minoranza. E’ il paradosso che stiamo affrontando oggi, nella riorganizzazione dei nostri sistemi economici e produttivi. Il fatto è che o lo faremo o il sistema prima o poi crollerà.

Papandreu chiedeva un referendum perché sapeva, e sa, che si deve scontentare la maggioranza dei Greci e lo si deve fare democraticamente. Papandreu voleva l’assenso della maggioranza. Non so come dargli torto, anche se temo che la maggioranza preferirà il crollo del paese alla rinuncia volontaria ai propri piccoli o grandi privilegi (immeritati). Assistiamo al suicidio della democrazia. Che si offre al macello della selezione naturale, rifiutando di evolvere. Giuseppe Tomasi di Lampedusa lo aveva capito benissimo: Cambiare tutto perché tutto resti come prima. Il fatto è che comunque la realtà avanza, e con lei dobbiamo fare i conti. O si evolve o ci si estingue. E Giuseppe Tomasi di Lampedusa aveva ragione: se vogliamo sopravvivere (in modo che la nostra vita continui e quindi che restiamo come prima: vivi) dobbiamo cambiare tutto. L’alternativa è l’estinzione o, come minimo, la bancarotta.


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