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Le ali di Hermes PDF Stampa E-mail
Recensioni
Venerdì 25 Novembre 2011 13:29

    Recensione a Emilio Filieri, Le ali di Hermes. Letteratura e didattica tra regione e nazione, Galatina, Congedo, 2007.


  • [Testo letto per la presentazione del libro nel dicembre 2007, presso il circolo culturale «Chora-ma» di Sternatia (Lecce). Si ripropone nella sua originaria forma discorsiva, senza integrazioni e aggiornamenti]

 

C’è un capitolo del libro di Emilio Filieri, fra quelli che prenderò in considerazione, che rispecchia in modo particolare i basilari principi metodologici  del suo lavoro di ricerca. Si tratta del primo, che dà il nome all’intera raccolta di saggi (Le ali di Hermes. Letteratura italiana e didattica tra regione e nazione, pp. 9-30) e nel quale l’autore ritorna su una tematica a lui cara, la riflessione sulla didattica e sulla metodologia della letteratura italiana, nel rapporto con un collaudato e tradizionale modello storiografico (la dialettica regione-nazione). Il capitolo, infatti, diviso in cinque paragrafi, affronta  le complesse dinamiche politiche, sociali, culturali che hanno riguardato negli ultimi decenni lo studio della letteratura italiana a livello scolastico e universitario, tra riforme ministeriali, innovazioni didattico-metodologiche e strumentali, provvedimenti legislativi in continuo e spesso contraddittorio avvicendamento (Riforme e identità, pp. 9-13). Tale turbolento processo, derivato dall’esigenza di aggiornare l’antica impostazione gentiliana, ha senza dubbio contribuito allo smarrimento di un’identità culturale tradizionale, ancora non sostituita da un’altra pienamente alternativa.

In questo quadro estremamente mosso e frastagliato, sul quale hanno inciso pure ben più importanti fattori (globalizzazione, avanzamento dei saperi multimediali, evoluzione novecentesca degli orientamenti critico-interpretativi, apertura a modelli ermeneutici extra-nazionali) e che ha spinto a parlare di crisi della letteratura o di «condizione postuma» della letteratura (G. Ferroni),  Filieri si muove con competenza, evitando il rischio di scivolare in astratti intellettualismi e individuando, invece, concretamente, alcuni punti fermi per rilanciare il ruolo della letteratura. Tra questi, l’esigenza di un rinnovato canone che superi il modello desanctisiano nel senso dell’inclusione e della flessibilità e che si apra alle conquiste metodologiche del Novecento (il rapporto storia-geografia, minore-maggiore), alla conoscenza dei testi attraverso meditate selezioni antologiche, all’utilizzo di originali periodizzazioni, al ritorno di una filologia integrale e di una riflessiva ristoricizzazione, dopo la prevalenza dei sociologismi e degli strutturalismi, per recuperare «una prospettiva di senso» alla letteratura (Quali autori, quale letteratura, pp. 13-19). Alla formulazione di tale canone deve partecipare in modo attivo la figura del professore (Il professore c’è, pp. 19-22), la cui funzione è considerata demiurgica nell’elaborazione teorica e nella trasmissione pratica del sapere letterario e il cui apporto deve tornare nuovamente centrale nel panorama culturale odierno, dopo anni di deprezzamento e di svilimento, anche nel contesto riformato e aggiornato della scuola moderna (Letteratura italiana a scuola, pp. 22-27). Per rafforzare questo concetto, Filieri passa in rassegna, problematizzandole, le formule e le questioni più innovative sul piano didattico («comunità interpretante», «professore come intellettuale», il rapporto classici/moderni, la nozione di “attualità”, l’articolazione per blocchi e per moduli della storia letteraria), che sono state elaborate negli ultimi anni da una specifica riflessione teorico-metodologica sulle tecniche di insegnamento e apprendimento della letteratura, per cercare di rendere più dinamico e attrattivo l’approfondimento su di essa e per risvegliare il gusto della lettura nelle nuove generazioni (Il professore come Hermes, pp. 27-30). L’autore è ben consapevole che in questo campo non possono esistere protocolli sacri e definitivi, ma utilizza tali sollecitazioni per riaffermare la valenza etica e formativa dello studio e dell’insegnamento della letteratura e per disegnare un originale e suggestivo profilo di colui il quale è predisposto a tale attività. L’accostamento emblematico, originale e suggestivo del docente di italiano a una complessa e polivalente figura mitologica come Hermes, che presso i Greci era considerato tutore dei viandanti e dei pastori (un mestiere anche questo itinerante), guida delle anime morte al momento del loro trapasso (psicopompo) e messaggero degli dei con il suo petaso alato, protettore delle arti del dire, della gioventù e della scuola, inventore dell’alfabeto e, nel culto più tardo, fondatore dell’arte dell’interpretazione (l’ermeneutica che da lui prende il nome), rinvia, infatti,  oltre ogni sottigliezza teorica, alla funzione del professore come incisivo maieuta, come interessante comunicatore di precetti etico-civili e acuto decifratore di messaggi culturali attraverso gli strumenti (le ali) a sua disposizione, come indispensabile e affidabile accompagnatore in quel viaggio per definizione simbolico e virtuale che è l’interpretazione di un testo letterario. E non fa nulla se poi Hermes è anche considerato per eccellenza un dio smaliziato e abilissimo nel furto (egli rubò le giovenche ad Apollo, che lo inseguì, ma che poi lo perdonò, irretito dal fascino della sua lira, e gli regalò il caduceo), dal momento che l’attività interpretativa, così come del resto quella didattica, devono necessariamente comprendere, oltre a un robusto spessore morale, anche una minima dose di scaltrezza e di astuzia d’ingegno, come necessario ingrediente per il conseguimento di risultati validi ed efficaci.

Da questo capitolo, che ha funzione eponima per l’intero libro e che costituisce quasi un suo opportuno viatico introduttivo di impianto teorico-metodologico, discendono in modo organico e coerente tutti gli altri capitoli del libro stesso, disposti cronologicamente (dal Sette al Novecento), come si specifica nell’Avvertenza, in una varia cornice didattica secondo le «tipologie modulari del “genere letterario”, del “ritratto d’autore”, degli “incontri con l’opera”, della “tematica” o più ampiamente del “modulo storico-culturale”» (p. 7): quasi, dunque, come tangibili verifiche sul campo di ciò che si è detto con dottrina e dovizia di particolari nel primo capitolo. Il primo di questi medaglioni, riguarda San Giuseppe da Copertino (Modulo tematico. Su tre biografie settecentesche di San Giuseppe da Copertino, dalla venerabilità alla canonizzazione, pp. 31-52) e inaugura una mini-serie di saggi d’argomento settecentesco (capp. II, III, IV, V). In esso Filieri ricostruisce il tormentato percorso di canonizzazione del santo copertinese (avvenuta nel 1767, più di cent’anni dopo la sua morte) da un punto di vista particolare e cioè prendendo in considerazione tre agiografie settecentesche: la prima Vita del santo, pubblicata a Roma nel 1722, è opera del conte Domenico Bernino; le altre due sono Compendi d’ambito conventuale, stampati anonimi rispettivamente a Napoli nel 1753, nell’anno della beatificazione del copertinese, e a Roma nel 1767 (dunque nell’anno della già ricordata canonizzazione).  In verità solo la Vita del Bernino può assegnarsi, per statuto e caratteristiche, al genere della biografia-agiografia; gli altri due compendi appaiono più che altro scritti di servizio, dall’importante valore documentario, allestiti in occasione della beatificazione e della canonizzazione e celebrativi di quegli eventi. Attraverso un’attenta analisi comparata dei tre testi, che coinvolge aspetti strutturali e stilistici, Filieri ben individua in queste opere il graduale passaggio dal registro delle biografie secentesche (l’archetipo era stato rappresentato dalla Vita di San Giuseppe del Nuti, pubblicata alla fine del XVII secolo), infarcito di motivi stupefacenti e mitizzanti e basato sul criterio della meraviglia barocca secondo perspicue esigenze devozionali e propagandistiche, a quello tipico dell’agiografia settecentesca, maggiormente incline all’accertamento storico e filologico, sulla spinta della ratio muratoriana-maurino-bollandista e dei provvedimenti più selettivi e rigorosi che la Curia romana, già dal Seicento, aveva imposto in tema di canonizzazione e culto dei santi per evitare abusi inopportuni. La documentazione di questa evoluzione appare tanto più significativa in rapporto alle vicende di un santo come Giuseppe, le cui manifestazioni preternaturali erano state guardate con molto diffidenza dalla Chiesa ufficiale che le aveva inizialmente derubricate a fenomeno di credulità popolare; e ha il merito inoltre di segnalare, oltre a un segmento significativo di tradizione letteraria iosephina, anche un esempio importante di sviluppo di un genere (la biografia agiografica), che tra Sei e Settecento, ebbe particolare diffusione. Pur incentrate a un repertorio comune e condiviso di topoi biografici (particolarmente importanti quelli della svolta conventuale, dell’ignoranza come segno di umiltà e delle manifestazioni estatiche) e pur servendosi di un criterio narrativo peculiare del genere agiografico (la linearità del racconto, talora arricchita da digressioni laterali a sfondo moraleggiante), queste tre biografie sacre rimaneggiano gli spunti tradizionali in maniera originale, essendo espressione di fasi storiche diverse, tra due momenti capitali del culto iosephino (la beatificazione e la canonizzazione).

Sempre d’area settecentesca è il successivo saggio del libro, che assume questa volta la forma dell’incontro con l’opera (Modulo incontro con l’opera. Ignazio Falconieri e la traduzione delle Troiane di Seneca, pp. 53-70). L’opera in questione è la traduzione delle Troiane di Seneca da parte di Ignazio Falconieri, un’importante figura di letterato e di uomo politico salentino (nacque a Lecce nel 1755, morì giustiziato a Napoli dai Borbone nel 1799, avendo egli partecipato alla breve e sfortunata esperienza della Repubblica Napoletana). L’autore traccia il profilo di questo personaggio con dovizia di particolari biografici e ricorda la sua attività di docente e di precettore al servizio di illustri casate nobiliari, emblematizzata nelle Istituzioni oratorie, un manuale scolastico di precetti retorici che ebbe numerose edizioni e la cui fortuna durò sino all’Ottocento e arrivò sino ai tempi del De Sanctis e del Croce. Personalità importante e versatile nell’ambito del riformismo meridionale di secondo Settecento, di cui Filieri è un attento conoscitore, Falconieri fu un profondo cultore della classicità greco-latina, che però cercò sempre di adattare ai nuovi tempi, in linea con i coevi principi illuministici, e di interpretare alla luce di urgenti istanze etico-civili, rifiutando di equipararla a espressione stilistica di un pensiero reazionario e conservatore. Questa tensione tra classicità e riformismo si può dire che rappresenti la cifra peculiare di tutta la sua opera e si riverbera sia nei suoi testi più scolastici e compilativi (le già citate Istituzioni, l’Introduzione alla poesia latina e italiana), sia in quelli creativi (il Saggio di poesie latine, italiane e greche). Anche la traduzione della tragedia senecana, apparsa in appendice al Saggio nel 1788, risente di questa dialettica, e si presenta come un consapevole esperimento letterario, teso a dimostrare l’attualità degli auctores antichi e l’esigenza di una loro alta, democratica e diffusa divulgazione in lingua italiana. Nel confronto emulativo tra italiano e latino, Falconieri dimostra di conoscere  le acquisizioni teoriche e gli esempi più notevoli della pratica traduttoria del XVIII secolo (significativi i riferimenti al Cesarotti e al Mattei inseriti nella Dedica della versione), con particolare riferimento al genere teatrale, e antecedenti rilevanti, come la traduzione che Ludovico Dolce fece dello stesso testo senecano nel 1567. Non a caso egli riporta la prima scena del I atto della versione del Dolce in funzione di agonistico parallelo rispetto al personale volgarizzamento in settenari ed endecasillabi, cogliendone affinità, ma soprattutto differenze. Dinanzi alla traduzione libera del Dolce, Falconieri afferma programmaticamente la necessità di attenersi più fedelmente al modello antico; il che non vuol dire riproposta inerte e passiva di quel modello, ma di fatto reinterpretazione delle vicende della tragedia in senso moderno e suo adattamento alle dinamiche storiche e politiche che caratterizzavano in quel tempo le sorti del Regno di Napoli. Falconieri rileggeva, dunque, Seneca «in chiave illuminata e riformatrice», come sottolinea l’autore, e assorbiva, così, i fervidi stimoli che provenivano dal contesto napoletano coevo. Non solo; egli sceglieva di inserirsi, sul piano stilistico, nella linea metastasiana e melodrammatica della musicalità (l’uso alternato di endecasillabi e settenari), già privilegiata da Cesarotti e da Mattei nelle loro traduzioni, rigettando invece l’opzione alfieriana che pure poteva sembrare più immediata e naturale per una tematica politica e civile.

Come si può notare, anche l’approfondimento su un testo minore e periferico può svelare scenari insospettabili e può rilevarsi l’epicentro di un fecondo e complesso intreccio di stimoli convergenti e di influssi diversificati, tra Alfieri e Metastasio, tra riformismo napoletano e importanti esponenti della traduzione settecentesca, nella scia di un metodo di interpretazione (tra regione e nazione) al quale Emilio Filieri cerca di aderire sempre con coerenza e che in questo suo ultimo libro egli riarticola pure  secondo  percorsi didattici suggestivi e interessanti.


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