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Lecce, una città fatta di mare PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 17 Dicembre 2011 12:46

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” del 15 dicembre 2011]



Quest’anno il calendario che tradizionalmente viene prodotto dal Museo di Biologia Marina di Porto Cesareo è basato sulle attività della struttura sorella: il Museo dell’Ambiente, entrambi del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche e Ambientali dell'Università del Salento. Come da tradizione, il calendario si basa sull’arte di Alberto Gennari, la grafica di Fabio Tresca, l’organizzazione di Anna Maria Miglietta. I testi, invece, sono di Livio Ruggiero che, fino a quest’anno, ha diretto il Museo, ora sotto la guida di Genuario Belmonte. Il Museo dell’Ambiente basa la sua esistenza sul lavoro di Angelo Varola, un paleontologo “di quelli che non ce ne sono più”. Angelo scava nella pietra leccese e estrae mostri preistorici che poi riprendono vita con gli allestimenti del museo e con i diorami realizzati da Gennari e Tresca, e con l’arte pittorica di Gennari. Il calendario è basato su sei tavole, più una copertina. Sono di notevolissimo impatto e ci dicono cose che pochi conoscono. Il Salento, tanti anni fa, era sott’acqua e quella che noi chiamiamo “pietra leccese” è fatta dei gusci di piccoli organismi microscopici che, nel corso dei millenni, si sono depositati sul fondo, formando il fango marino che, compattandosi,  diventa “pietra”.

Il mare si è abbassato, e sono quei gusci microscopici che fanno le nostre case: il centro storico di Lecce è fatto dei microscopici gusci di quelli che un tempo erano organismi viventi! E’ una cosa che fa pensare. E una tavola del calendario mostra bene questo processo, con gli organismi ancora viventi, il loro deposito sul fondo, la compattazione nella pietra leccese e poi il loro utilizzo nel fare le nostre case. In una tavola (mi vanto di dire: fatta sotto mio suggerimento) vediamo il corso Vittorio Emanuele con la Chiesa di Sant’Irene, ma sono sott’acqua, come erano milioni di anni fa, e tra le vie nuotano gli animali che Varola ha estratto dalla pietra leccese e che ora sono esposti al museo. La copertina del calendario vede la cattedrale di Santa Croce con, al posto delle figure mitologiche, le statue degli animali che sono state trovate nella stessa pietra che fa la cattedrale. Gennari è stato sublime nel realizzare questa tavola e chi la guarda, a prima vista, stenta a “vedere” il trucco. Il bello è che i “mostri” veri sono più mostri di quelli mitologici.

E poi ci sono le balene, lo squalo dai grandissimi denti, antenato dello squalo bianco, e lo Zygophiseter varolai, antenato del capodoglio, il cui unico esemplare è stato scoperto proprio da Varola, è lungo otto metri, ed è esposto al Museo dell’Ambiente. E ci sono i dugonghi che brucano sul fondo, e i nautili e altri molluschi. Così era il Salento milioni di anni fa. E così si presenta se lo si sa cercare nelle pietre.

Varola è in pensione, e anche Ruggiero. Gennari e Tresca hanno un contratto a termine. Questo patrimonio di conoscenze e di capacità non può e non deve andare disperso, perché il Salento è una terra unica e ci dice cose che nessun’altra terra ci può dire. Queste cose si possono studiare qui, e solo qui. Mentre altre si possono fare dovunque. 
Ve ne dico una che non è sul calendario e che ho scoperto quest’estate. Ero in vacanza a Torre dell’Orso e, sulla scogliera tra il mio luogo di villeggiatura e Torre Sant’Andrea, ho trovato quella che credevo fosse una foresta pietrificata. Cataste di rami accumulate tra gli scogli, si vedono anche dalla passeggiata di Torre dell’Orso, quella a picco sul mare. Ne ho preso qualche pezzo e l’ho portato a Varola. Guarda, Angelo, ho trovato una foresta pietrificata. Angelo si è messo a ridere e ha cominciato a prendermi in giro. Eh, anche altri hanno interpretato così questi “rami”, mi ha detto. In effetti sono i calchi delle gallerie scavate nel fondo del mare da crostacei simili ad aragoste: le gallerie si sono riempite di sedimento che si è fossilizzato. E allora mi sono ricordato di averli studiati. Ecco cosa sono. Poi, girando per Lecce, li ho rivisti. Questi rami si sono accatastati, i gusci degli organismi unicellulari che formano la pietra leccese si sono depositati tra loro ma, proprio per la presenza dei calchi, non si sono compattati come si deve. E ora, se estraiamo pietra leccese con dentro i calchi delle gallerie dei crostacei, l’erosione porta via il sedimento tra i calchi e li lascia scoperti. La tipica struttura della pietra leccese erosa, mostra proprio i calchi delle gallerie dei crostacei. Sono sempre sotto i nostri occhi e non sappiamo cosa sono. Beh, ora lo sapete. Il bello è che li vediamo tutti i giorni, ci viviamo dentro, e... siamo così ignoranti! Cercatelo, il calendario. E’ un regalo che i musei di Biologia Marina e dell’Ambiente fanno al Salento che apprezza queste cose, questo sapere.


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