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MARIA ANGELA ZECCA POETA DELLA SOLIDARIETA’ DELL’AMORE E DELLA PACE PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Mercoledì 21 Dicembre 2011 12:54

Un giorno, qualche tempo fa, il mio amico e collega Salvatore Conte mi fece dono di un cd, intitolato Respiro d’amore: per un Natale di azzurro e di pace. Dentro c’era la lettura di alcune poesie della sua compagna di vita, Maria Angela Zecca, la quale, sul retro-copertina dello stesso, con una bella e leggibilissima grafia, aveva scritto: "Per Ada e Maurizio// Questo è un Cd per computer. Si tratta di un’elaborazione multimediale di alcune mie poesie". Sulla copertina, un’azzurrissima immagine di una costa marina [presumibilmente quella del Salento] tormentata da un mare in tempesta, dominata dalla silouette di una donna a braccia in forma di croce, che sembra sfidare i tumultuosi eventi. Un distico dantesco sta lì a segnare gli intenti della poetessa: «Se tu segui tua stella,/ non puoi fallire a glorioso porto» [dal XV Canto dell’Inferno della Divina Commedia).

Al computer vidi i testi, o me li fecero vedere, quindi li lessi sullo stesso monitor. Nonostante che io scriva al computer esattamente dal primo momento in cui questo utilissimo strumento apparve, sempre, la lettura di un testo d’autore, che sia poesia, o prosa, o critica d’arte mi risulta un po’ difficoltoso. Non che non ne comprenda i contenuti o che non riesca a individuare i nessi poetici della lirica, ma mi accade che la lettura sul monitor del computer la sento come asettica, un po’ troppo oggettivata. Per leggere e “sentire” un testo, ho bisogno della carta stampata, meglio se poi è in forma di libro.

Provvidenzialmente, qualche tempo dopo, il buon Salvatore Conte mi fece avere anche una composizione delle poesie di Maria Angela, stampata sì al computer, ma a colori e quasi fosse un vero libro. Il titolo: Sugar Drom, che è poi uno dei siti informatici del popolo Rom. Tutti sanno ormai che, per la maggior parte, le poesie di Maria Angela Zecca hanno come orizzonte operante lo straordinario popolo degli zingari [mi permetto di usare qui questa parola senza alcun intento offensivo nei confronti del popolo Rom; d’altronde io stesso ho nel sangue humus zingaresco, dato che, a detta di mia madre, impossibilitata a farlo, fui allattato da “Maria, la zingara di Casarano”].

Sulla prima pagina della silloge, la poetessa ha messo in evidenza il monumento poetico antinazifascista di Bertold Brecht, che vale sempre la pena rileggere: «Prima di tutto vennero a/ prendere gli zingari e fui/ contento perché rubacchiavano./ Poi vennero a prendere gli/ ebrei e stetti zitto perché mi/ stavano antipatici. Poi vennero/ a prendere i comunisti ed io/ non dissi niente perché non ero/ comunista. Un giorno vennero/ a prendermi e non c’era rimasto/ nessuno a protestare».

La raccolta poetica in questione si apre con una civilissima poesia di Maria Angela: Identità negate: l’alba di Federica. Si tratta dell’appello al rispetto dei diritti del popolo Rom. Ecco alcuni versi: «Sorgerà/ mai/ l’alba/ di Federica/ in una società/ sgomenta,/ ostile e/ nemica?!/ […]/ Brillerà/ negli spazi siderali,/ di Paesi/ civili e/ occidentali,/ un proclama speciale/ che riconosca/ ai Rom/ il Diritto Naturale/ di chi è/ persona,/ libera ed eguale?!».

Sullo stesso piano dell’impegno civile, vi sono altre liriche, con le quali la poetessa condanna altri tremendi orrori, di cui l’uomo, o forse è più giusto dire, alcuni uomini si sono macchiati e continuano a macchiarsi. Eccone una, fortemente emblematica, intitolata Natale 2005: speranze di pace (Dedicata a tutte le vittime della guerra e della violenza e a chi lotta per eliminare le barriere dell’odio): «Echi/ di guerra/ recidono/ speranze/ di vita./ […] Oltre/ i muri/ dell’odio,/ il futuro/ ha occhi di niño/ sguardi di glato,/ incanto, di Tigri e/ di Eufrate».

Nel testo evidenti sono i riferimenti alla guerra degli imperialisti capitalisti contro il povero e martoriato Iraq, il cui popolo vanta il primato della prima organizzazione sociale sul pianeta Terra. Ed è sempre il popolo iracheno a fare testo in un’altra toccante poesia della poetessa, intitolata Art. 11 della Costituzione Italiana (A difesa del diritto dell’autodeterminazione dei popoli indigeni e in solidarietà delle genti oppresse dalle “civiltà del progresso”). Sgomenti e commoventi sono i versi: «Sotto il cielo di Bagdad,/ il Tigri e l’Eufrate/ scorrono/ flutti di sangue.// Sotto il cielo di Bagdad,/ oltraggi di donne/ han seni/ e occhi vuoti.// Sotto il cielo di Bagdad,/ vecchi e bambini/ si spengono all’alba,/ come tremule luci:// […]// Sotto il cielo di Bagdad,/ muoiono/ gli occidenti dell’effimero,/ dell’opulenza e del petrolio:// […]// Sotto il cielo di Bagdad,/ chi semina odio e violenza/ raccogliere/ vendetta e terrore.// Sotto il cielo di Bagdad,/ riluce ancora l’antica civiltà dei Sumeri:/ nessuno piegherà/ la terra fiera di Mesopotamia». Bellissima. Da piangere. Il pianto, per chi di questi tempi sa piangere, è una delle più forti manifestazioni sentimentali.

Pasqua 2007: eredità d’amore (Contro tutte le guerre. Dedicata al popolo Rom, gente di pace) è invece il manifesto col quale Maria Angela Zecca spiega ad un ragazzo [un suo e nostro figlio ideale] Rom cos’è la pace. Scrive: «La pace/ è incontro d’amore/ di lingue e Paesi,/ di credo e diversità.// La pace/ è universo di musica e danza,/ di idee e sentimenti,/ di arti e civiltà.// […]// La pace/ è valore,/ speranza di cielo,/ futuro di vita e di terra.// Non dimenticarlo mai/ figlio mio».

Maria Angela Zecca, lo scrivevo poco sopra, è poeta ed intellettuale impegnata sul terreno dei diritti civili per quanti, nella disperata condizione di vita, sentono ed hanno bisogno di solidarietà concreta, di accoglienza fraterna, d’amore e umanità sincera. Non a caso, ella ha speso gran parte dei suoi giovani anni, ancora oggi lo fa, a fianco del popolo Rom, tanto da essere tuttora attiva nel campo nomadi “Panareo” a Lecce dove, non di rado, la vediamo impegnata ad organizzare incontri, convegni, dibattiti e persino una squadra di calcio Rom. Per questo, non è sbagliato pensare che molti dei suoi sentimenti, delle sue emozioni sono impregnate di sudore e sangue di quel popolo ancora oggi istituzionalmente non riconosciuto nella sua integrità. Sull’ultima silloge di Maria Angela Zecca, che mi è capitata sotto gli occhi, leggo una dolcissima nenia, simile a quelle da me stesso ascoltate dalla mia tata Maria, zingara di Casarano.

Bellissimi versi quelli di Maria Angela in Le cose della vita: nenia per un bambino Rom: «Ti cullerò/ e ti racconterò/ “le cose della vita”.// Ti amerò/ di vino e di pane,/ di cielo e di mare.// Ti ninnerò/ con musiche e danze/ per farti sentire// odori/ e fragranze/ di pace». Forse non è opportuno dirlo qui, almeno in questa sede, ma ugualmente mi permetto di farlo, perché sento il canto del verso poetico di questa cara amica leccese come rivolto anche un po’ al mio essere stato bambino allevato col latte di mamma Rom.

Così come la poetessa, anch’io ho conosciuto Alexian Santino Spinelli (di Lanciano), il Rom docente all’Università di Trieste e buon musicista di ballate della sua gente. Anni fa, avevo scritto un testo dedicato alla mia seconda mamma Rom, testo che era poi capitato nelle mani di Santino, il quale sentì la necessità di significarmelo con la Ruota del Carro del Popolo in Cammino “Amico Rom”. Al musicista Santino Spinelli e al Popolo Rom, Maria Angela Zecca ha dedicato Arcobaleni di pace: «I suoni/ sono emozioni:/ cromatismi di luce/ dell’anima,/ arcobaleni di pace/ che l’acqua/ traspare».

Nell’ampia produzione poetica della poetessa di Lecce, ci sono poi altri versi dedicati ad altri soggetti d’umanità, di progresso, di vita. Tristi e belli quelli dedicati all’amore e al colore: «C’è solo tristezza/ e dolore/ in un mondo/ senza colore» (Alterità d’amore); «Non è mania,/ o alchimia/ dell’anima.// È desiderio di armonia,/ gioia/ che stride nella mente/ invadente e struggente:// cristalli di luce,/ che splendono il cuore,/ scintillii di acqua/ e cascate d’amore» [Luci dell’anima (Inno alla Poesia)]; «Ci sono parole/ che sono sole/ e non dicono.// Il fremito del cuore/ può/ svegliarle» (Le parole che non dicono).

Curiosa ed intrigante è la poesia dedicata a Renzo Arbore, intitolata Io non sono poeta, che fa così: «Io non sono poeta,/ anche/ se vorrei avere/ mani di seta/ per scivolare/ sul cuore/ e nella mente/ della gente.// Non sono/ nemmeno/ uno scrittore,/ né un pittore/ per descrivere/ o dipingere/ l’amore.// In realtà,/ vorrei essere/ un artista,/ magari un musicista,/ che canti/ i sogni/ della gente/ e dei bambini.// Perdonatemi,/ perciò, se sono solo,/ un artigiano,/ che fa uso/ ancora della mano/ per disegnare/ il futuro». Bella, perché prorompente dall’amore per la poesia, e scritta da una brava artigiana poeta.

Alla Puglia (intesa anche come Salento), alla nostra cara regione, terra del sole e dell’accoglienza, Maria Angela Zecca ha dedicato più di un componimento, ma a me qui interessa rievocarne uno: Inno al Dio Bacco: «Tu sei ebbrezza/ e dolcezza,// elisir profumato/ di odori e saperi/ di terra e di mare.// Tu sei colore,/ calore e passione,/ estasi/ e meditazione/ dell’anima:// caldo vento/ della mia terra,/ il Salento».

Il sole, l’astro a noi più vicino, la stella che ci dà permanentemente calore e vita, è sempre presente nella poesia di Maria Angela, che lo richiama quasi fosse il francescano «Fratello Sole» del Grande Frate di Assisi. In L’alba dei Popoli, la poetessa chiude la poesia con «Canterò e danzerò./ E il sole sorgerà/ ancora». Ma è con la lirica Colori altri, che Maria Angela Zecca tocca punte poetiche alte: «Non conosco/ il colore/ della reciprocità/ d’amore: dipingerò il sole».

 


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