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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
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Programma gennaio 2019
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Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
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Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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L’albero cantava PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Luigi Scorrano   
Sabato 31 Dicembre 2011 10:40


Era quasi Natale, pensò con un poco di fastidio. Un appuntamento che tanta gente aspettava… Egli non capiva più il perché di un simile clima di attesa. Come se Natale non tornasse ogni anno, sempre con gli stessi riti familiari, spesso falsi: il presepio intorno al quale si può cantare una ninna nanna, l’albero addobbatissimo per ostentare il benessere della famiglia, i regali in bella mostra, eccetera… Tutto risaputo. E non era questo il peggio. Questa finta attesa, questi falsi sentimenti da tirar fuori come da cassettoni pieni di cianfrusaglie! «Sentimenti che puzzano di naftalina», pensava.

Solo. Si ritrovava solo da due anni, ormai, e nulla era venuto a consolare la sua solitudine. Del resto, egli non voleva essere consolato. Aveva maturato in quei due anni quasi un atteggiamento di ostilità verso tutto ciò che gli pareva rendesse felici gli altri. Fosse sincerità o forzatura, a lui non importava. Guardava con rancore e con disprezzo quella felicità a comando, la gioia forzosa che scaturiva da ogni cosa (o così pareva) all’avvicinarsi della festa. Le vetrine brillavano di luci e di colori, soprattutto di oggetti desiderabili, fatti più attraenti dalla sapienza di vetrinisti provetti. Avevano esercitato un certo fascino anche su di lui, quelle cose, almeno un tempo? Non se ne ricordava; o non voleva ricordarsene. Tutta quella luce, quegli addobbi sempre più complicati e da effetti speciali gli mettevano addosso un senso di fastidio. Gli pareva quasi una bestemmia pensare che un tempo anch’egli ne avesse goduto.

Forse ne aveva goduto per compiacere a lei, a lei che ora non c’era più e la cui voce non avrebbe più pronunziato il suo nome risuonando come una musica che gli giungesse dritta al cuore.

Sostava in quei pensieri; quasi senza averne veramente coscienza dipanava i fili di un gomitolo informe, con una cura che non avrebbe certificato se altri gliel’avesse fatto osservare. Una dolcezza amara gli rifluiva nell’animo; e voleva difendersene, staccarsi da quei ricordi, guardarli come fatti estranei ormai alla sua vita… Ma non ci riusciva, e si crucciava di questo, e il suo pensiero era un continuo andirivieni tra accoglienza e rifiuto di quei ricordi, di quelle sensazioni lontane, di quella dolcezza goduta un momento, esile, inafferrabile, fuggita.

Un impulso forse generato da quei pensieri lo spinse a frugare nelle scatole in cui giacevano i pezzi del presepio per tanti anni disposti su un ripiano e rievocanti la venuta al mondo di quel Bambino che avrebbe dovuto consolare ogni dolore. Ma il dolore del mondo, pensò, non era stato consolato da quella nascita. Forse sconvolto: ma questo apparteneva ad un altro ordine di  pensieri, e lasciò che volasse via dalla sua mente senza soffermarcisi. Cercava altro, e non sapeva bene che cosa.

Cominciò a tirar fuori dalle scatole in cui erano rimasti ad impolverarsi i pezzi del presepio e dell’albero di Natale. Il presepio era costituito solo dalla capanna dentro la quale disporre i personaggi della rappresentazione devota. C’erano, poi, altre figurine: angeli, pastori, pecorelle, i re Magi, e il bue e l’asinello che non sfiguravano tra i protagonisti dell’evento. Questa del bue e dell’asinello che si sentivano anch’essi protagonisti fu un’idea che lo fece sorridere, gli permise di deporre i pensieri angustiosi che fino a poco prima lo avevano afflitto. Una specie di inspiegabile curiosità lo spingeva ora a frugare tra quelle cose note, tra quelle cose un tempo care solo perché intorno ad esse s’intrecciava un dialogo del  cuore. Tirava fuori i pupi da disporre nel paesaggio della notte santa e li osservava come a ravvivare la memoria che aveva di essi. Il bue e l’asinello avevano sempre goduto della sua simpatia. L’asino aveva un’espressione intelligente ma pareva colpito da un’improvvisa stupefazione; il bue coi suoi grandi occhi voleva forse esplorare il cielo notturno e stellato per carpirne i misteri così come facevano quei sapienti incoronati fedeli ogni anno all’appuntamento con il bambino. L’aspetto di Giuseppe era sereno e consapevole, quello di Maria trepido e velato da un oscuro timore. Ma in lei la gioia di quella nascita era il sentimento dominante e rasserenava l’ombra per un momento apparsa nei suoi occhi.

Depose i personaggi della Natività e cominciò a recuperare i pezzi dell’albero. Non era il solito abete come si vede in natura o nelle stilizzazioni delle immagini. Era una sorta di impalcatura costituita di pezzi da montare con pazienza. Ne veniva fuori una struttura a ripiani, a palchetti, a sostegni su cui posare le figurine del presepio. Era un albero che accoglieva nei suoi rami il presepio stesso in una maniera forse un poco bizzarra, ma non priva di originalità. Nel centro, e quasi alla base del tronco, era disposta la capanna; i Magi non  viaggiavano sui tradizionali cammelli ma come acrobati passavano da un ramo all’altro  dell’albero finché il giorno dell’Epifania compivano l’ultimo salto, mettevano i piedi per terra ed erano pronti a presentarsi al Bambino per offrirgli i doni che gli avevano portato. Il bue riteneva l’esibizione un po’ grottesca, ma l’asino intelligente capiva che i bambini amano il gioco,e quella prova dei Magi era come un gioco inventato da vecchi zii per divertire un loro nipotino. L’Angelo che recava l’annuncio ai pastori si trascinava dietro, legata ad un lungo filo dorato, la stella risplendente che aveva illuminato la sua discesa dalla volta celeste e il cammino dei vecchi sapienti per impervie vie sulla terra.

Pezzo per pezzo, si accorse d’averlo rimontato, come faceva un tempo. Che cosa lo aveva spinto a farlo? Non avrebbe saputo spiegare, trovare una ragione. Pensò solo che lei sarebbe stata contenta se l’avesse saputo, se l’avesse visto impegnato a costruire la dolce scena del Natale.

Mancavano le luci. Andò a cercarle in fretta, le dispose dopo aver provato se funzionassero ancora. L’albero si gremì di stelline che palpebravano rapidi guizzi di luce e la stella, lassù, risplendeva quietamente trascinata dall’angelo che guidava una schiera fraterna di spiriti osannanti. Stette a guardare un momento, si lasciò (oh, solo per un  istante!) catturare dallo spettacolo: provò un tuffo al cuore, che subito fu tacitato. Non  era il caso di abbandonarsi a sentimentalismi.

Credette d’aver dimenticato qualcosa, ma non era lì, occorreva andarla a cercare da un’altra parte. Usci dalla stanza chiudendosi dietro la porta con un gesto automatico. Voleva voltarsi indietro per riaprire, ma si disse che non valeva la pena; avrebbe fatto presto e, trovato quello che cercava, sarebbe tornato subito a ridare un’occhiata all’opera compiuta e a studiarne l’effetto. Così, si disse, per gioco!

Era un gioco? Non cercò una risposta a quella domanda. Certo, non sapeva spiegarsi perché avesse impiegato un bel po’ di tempo per tirare fuori i pezzi del presepio e per rimettere insieme l’albero che lo accoglieva. Ma che cosa era andato a cercare per le stanze di quella casa grande e fredda? Si accorse di non saperlo, o di averlo dimenticato. Provò a ricordare, ma non riusciva a tornargli in mente che cosa lo avesse mosso a cercare.

D’improvviso tutta la sua persona fu corsa da un brivido. Paura? No, si disse: e di che cosa, poi? Ma c’era un fatto nuovo che lo teneva fermo là dove si trovava e gl’impediva di muovere un solo passo, come se i piedi gli si fossero incollati sul pavimento. Aveva sentito cantare. Dapprima non un canto distinto, ma una sorta di mormorio, a voce bassissima, quasi impercettibile. Ma era un canto? Era una musica? E da dove veniva?

Era fruscio di foglie nel vento, lenta neve che cade da un cielo silenzioso; era suono d’acque ruscellanti lungo il loro corso, era dolente belato di greggi spersi nella vastità dei pascoli; erano tante voci che ne facevano una sola, che aveva un tratto umano ma si fondeva con le altre; era lamento di bambini, pianto di madri, grido di gioia, inno di vittoria: tutto quello che la natura e l’uomo esprimono nell’onda della  musica pareva passare in quella musica dolce e terribile il cui segreto era un messaggio di morte e di resurrezione… E tutto l’albero cantava, e tutto era una promessa di felicità.

Scrollò la testa come per riprendersi da un’allucinazione tremenda; ma il canto persisteva. Egli andò verso il luogo del presepio e aprì d’impeto la porta. La stanza era immersa in una luce abbagliante è l’albero brillava come un oggetto prezioso di valore inestimabile. Sui suoi rami gli uccellini cinguettavano insistenti, le pecore belavano in coro dolci e tenere e gli agnelli ruzzavano per i rami imitando la ginnastica dei Magi. L’angelo aveva trasformato in altalena il filo d’oro cui era legata la stella e si dondolava felice, cantando con i suoi compagni l’annuncio di tempi nuovi e pacifici. Pensò a lei. Come le sarebbe piaciuto quello spettacolo, quella favola nata in un tempo di festa e di speranze, venuta ora a consolare un dolore.

Una calda lacrima rotolò lungo una sua guancia; egli l’asciugò rudemente con la manica del vestito. Quando riabbassò il braccio, constatò che tutto era tornato alla situazione di prima. Tutto? Una stellina, su una spalla dell’angelo, ammiccava.


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