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Patroclo PDF Stampa E-mail
Musica e Teatro
Scritto da Marco Graziuso e Gianluigi Antonaci   
Lunedì 20 Settembre 2010 16:39

[Lezione-spettacolo tenuta presso l'Università Popolare "Aldo Vallone" di Galatina, lunedì 31 maggio 2010, a cura della Compagnia "Fabbricanti di Armonia"]

da Iliade

 

Capolavoro assoluto della poesia epica, l’Iliade è il punto d’origine al quale la letteratura di tutte le epoche non ha mai cessato di tornare, misurandosi costantemente con la sua ricchezza tematica e con il mistero della sua continua attualità.

La furia di Achille, l’astuzia di Ulisse, il coraggio di Patroclo, la magnanimità di Ettore ci colpiscono ancora così a fondo, perché l’umanità di questi personaggi attraversa i millenni, per i valori che riconosciamo ancora oggi come fondamentali: il coraggio, la pietà, la dignità, l’amicizia.

Ma, non solo. Ci sono due cose che tra le pieghe della narrazione ci lasciano muti: il senso della bellezza e il senso della giustizia.

Di una bellezza sconvolgente è ogni personaggio che si muove sul teatro della guerra.

Ciò che colpisce di più è la capacità di suscitare emozione attraverso una narrazione che ci fa vedere, come in un film, le scene di una battaglia cruda e sanguinosa, necessaria agli uomini per diventare eroi, per farsi simili a quegli dèi che incrociano nell’ineluttabilità dei loro destini.

Tutti, nell’Iliade, si muovono in qualche modo per mano degli dèi.

Tra questi, l’unico che da solo va incontro verso il proprio destino è Patroclo, l’amico di Achille; la sua morte sembra addirittura portare la narrazione stessa da un’altra parte.

Raccontare la morte di Patroclo, allora, può diventare l’occasione per una riflessione più ampia e profonda sul senso della stessa vita di ogni uomo, che pure sogna di avere il suo momento di gloria, quella gloria che ineluttabilmente lo segnerà e lo porterà verso la sua stessa fine.

Del tutto naturali affiorano le parole di alcuni poeti salentini, a fare da contrappunto ai sentimenti e alle emozioni dei personaggi omerici.

Alla fine, la musica avvolge tutto il testo per restituire all’ascolto di ognuno di noi la prima vera opera poetica dell’intera umanità.

 

 

 

“Grande è il dolore, Achille, che oggi ci affligge.

E tu … resti qui, chiuso nella tua ira.

Voglio, Achille, che tu adesso ascolti

la mia rabbia, la mia ira.

Combattere tu non vuoi, lo voglio fare io.

Manda me, con i tuoi guerrieri.

Dammi le tue armi, lascia che sia

io a indossarle. E vedrai”.

 

“Le armi … prendile, le mie armi,

prendi i miei guerrieri … Ma ascolta.

I Troiani ricaccia indietro, e fermati.

Non seguirli nella pianura.

Della battaglia non farti esaltare dal tumulto.

Ma torna, tu, non andare oltre, ritorna”.

 

Miti del Sud, addio. L'occhio si sbarra

nelle spirali e vi s’accieca.  (Un giorno

fui l'idolo di me, nella gazzarra

provinciale, convinto d'un ritorno

senza partenze. Un'estasi bizzarra

mi dette aureole - ed io, lèmure adorno

di putti e mascheroni, al magro Sele

l'oceano domandai per le mie vele...)

(Vittorio Pagano)

 

Si vestì, Patroclo, di fulgido bronzo.

Le gambiere mise, bellissime,

con rinforzi alle caviglie, d’argento.

Al petto la corazza di Achille

come una stella scintillava.

E poi la spada, d’argento ornata,

grande lo scudo e pesante.

Sulla testa, fiera, l’elmo ben fatto,

in alto, paurosa, la cresta di crine

di cavallo oscillava.

Scudo contro scudo, elmo contro elmo,

uomo contro uomo,

davanti a tutti Patroclo stava,

sul carro di Automedonte,

con Xanto e Balio, i due cavalli immortali,

e Pèdaso, cavallo mortale e bellissimo.

 

Gridava, Patroclo, davanti a tutti,

splendente nelle armi di Achille.

E d’improvviso fra i Troiani lo scompiglio,

il turbamento la loro anima divorava.

Per primo Patroclo la lancia splendente scagliava

dritto nel mezzo, dov’era più fitta la mischia,

e Pirecme alla spalla destra colpiva,

e con un grido quel corpo a terra cadeva,

riverso nella polvere gemeva.

 

Come i lupi rapaci si gettano

sugli agnelli e i capretti,

togliendoli di sotto alle madri,

disperse sui monti per l’incuria del pastore,

così i Greci si gettavano

e i Troiani fuggivano,

fra le urla e il tumulto,

e dove la fuga più folta si faceva

là Patroclo si gettava,

gridando e ammazzando.

Ettore voleva, e lo cercava.

Ma Ettore, lui, lui nella battaglia si muoveva

spiando il suono delle lance,

lui sapeva dove andare, lui sapeva …

 

E Patroclo colpì Prònoo, con la lancia splendente,

nel petto nudo, di fianco allo scudo,

e gli sciolse le membra.

Cadde con grande fragore; poi con un altro balzo

colpì Tèstore, figlio di Enope,

che nascosto nel carro se ne stava,

sconvolto nel cuore, le briglie gli caddero,

e Patroclo con la lancia lo infilzava,

proprio qui alla mascella destra,

i denti trapassava e con la lancia lo sollevava

e con la bocca aperta giù dal carro lo tirava,

con la lancia lucente.

Poi con un sasso in mezzo agli occhi Erìlao colpiva,

e dentro l’elmo la testa in due si spaccava,

e per terra bocconi quel corpo cadeva

e su di lui la morte discendeva,

quella morte che la vita divorava.

E poi Erimante, Anfotero, Epalte,

Tlepolemo, figlio di Damastore,

Echio, Piri, Ifeo, Evippo, Polimelo figlio di Argea,

uno dopo l’altro sulla terra fecondo stendeva.

 

Quando ecco che Sarpedonte giungeva

e dal carro a terra con le armi balzava,

davanti a Patroclo.

Uno di fronte all’altro stavano,

e come due avvoltoi dal becco

ricurvo e dagli artigli adunchi

combattono su un’alta rupe con grandi strida,

così l’uno e l’altro gridavano.

Alta volava la lancia di Sarpedonte

sulla spalla sinistra di Patroclo,

che quando la sua scagliava

dritta al petto arrivava

dove è chiuso il cuore, e là si fermava.

 

Cadeva Sarpedonte,

come una grande quercia abbattuta,

rantolando e con le mani graffiando

la polvere insanguinata.

E con in gola la vita che gli era rimasta,

“le armi, - supplicava -

non lasciate che mi tolgano le armi”.

E mentre così diceva, la morte lo avvolgeva

negli occhi e nel naso.

E Patroclo un piede sul petto gli posava

e via la lancia, con le viscere

anche il cuore gli strappava.

Così, in un solo gesto,

via da quel corpo la punta di bronzo

e la vita disperata.

E fu battaglia, per quel corpo

e per quelle armi.

 

Torna, tu, non andare, ritorna

 

Pensò che non fosse ormai troppo tardi,

che non fosse ormai persa,

che non poteva lasciarla fuggire così,

proprio adesso, così, proprio ora

che aveva capito davvero cos’era,

così, non poteva.

La inseguiva e gridava

ti ho lasciato il cavallo,

il castello, il mio regno,

una storia, la gloria,

ti ho lasciato il mio tempo,

ti ho lasciato anche  i sogni,

gli amori, anche gli occhi,

però tu ritorna, tu adesso ritorna,

anche solo una volta,  anche solo a metà,

anche solo un mattino, una sera.

(Antonio Errico)

 

Grande era il coraggio di Patroclo,

forte il suo cuore,

e limpido il destino che lo aspettava.

 

Ritto, Ettore, sul carro stava,

e dritto verso Patroclo puntava,

quando questi scese dal carro suo

e prese una pietra, bianca e aguzza,

e con tutta la sua forza la scagliava.

Cebrione, l’auriga che le redini teneva,

in mezzo alla fronte colpiva,

e l’osso si spaccava, e gli occhi

nella polvere, nella terra e nel sangue,

anche lui giù dal carro cadeva.

“Agile come un pesce”,

disse Patroclo, e rideva …

Ed Ettore davanti gli balzava,

e come due leoni affamati e furibondi

per quel corpo si sfidavano,

uno a tenerlo per la testa, e non lo lasciava,

l’altro per i piedi e trascinarlo via cercava.

Per tre volte Patroclo si scagliava

e con voce terribile urlava

e nove uomini uccideva.

Ma quando per la quarta volta,

simile a un dio, si gettava

allora, Patroclo,

la fine della tua vita si vedeva.

 

 

Nella polvere, e con la polvere,

e per la nube di polvere

che ti era intorno

tu, Patroclo, non vedevi,

e dal nulla comparve alle tue spalle.

La lunghissima grande lancia in mano si rompeva

e dalle spalle lo scudo bordato

con la cinghia di cuoio a terra cadeva.

L’accecamento il cuore ti prendeva,

e il corpo con tutte le membra si scioglieva.

 

Euforbo nel mezzo della schiena ti colpiva,

e il tuo corpo immobile, stupefatto.

Gli occhi all’indietro, le gambe

il corpo così bello reggevano,

ma già non lo sentivano.

La testa in avanti rimbalzava

e l’elmo nella polvere e nel sangue cadeva,

quell’elmo, dell’uomo divino e bellissimo,

per terra, nella polvere e nel sangue rotolava.

Fu allora che Ettore si avvicinava

e con la lancia il ventre ti trapassava.

 

 

Cadevi Patroclo, cadevi a terra,

e con te le parole di Ettore

“Patroclo, tu credevi di venire qui

e distruggere la mia città”.

Morivi, Patroclo, e con te queste parole,

“Puoi vantarti, adesso, Ettore,

la verità è che morire era il mio destino.

Gli dèi mi hanno ammazzato,

e fra gli uomini, Euforbo, per primo.

Tu che adesso mi finisci, Ettore,

sei solo il terzo.

Ma niente ti strapperà di dosso

il tuo destino orrendo.

Quella poca vita che ancora hai,

Achille verrà, e te la strapperà”.

 

Qui non vorrei morire dove vivere

mi tocca, mio paese,

così sgradito da doverti amare;

lento piano dove la luce pare

di carne cruda

e il nespolo va e viene fra noi e l'inverno.

Pigro

come una mezzaluna nel sole di maggio,

la tazza di caffè, le parole perdute,

vivo ormai nelle cose che i miei occhi guardano:

divento ulivo e ruota d'un lento carro,

siepe di fichi d'India, terra amara

dove cresce il tabacco.

Ma tu, mortale e torbida, così mia,

così sola,

dici che non è vero, che non è tutto.

Triste invidia di vivere,

in tutta questa pianura

non c'è un ramo su cui tu voglia posarti.

(Vittorio Bodini)

 

Combattevano tutti simili al fuoco ardente

quando giunse da Achille il veloce Antiloco

“Figlio del forte Peleo – disse -

avrai da me un’atroce notizia:

su Patroclo la morte è scesa,

e si combatte per il corpo suo nudo,

e le sue armi Ettore le ha prese”.

Nera una nube di dolore lo avvolgeva.

E con le mani la polvere arsa prendeva,

e sul capo la rovesciava,

lo splendido viso si sporcava,

e sulla veste fragrante la cenere cadeva.

Achille, grande, in mezzo alla polvere si distendeva,

e con le mani a strapparsi i lunghi capelli si sfigurava.

 

Cade a pezzi a quest'ora sulle terre del Sud

un tramonto da bestia macellata.

L'aria è piena di sangue,

e gli ulivi, e le foglie del tabacco,

e ancora non s'accende un lume.

Un bisbigliare fitto, di mille voci,

s'ode lontano dai vicini cortili:

tutto il paese vuole far sapere

che vive ancora

nell'ombra in cui rientra decapitato

un carrettiere dalle cave. Il buio,

com'è lungo nel Sud! Tardi s'accendono

le luci delle case e dei fanali.

Le bambine negli orti

ad ogni grido aggiungono una foglia

alla luna e al basilico.

(Vittorio Bodini)


Singhiozzava Achille, e urlando terribilmente

la madre invocava, che dagli abissi del mare

accanto giungeva, e prendendogli la testa

“Figlio mio – gli diceva –

perché piangi? Quale pena ha invaso il tuo cuore,

se quello che pregavi era il destino che volevi

e per mano degli dèi si avverava?”

 

“Madre mia – Achille rispondeva –

vero è quello che mi dici,

ma quale piacere per me rimane

se il mio compagno amato,

Patroclo, fra tutti il più caro,

per sempre mi ha lasciato?

Ettore lo ha ucciso

e delle mie armi lo ha spogliato.

 

Potesse per sempre svanire l’ira

dal cuore degli uomini e dagli dèi,

quell’ira che anche i più saggi fa impazzire,

in fondo all’animo scivolando come gocce di miele,

quella rabbia che offusca e scurisce la nostra mente.

 

Dal passato ora voglio fuggire,

e verso la morte voglio correre,

quella morte che il mio compagno uccise,

per abbracciare il mio destino:

se nella vita non ci è permesso

tutto l’amore che vogliamo

altro non ci rimane che muoverci

per la nostra gloria,

l’unica che possiamo.”

 

.... Madre offerta,

sprofonda in prospettive che l'assorbono

e in peribili nembi affiora enorme

e si dilegua e ricompare, madre

che non esiste in sé cresciuta a un rombo

sfumata a un'eco e interminabilmente

mi svuota mi ricolma: ha il seno lacero

la fronte onnisapiente il grembo avvinto

da supremi cilici, ed un calvario

la ferma se s'avanza se indietreggia,

limite di giustizia. E' donna brivido

dannunciazione di concepimento

è Maria di fiducia di martirio

è mia madre che dice: sei tu spina

del mio fiore tu fiore

delle mie spine... e quanto più mi trova

più mi cerca e per sé per me non osa

dare un volto alle incognite che trae

dal suo dal mio vaneggiamento, donna

di strazio rovesciato a gaudio, fonte

d'ambascie che la irridono inventrice

di giardini, è mia madre

che dice: tu cisterna

che più non mi disseta

pane che non mi sfama... e m'attanaglia

quando mi perde…

(Vittorio Pagano)

 

 

 

E mentre tutte queste cose diceva

per il corpo di Patroclo ancora si combatteva.

Come andare in battaglia – Achille pensava –

se le nuove armi ancora non sono pronte.

 

“Anche così, senza armi, alzati

e vai sul fossato, fatti vedere,

la paura li assalirà

e un passo indietro faranno”.

 

Così fece.

Fuori dal muro, sopra la fossa, stava

senza mischiarsi, il suo corpo

senza armi come una luce risplendeva.

Fermo, in piedi, per tre volte urlava

e per tre volte i Troiani indietreggiavano.

Fu così che il corpo di Patroclo fu preso

e su di un letto quel corpo fu posato.

Per tutta la notte si disperava,

Achille, su quel corpo le sue mani

forti con dolcezza posava

e senza tregua

singhiozzando piangeva.


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