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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
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Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
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Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
Uno dei momenti più emozionanti della nostra gita culturale a Cavallino, domenica scorsa, è stata la lettura  di un breve estratto dalle memorie del duca Sigismondo Castromediano (Carceri e... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Civiltà Giuridica
Scritto da Serena Poppi   
Domenica 08 Gennaio 2012 14:41

L’eredità del 2011 è chiara, nella giornata del 31 dicembre 2011 sono stati trovati senza vita un 34enne italiano recluso a Trani e un 37enne rumeno a Torino. Un terzo detenuto ha tentato di impiccarsi a mezzanotte a Vigevano.

Come si legge in un aritcolo di  Chiara Sarra - 01 gennaio 2012  per Il giornale.it: «Non si placa la piaga dei suicidi in carcere: il bilancio dell'ultimo giorno del 2011 è di due morti e una tentata impiccagione. Ieri un detenuto di 34 anni di Lecce è stato trovato senza vita dagli agenti durante un'ispezione. Secondo i genitori, l'uomo non era in condizioni da poter sopportare il regime carcerario e ora chiedono maggiore chiarezza. Solo qualche ora prima, nel carcere delle Vallette di Torino, un romeno 37enne, in attesa di giudizio, si è tolto la vita impiccandosi con le lenzuola nella sua cella. E sempre con le lenzuola, un altro 37enne italiano ha provato a suicidarsi nel carcere di Vigevano, ma è stato salvato dall'agente di sorveglianza. Secondo Eugenio Sarno, segretario generale Uil-Penitenziari, il 2011 è stato costellato da 66 suicidi e circa 1000 tentati suicidi nelle carceri, oltre a circa 430 agenti aggrediti e feriti da detenuti e circa 5400 atti di  autolesionismo grave. «Questi numeri sono la cifra esatta della disperazione che alberga negli istituti di pena della Repubblica. Per questo non possiamo non apprezzare l’ulteriore richiamo del presidente Napolitano alla questione penitenziaria, con l’auspicio che l’ennesimo monito che giunge dal Capo dello Stato sia raccolto da chi detiene la responsabilità della gestione politica della Giustizia in Italia». Per Sarno la situazione negli istituti penitenziari italiani «è ben oltre il livello di allarme rosso e non può certo essere risolta con i palliativi individuati dagli ultimi governi. Occorre una svolta vera, con riforme strutturali ed interventi che consentano l’azzeramento dell’emergenza e la pianificazione di riforme incisive».

O ancora, dalla cronaca de Il fatto quotidiano, lo scritto di Andrea Postiglione ci ricorda (o forse sarebbe corretto dire ci informa, stando alla scarsa frequenza con cui vengono pubblicati aggiornamenti sui numeri reali dei decessi nelle carceri) che «tra i 74 decessi del 2011 anche 8 agenti… Le condizioni dei penitenziari italiani rimangono drammatiche. Aumentano i decessi anche tra gli uomini del Dap … L’ultimo caso del 2011 aveva coinvolto non un detenuto ma un poliziotto: A. C., un assistente capo della Polizia Penitenziaria. Aveva 44 anni e si è sparato con la pistola d’ordinanza nella sua auto il 20 dicembre. Con il suo, nel 2011, il numero di suicidi di agenti penitenziari in Italia è salito a otto. Un bilancio nero, aperto ad Aprile con il caso di un agente in servizio a Nuoro. Dopo di lui, un collega si è impiccato a Caltagirone. Poi sono arrivati i suicidi di Viterbo, Parma, Torino, Roma, Avellino e Pordenone. Sommati ai 66 casi tra i detenuti – quasi uno ogni mille – fanno 74 suicidi legati alle carceri italiane in pochi mesi, 912 dal 1997 a oggi (822 tra i detenuti e 90 tra gli agenti). Numeri da brivido, che rendono con spietata chiarezza quale sia la situazione che si vive nei penitenziari italiani. Nelle 206 carceri la vita è impossibile per chiunque: per i settantamila detenuti stipati nelle strutture che al massimo potrebbero contenerne poco più della metà, e per i trentottomila agenti, pochi, pochissimi per gestire una situazione ormai ingovernabile».

 

Il punto di non ritorno

«I poliziotti sono responsabili di tutto ciò che succede in sezione», spiega Donato Capece, segretario del principale sindacato di categoria, il Sappe. «Se c’è qualche problema, ne rispondono disciplinarmente e, se gli va bene, vengono sospesi dal servizio in attesa di accertamenti con conseguente dimezzamento dello stipendio. A questo si aggiunga che quasi tutti gli agenti sono in servizio lontano da casa». Per questo, molti di loro dopo le otto o nove ore di servizio lasciano la sezione detentiva e si chiudono in camera nella caserma del penitenziario. «C’è chi riesce a reggere la pressione e chi invece non ce la fa, e nella migliore delle ipotesi viene giudicato non idoneo al servizio per sindrome ansiosa-depressiva e congedato».

Lo chiamano burnout, indica il punto di non ritorno dello stress accumulato dagli agenti, condannati come i detenuti a vivere la maggior parte della loro vita in strutture sovraffollate e fatiscenti. Sono l’altra faccia dell’inferno delle carceri, dimenticati dalla politica.

 

La ricca edilizia italiana

Il Piano carceri avviato agli inizi del 2010 e che dovrebbe portare alla costruzione di 11 nuovi istituti penitenziari e 20 nuovi padiglioni, viaggia ancora a rilento.

Ad oggi, neanche una delle centinaia di nuove celle previste è stata realizzata, e dei 670 milioni a disposizione ne sono stati impiegati 70, poco più del dieci per cento. Solo a Piacenza sono stati avviati i lavori per la costruzione di un nuovo padiglione da duecento posti, mentre per il resto si è fermi agli accordi con Regioni e Comuni per la localizzazione di nuove carceri. I bandi per l’ampliamento del carcere di Milano Opera, Trapani, Lecce, Taranto, Parma, Sulmona e Vicenza sono ancora aperti a quasi due anni dall’avvio del piano, e di tutti gli altri non si sa ancora nulla. E’ anche per questo che lo stato di emergenza delle carceri, che avrebbe dovuto concludersi entro il 31 dicembre 2011, è stato prorogato fino al 3 dicembre del 2012. [cfr. Andrea Postiglione, 01/01/2012]

Proviamo con le statistiche

La percentuale dei suicidi nelle nostre carceri è 17 volte superiore a quella che si registra nella società italiana. Questo dato, che riguarda il 2003, è uno dei più inquietanti nella ricerca di Luigi Manconi, docente di sociologia, ex parlamentare verde, che ha ricevuto dal Comune di Roma l’incarico di svolgere una funzione inedita, quella del "difensore civico per i carcerati". La sua ricerca, pubblicata sul Corriere della Sera, del 27 marzo 2004, realizzata per l’associazione A buon diritto, ed estesa su tutto il territorio italiano, mostra che la tragedia dei suicidi nel carcere si è sviluppata con andamento costante dall’inizio degli anni 90.

Nel 2003 ci sono stati 65 suicidi, su una popolazione carceraria di poco superiore ai 56 mila detenuti. In quello stesso anno il tasso dei suicidi, calcolato su 10.000 detenuti, era 11,2.

Nel 2002 era 10,1.

Nel 2001 era 12,7.

11,4 nel 2000.

«Nelle carceri sovraffollate - denuncia Manconi - ci si uccide molto di più di quanto si faccia dove la presenza dei detenuti non eccede la capienza prevista». Un dato impressionante se si tiene conto che i tre quarti delle strutture penitenziarie italiane si trovano in condizione di sovraffollamento.
Altro dato che colpisce: «Nelle carceri italiane - spiega Manconi - sembra esistere un rapporto inversamente proporzionale tra la speranza di libertà e la propensione al suicidio. Si uccidono molto di più quelli che, per età e posizione giuridica, potrebbero sperare in una reclusione breve e in un ritorno alla società». Tra i detenuti in attesa di giudizio si registra un tasso di suicidio quasi doppio rispetto a quanti sono reclusi con una condanna definitiva. «Il detenuto che sa di dover scontare una lunga pena - osserva Manconi - ha elaborato il suo destino e la sua tecnica di adattamento […] Quelli in attesa di giudizio sono i più esposti a depressioni e crisi».

In carcere ci si uccide nel primo e nel primissimo periodo di permanenza: nel 2002 il 61% dei casi di suicidio riguarda reclusi da meno di un anno. Percentuale che nel 2003 sale al 61,9%: il 51,6% dei suicidi si verifica nei primi sei mesi di reclusione e il 17,2% nella prima settimana di reclusione.

«Il carcere - avverte Manconi - è un sistema delicatissimo, costantemente affacciato sull’abisso. Al primo squilibrio, scattano i processi autodistruttivi […] vi è la necessità di apprendere rapidamente, appena entrati, le strategie di sopravvivenza. Non ci sono solo l’impatto claustrofobico e la perdita della libertà, c’è anche lo scontro traumatico con un universo sconosciuto, linguaggi, codici di comportamento, gerarchie. Proprio per offrire tutela e assistenza, in ogni carcere dovrebbe esistere un "presidio nuovi giunti", che però nella maggior parte dei casi non c’è o non svolge la sua funzione». Il numero degli agenti di polizia penitenziaria è decisivo. Se è insufficiente, vengono sacrificate tutte le attività ricreative e di recupero.

 

Speranza per i giovani

Da una rilevazione del Centro per la Giustizia Minorile del Lazio è emerso che nel 2000 non più del 30% dei ragazzi sottoposti a procedimento penale ha avuto l'opportunità di parlare con un operatore dei servizi minorili che, nei casi più frequenti, è un educatore o un assistente sociale, mentre più raramente si tratta di uno psicologo, pur se è palese l'aumento dei ragazzi con disturbi di personalità, con psicosi sottostanti a gravi reati e problemi di dipendenza da sostanze e poliassuntori. I tagli della spesa nelle amministrazioni della giustizia, con la riduzione del personale più qualificato per il recupero dei detenuti, sono più evidenti nel facile ricorso alla carcerazione preventiva.


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