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Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
Dopo un consulto medico, il Consiglio Direttivo ha deciso di riprendere le attività lunedì 2 marzo alle ore 18, con la conferenza del prof. Mario Graziuso “L’ultima rappresentazione sacra del... Leggi tutto...
Sospensione attività in via precauzionale
Avviso sospensione attività Pur in assenza di casi accertati di coronavirus, nella regione Puglia sono sconsigliati (anche se non ancora formalmente vietati) gli assembramenti di persone. Per questo... Leggi tutto...
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
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Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
Sulla base di quanto deliberato durante l'ultima Assemblea, giovedì 27 febbraio 2020 si procederà alle elezioni del nuovo Consiglio Direttivo e all'approvazione delle modifiche dello Statuto. Si... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 24 PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Lunedì 16 Gennaio 2012 20:59

Più precarietà uguale più crisi

 

[in “Micromega” online del 16 gennaio 2012]

 

La drammatica crisi dell’eurozona è, in larghissima misura, una crisi indotta da politiche economiche del tutto irrazionali, fondate sulla convinzione che il perseguimento del rigore finanziario debba essere contestuale all’adozione di misure per accelerare la crescita economica. Con ogni evidenza, si tratta di un ossimoro: è davvero arduo, se non logicamente impossibile, immaginare che una ripresa significativa del tasso di crescita possa derivare da provvedimenti a costo zero. D’altra parte, l’evidenza conferma che le politiche recessive messe in atto non producono altri effetti se non l’aumento del rapporto debito  pubblico/PIL, ovvero il risultato esattamente opposto rispetto a quello che ci si attende. Ciò a ragione del fatto che l’aumento della pressione fiscale (e la riduzione della spesa pubblica) riduce i consumi, la domanda e l’occupazione – così che riduce il PIL – e, al tempo stesso, riducendo l’occupazione, comprime la base imponibile,  dunque il gettito fiscale, rendendo “necessarie” ulteriori misure restrittive per recuperare risorse per pagare gli interessi sui titoli del debito pubblico[1].

In questo scenario, e con riferimento al caso italiano, il dibattito ruota intorno alla necessità di mettere mano a un’ulteriore “riforma” del mercato del lavoro in nome della “modernizzazione” delle relazioni industriali con la clausola del no-tabu. Come ha chiarito il Presidente Monti, infatti, le riforme del mercato del lavoro devono essere fatte senza alcuna preclusione di sorta, assumendo che ogni diritto possa essere negoziabile.

E’ ampiamente dimostrato, sul piano teorico ed empirico, che le politiche di ‘flessibilità’ del lavoro non accrescono l’occupazione e tendono ad associarsi a una riduzione della quota dei salari sul PIL. Per dar conto della reiterazione di provvedimenti di precarizzazione del lavoro, quando questi si sono rivelati del tutto controproducenti per gli obiettivi che si dichiara di voler perseguire, e della loro accelerazione negli ultimi anni in Italia, si può partire dalla constatazione stando alla quale il principale problema strutturale dell’economia italiana consiste nella modesta crescita della produttività. L’OCSE registra che i differenziali di produttività fra l’Italia e gli altri principali Paesi membri sono aumentati nel corso dell’ultimo biennio, attestandosi al 25%. E’ opportuno considerare che la produttività cresce soprattutto a seguito dell’avanzamento tecnico. Ma, con ogni evidenza, non è questa la strada che si intende percorrere, se solo si considerano i rilevanti tagli alla ricerca scientifica messi in atto nell’ultimo triennio. Questi provvedimenti non fanno altro che accentuare la crisi, per le seguenti ragioni.

1) Per un dato assetto tecnico, la produttività del lavoro aumenta se la minaccia di licenziamento diventa più efficace e credibile. In tal senso, l’accelerazione delle politiche di precarizzazione del lavoro non serve ad accrescere l’occupazione, ma semmai ad accrescere l’intensità del lavoro, il che si rende possibile solo a condizione che esista un ampio bacino di disoccupati che renda efficace e credibile la minaccia di licenziamento (o di non rinnovo del contratto di lavoro). E, tuttavia, gli effetti della precarietà del contratto di lavoro sulla produttività sono ambigui. Sebbene, infatti, la maggiore credibilità del licenziamento derivante dalla somministrazione di contratti flessibili possa ‘disciplinare’ i lavoratori, accrescendone il rendimento, questo effetto può essere controbilanciato dalla minore motivazione che un lavoratore ha nel caso in cui percepisca come probabile il non rinnovo del contratto. Si tratta di eventualità frequenti in contesti di alta disoccupazione e di facile sostituibilità dei lavoratori (a sua volta riconducibile alla bassa dotazione di capitale umano richiesta), dal momento che – in queste condizioni - le imprese possono attingere a una platea ampia di disoccupati, disponibili ad accettare salari bassi e peggioramento delle condizioni di lavoro. In ogni caso, poiché la dinamica della produttività del lavoro dipende in massima misura dall’avanzamento tecnico, le politiche di precarizzazione del lavoro hanno l’ulteriore effetto negativo di comprimere il tasso di crescita.

E’ rilevante osservare che le politiche di precarizzazione esercitano effetti negativi anche sull’attività di ricerca del lavoro, sia perché contribuiscono a ridurre salari e occupazione, sia perché orientano la domanda di lavoro proveniente dalle imprese verso occupazioni di bassa qualità, proprio a ragione del fatto che disincentivano modalità di competizione basate sull’introduzione di innovazioni e, dunque, sul miglioramento della qualità della domanda di lavoro. La quota dei lavoratori ‘scoraggiati’ sul totale della forza-lavoro si assesta oggi, in Italia, al 3.5% ed è stata in costante aumento nel corso dell’ultimo decennio, e riguarda prevalentemente lavoratori nella fascia d’età compresa fra i 20 e i 30 anni, soprattutto donne. Si tratta di individui che hanno smesso di cercare occupazione. Il fenomeno è imputabile a due circostanze: in primo luogo, alla bassa probabilità di trovare impiego (o un impiego coerente con le qualifiche acquisite), così che al crescere del tasso di disoccupazione aumenta la platea di lavoratori scoraggiati; in secondo luogo, è imputabile alla possibilità di garantirsi un reddito di sussistenza senza lavorare, possibilità che si determina nel caso in cui i consumi sono garantiti dai risparmi delle famiglie d’origine, o da redditi derivanti da occupazioni irregolari. Si tratta di un fenomeno preoccupante per due ordini di ragioni. In primo luogo, l’esistenza di un’ampia platea di lavoratori scoraggiati può segnalare il fatto che è ampia l’occupazione nell’economia sommersa, ovvero che chi smette di cercare lavoro nell’economia regolare lo fa perché ottiene reddito da attività illecite. Si può ritenere che si tratta, in questo caso, di individui con basso reddito e con basso livello di istruzione. In secondo luogo, i lavoratori scoraggiati traggono risorse per i propri consumi prevalentemente dai risparmi delle loro famiglie. Il che genera progressiva compressione dei risparmi e, nella misura in cui, l’accumulazione di risparmi è una precondizione per il finanziamento degli investimenti, ciò determina riduzione degli investimenti, della domanda aggregata e dell’occupazione. In più, poiché ad alta disoccupazione è associata bassa propensione a cercare occupazione, da ciò segue un ulteriore aumento della quota di lavoratori scoraggiati sul totale della forza-lavoro. Si può osservare che questa dinamica acuisce il problema dell’assenza di mobilità sociale in Italia, in quanto rende possibile l’inattività solo a giovani la cui sussistenza è garantita dalla ricchezza accumulata dalle famiglie d’origine. In tal senso, un elevato tasso di disoccupazione, associato a inattività volontaria,  contribuisce a perpetuare le differenze di status, in un Paese – l’Italia - che, stando alle ultime rilevazioni OCSE, è, con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, il Paese con la minore mobilità sociale fra i Paesi principali industrializzati.

2) Le politiche di precarizzazione del lavoro, inoltre, incentivano le imprese a competere mediante compressione dei costi di produzione (salari e costi connessi alla tutela dei diritti dei lavoratori in primis), disincentivando le innovazioni. Ciò a ragione del fatto che, potendo ridurre i prezzi mediante riduzioni del costo del lavoro, le imprese non hanno interesse a introdurre miglioramenti organizzativi e/o innovazioni di processo e di prodotto, soprattutto laddove l’introduzione di innovazioni richieda spese ingenti ed elevato indebitamento nei confronti del sistema bancario.

Si torna, così, al punto di partenza. La precarizzazione del lavoro, riducendo occupazione, salari e produttività, riduce il tasso di crescita e la base imponibile. Il che rende “necessarie” ulteriori manovre recessive, in una spirale viziosa che impoverisce soprattutto le famiglie con redditi più bassi, le aree periferiche e le piccole imprese, e che, soprattutto, diventa sempre più socialmente insostenibile.

 

 


[1] A ciò si aggiunge che l’impossibilità di riportare i ‘conti in ordine’ a colpi di maggiori tasse e minori spese spinge le agenzie di rating a declassare i Paesi considerati (sotto questo aspetto) poco ‘virtuosi’, con un curioso rimbalzo di responsabilità e delegittimazione, per il quale le agenzie emettono la loro valutazione per essere poi screditate dai Governi. Non da ultimo, a seguito del declassamento di nove Paesi europei il 13 gennaio scorso, il commissario Ue agli Affari economici e finanziari, Olli Rehn, ha espresso “rincrescimento per la decisione incoerente” presa da Standard and Poors, aggiungendo che il declassamento “questa volta non è casuale, in un momento in cui l’Eurozona sta intraprendendo azioni decisive su tutti i fronti della sua risposta alla crisi”. Tradotto: Standard and Poors non dà valutazioni obiettive, ma ci rema contro.


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