Programma di Dicembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Lunedì 2 dicembre, sala Contaldo, ore 18,00: prof. Vincenzo Mello, Myflor e Flormart 2019: Orto-Floro-Vivaismo internazionale. Venerdì 6 dicembre, sala... Leggi tutto...
Programma di Novembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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I mille racconti
Scritto da Daniela Bardoscia   
Venerdì 20 Gennaio 2012 12:40

Non è facile spiegare a un altro essere umano che cosa ti rode dentro e ti impedisce di vivere o semplicemente di credere nella vita. Eppure, certe volte, l’unica possibilità che ci rimane è quella di incontrare uno sconosciuto, un perfetto estraneo di cui non sappiamo nulla, che si interessi a noi per qualche attimo e ci ascolti, senza giudicare, senza tacciarti di follia; anche se, in fondo, siamo consapevoli di essere totalmente perduti nel labirinto di un’anonima e agghiacciante demenza. Essere avvicinati da un angelo di carne e ossa, corrotto e impregnato dai vizi del vivere, quanto noi o forse anche più di noi, ma che abbia l’umanità necessaria per vedere tra le nostre iridi spaurite lo spettro della morte che aleggia nei nostri pensieri e la dolcezza per esorcizzarlo insieme a noi, semplicemente prestandoci il suo orecchio, può fare la differenza e impedirti di compiere un passo irrimediabile. Quante persone incrociamo ogni giorno, quante storie inascoltate, quanto dolore, quante speranze, sogni infranti, delusioni. Spesso non le vediamo neppure queste esistenze trascinate a fatica sul marciapiede dell’esistere: come fantasmi popolano i nostri ciak e per noi rimangono anonimi volti sfocati, tasselli che popolano il grande oceano di controfigure che si incontrerebbe sul grande schermo, se fossimo i protagonisti di un film. E così, in questa realtà inafferrabile s’agitano varie pellicole, tutte in qualche modo intersecate tra loro, relegandoci di volta in volta al ruolo di coprotagonisti, personaggi secondari, comparse. Tra di esse, animi sensibili e provati vagano, invisi e ignorati, alla ricerca di un appiglio che, probabilmente, non riusciranno mai a trovare. Stampato sul viso un grido di dolore, gli occhi imploranti eppure noi non li notiamo, non riusciamo a vederli, avviluppati dalla frenesia del vivere e dalla nostra egocentrica esistenza. Delle volte, fra questa folla di volti sconosciuti e sbiaditi, qualcuno dannatamente bisognoso di aiuto ha il timido ardire di chiederlo: con uno sguardo, o un gesto discreto, appena accennato, magari attardandosi senza motivo intorno a noi, solo per la fiducia che ispiriamo; reclamano solo un momento, un breve attimo per sentirsi vivi, per essere consolati dalla certezza di essere visibili, anche se per poco e solo per un umano, in un mondo che li ignora e li reclude ai margini della società, in un inferno fatto di incubi e solitudine. Altre volte, è una persona a noi vicina, qualcuno che incontriamo tutti i giorni ad aver bisogno di aiuto. Chi può dirsi con certezza “a me non è mai accaduto. Io me ne accorgerei”? Non credo che ci sia una sola persona in grado di poterlo gridare, a cuor leggero. Vi garantisco, però, che ne incontrate certamente, e più spesso di quanto crediate, di poveri miserabili. Proprio così, muniti di occhiali o dotati di una gran vista, siete umanamente ciechi.

Vi assicuro che se mi conosceste non notereste nulla in me, nel mio essere, e non lo avreste notato nemmeno tempo fa. Eppure fino a qualche tempo fa ero un bisognoso d’aiuto.

Ebbene sì, militavo ­in questo esercito di dannati. Sono il solo a conoscere le cicatrici che mi porto dentro.

Non avete idee di quante volte sia salito sul cornicione degli argini dell’Arno, poco lontano dagli occhi del popolo fiorentino, all’ombra dei compulsati flash dei turisti, cercando il coraggio di porre fine a tutto, tentando di trovare in me la forza per chiudere gli occhi per i brevi istanti di un tuffo, per poi riaprirli tra le braccia rassicuranti del nulla, dell’assenza. Il nulla non ha fretta, ci attende con infinita impazienza, senza biasimarci, senza pressarci: ha l’eternità per sopraffarci.

È passato soltanto un anno dall’ultima volta in cui la voglia di oblio mi ha soggiogato e quasi ammazzato. Ora sono una persona più forte, più vitale, financo solare. Ho conosciuto la voglia di respingere la vita ed essa, invece, mi ha regalato un attimo speciale, che mi insegnasse a bramarla, a respirarla. Io rifulgevo le occasioni di socializzazione come una malattia altamente contagiosa, ho voglia di trovarmi in mezzo alla gente, bramo sperimentare nuove esperienze, cerco la vita in tutte le sue forme, in tutti i suoi profumi; ho imparato a convivere con i momenti di dolore nell’abisso dell’anima; ho capito che esso è parte della vita. Ho trovato il coraggio di innamorarmi, di fidarmi totalmente di un altro essere umano, di dipendere da lui.

Non è merito mio, no. È stato grazie a uno sconosciuto, un passante che, senza pretendere, ha messo da parte la sua vita per un intero pomeriggio e ha ascoltato le infinite chiacchiere di un perfetto estraneo che gli ha aperto il cuore, nel suo egoistico bisogno di essere ascoltato. Non ha parlato granché, anzi… non ricordo neppure la sua voce. L’unica cosa a essersi impressa nella mia memoria è il suo sguardo: i suoi occhi luminosi e totalmente concentrati su di me.

Quel giorno ero uscito con l’intenzione di porre fine alla mia esistenza in questo sporco mondo. Oh, non avete idea di quanta voglia avessi, mai avuta tanta, di andare a fondo, di sentire il mio pesante corpo sballottato dalla corrente, tra le mille bolle d’aria. Cancellare la mia coscienza, la mia sofferenza.

Perdere mia madre, divorata da un cancro al seno, veder spegnere giorno per giorno la sua sete di vita, la sua vitalità, andava ben oltre quanto avevo la forza di sopportare. Iris non era la mia madre biologica, mi aveva adottato quando avevo dieci anni e per venti era stata il mio mondo. Mi aveva strappato a una vita di violenza, coccolato e amato come il frutto del suo ventre. La mia prima madre era una prostituta, messa sulla strada dalla codardia e dai vizi di suo marito, mio padre, un alcolizzato. Era una bestia, un lurido e violento beone, incatramato nei più squallidi piaceri, spendeva il denaro del sesso in alcol, in prostitute (che non fossero mia madre) o in bische clandestine e la picchiava per sentirsi più uomo, per avere più denari con cui dannare la sua anima in questo mondo, e forse anche nell’altro. Mi tornano tuttora alla mente le urla, i pianti clandestini di quella povera donna, il rumore degli oggetti scaraventati da qualche parte nella stanza. Cresciuto in una delle tante famiglie “normali”, alla luce dei valori cattolici, dove i radi momenti felici nel mondo della fantasia erano interrotti dal dolore della donna che mi aveva partorito. Non mi spaventava il male inflittomi per ricattarla, ma soffrivo il suo pianto.

Così, dopo aver portato un mazzo di viole sulla tomba di Iris, mi diressi sul Lungarno e camminai lungo le sponde del fiume fino a portarmi fuori città, fino a mettermi a riparo dai flash dei turisti. Giunto in un posto eremo e quieto, fissai lo sguardo nell’acqua verdastra, deciso a dar da mangiare a qualunque tipo di essere vivente avesse trovato di qualche utilità la mia carcassa. Più utile da morto che da vivo!

Non so dire quanto tempo trascorse. So solo che mi avvicinò un uomo sulla cinquantina. Ne avvertì la voce alle spalle e ne rabbrividì. Mi disse: «Nessuno dovrebbe desiderare la morte».

Non mi chiesi cosa ci facesse lì e come avesse fatto a intuire i miei segreti pensieri. Gli chiesi solo: «Perché?».

Mi rispose che il dolore è parte inalienabile della condizione umana e che ci è utile per apprezzare il resto di quello che possiamo cogliere lungo il cammino. Tirai fuori tutto, senza pensarci troppo su. Aperto il vaso di Pandora, sviscerai ricordi dolorosi, anche ciò che credevo dimenticato e diedi libero sfogo al mio dolore. Ricordai i lividi che mi univano a Bruna, le bruciature di sigarette sulle mie piccole mani, le cinghiate negli arti, i pianti ininterrotti, l’avido timore di morire. Mi tornò alla mente il suo corpo freddo e grondante di sangue, le mie lacrime che le lavarono il viso grondante. Tirai fuori dai meandri della memoria il ricordo del puro terrore, del ribrezzo che mi causò quel novizio dell’orfanotrofio, quel devoto animale che mi fece scoprire prematuramente il sesso e il disgusto di attenzioni indesiderate.

Per la prima volta piansi di fronte a qualcuno e lasciai andare tanto, troppo, dolore. Il sole, dal punto più alto del suo tragitto, giunse a morire dietro l’orizzonte. Lui mi ascoltò senza interrompere, facendomi sentire compreso. Camminammo lungo i viali della periferia, in collina, fino a giungere in Piazzale Michelangiolo. Lì, seduti su di una marmorea panchina, consumai tutte le lacrime che avevo conservato, fino a che la luce delle stelle non si fuse con quella artificiale. Asciugatomi gli occhi, lo sconosciuto mi chiese di seguirlo. Mi fidai.

Con un cenno mi invitò a contemplare ciò che avevo dinnanzi: uno sfolgorio di luci ambrate avvolgeva la mia Florenza, silenziosa e serena, raddoppiando il loro gioco di fulgide scintille sullo specchio d’acqua, dove avrei dovuto galleggiare, tronfio d’acqua e gonfio di morte.

Non avemmo bisogno di parlare, il buio era lentamente uscito dalla mia anima e quello sfavillante tepore cominciava a insinuarsi al suo posto. Pensai all’affetto di Ines, guardai la cupola di Santa Maria del Fiore, il Ponte Vecchio, vidi una donna passeggiare con suo figlio e desiderai di essere amato. Per la prima volta, ebbi il desiderio di dare a qualcuno l’amore di cui ero capace. Sentì la forza della vita avvilupparmi.

Non è sempre facile. Poi penso a quell’istante, a quello sconosciuto, al dono che mi ha fatto: cercare la bellezza della vita nel dolore, apprezzare quello che c’è di positivo, cercare di cambiare ciò che mi fa stare male e di accettare ciò che non posso cambiare.

È grazie a quello sfogo che ora io vivo. Ho conosciuto molte gioie che non avrei mai pensato esistessero e quella più grande di tutte: la felicità di ricevere dalla mia compagna l’annuncio della sua maternità. Sì, mi renderà padre ed è solo grazie a quell’uomo che avrò la gioia di vedere il miracolo della vita che si concretizza. Impiegherò tutto me stesso nel trasmettere ciò che ho imparato dal dolore e ciò che ho appreso cercando di apprezzare quanto di positivo può dare il mondo a questa creatura che cresce nel suo ventre e che nutrirà presto sogni, speranze e desideri.


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