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A chi va il petrolio della Puglia? PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 28 Gennaio 2012 12:36

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di venerdì 27 gennaio 2012]

 

Il Quotidiano ha pubblicato in un’intervista alcune mie impressioni sulle trivellazioni nel nostro mare. Avrei ancora qualcosa da dire.
Studio il mare per mestiere, e mi astengo sempre dal fare valutazioni su questa materia se non ho abbastanza elementi per esprimere un parere che potrebbe essere considerato più di una semplice opinione di un cittadino. Su questo tema non ho abbastanza elementi, come studioso del mare. Però ne ho come cittadino, e come tale mi esprimo.
Tutti usiamo il petrolio e, anche se penso che dovremmo affrancarci da questa schiavitù, non vedo una liberazione dal petrolio nel breve termine. Dobbiamo promuovere politiche in questo senso, ma intanto abbiamo bisogno di petrolio. Ora ci procuriamo petrolio con metodi che potrebbero essere etichettati come “imperialisti”. Andiamo a perforare il suolo o il fondo del mare di altri stati e importiamo il loro petrolio. Essere contrari all’estrazione di petrolio nel nostro territorio, estraendolo da altri territori, potrebbe essere definita un’ipocrisia. Se in Italia c’è il petrolio, penso che sia nostro dovere, in quanto consumatori di petrolio, di estrarlo, anche per diminuire la nostra pressione sul territorio di altri. E anche per affrancarci dalla schiavitù nei confronti dei produttori.
Dovrebbe essere nostro interesse estrarre quel petrolio con tutte le cautele possibili, per evitare disastri. E questo lo dovremmo fare anche nei paesi dove siamo noi ad estrarre. Il più grave disastro petrolifero in Mediterraneo è quello della Haven, una petroliera che stava scaricando il suo petrolio nelle raffinerie vicino a Genova. Eh già. Anche se non lo estraiamo, visto che lo usiamo, prima o poi con il petrolio abbiamo a che fare e i rischi ci sono lo stesso.

Che posizione prendere rispetto alla possibilità che si facciano perforazioni nel nostro mare? Come cittadino il mio primo impulso è di dire di no. Poi penso a quel che ho scritto sopra e mi viene da dire: dipende.
In queste situazioni bisogna fare un’analisi costi-benefici. A fronte dei possibili costi che dovremo pagare, o dei rischi che dovremo correre, quali benefici sono attesi? La prima cosa che mi balza agli occhi è che le concessioni sono state date a ditte non italiane. E quindi qualcuno viene da noi, ed estrae il petrolio nel nostro territorio. Così come noi andiamo in Nigeria ad estrarre il petrolio nigeriano. Per questi signori noi siamo la Nigeria, con tutto il rispetto per un paese che ammiro. Vorrei sapere che cosa ci guadagniamo noi da queste operazioni? La regione, le province e i comuni sono tutti contrari, ma le concessioni le ha date il Ministero dell’Ambiente. A fronte di quale beneficio noi ci dobbiamo assumere questi rischi?
Queste sono le domande che ho fatto in quell’intervista. E a queste domande devono rispondere i nostri rappresentanti in Parlamento. Sono loro ad avere gli strumenti per poter indagare, facendo gli interessi del loro elettorato. A questo servono.
Poi potremo valutare se i benefici sono comparabili ai rischi che dovremmo correre. E questi devono essere valutati molto attentamente. Per il momento non li so quantificare. Potrebbe anche avvenire che se estraiamo il petrolio nel nostro mare lo possiamo mandare direttamente nelle raffinerie costiere, evitando o limitando molto l’uso delle petroliere, un mezzo di trasporto molto rischioso. Alla fine potrebbe anche essere il male minore. Il pericolo dell’ambientalismo del no a priori è che a volte potrebbe bloccare iniziative che mitigherebbero gli impatti attuali, perché non compara le nuove iniziative con quelle già esistenti. Se il petrolio dovesse sostituire il carbone che usiamo a Cerano, magari ci sarebbero meno polveri sottili nell’aria che respiriamo.
Non sto prendendo posizione nè a favore nè contro queste operazioni. Prima di farlo vorrei conoscere la situazione in tutte le sue sfaccettature. Studiare l’ambiente è il mio mestiere e, in decenni di attività, ho capito che l’ambientalismo populista, pur con le migliori intenzioni, può danneggiare gravemente la protezione dell’ambiente.
Poi c’è il problema economico, su cui mi esprimo ancora una volta come semplice cittadino. La mia impressione è che se un’azienda che fa prospezioni dice di aver trovato il petrolio e vende le azioni, il loro valore sale perché gli investitori pensano di guadagnarci. Se poi il petrolio non c’è, il valore delle azioni crolla. Ma qualcuno ci ha guadagnato (l’azienda che ha venduto le azioni). Quando ci dicono che miliardi di euro si sono “bruciati” per il crollo delle azioni, non è che esiste una fornace in cui vengono gettati gli euro degli investitori. Bruciati significa che i soldi degli investitori sono stati presi da quelli che hanno venduto loro le azioni. Nessuno “brucia” gli investimenti, passano solo da una mano a un’altra mano. Alle aziende oneste il crollo delle azioni non conviene. Ma sono tutte oneste le aziende? Se poi chi fa queste operazioni si trova in difficoltà, può anche succedere che gli stati arrivino a salvarlo. Gli investitori (tipo quelli che hanno comprato le azioni Parmalat) non li salva mai nessuno.

 


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