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GLI HAIKU DI ELIO CORIANO PDF Stampa E-mail
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Venerdì 10 Febbraio 2012 13:22

In occasione della preparazione per la pubblicazione del volume Scritture randage (Luca Pensa editore, Lecce 2005), Elio Coriano mi telefonò per chiedermi l’indirizzo cileno del nostro comune amico e compagno Sergio Vuskovic Rojo. Gli voleva chiedergli la presentazione ai suoi ultimi testi e, secondo me, era giusto che lo facesse, perché da tanto tempo egli conosceva il filosofo neoplatonico latinoamericano al quale, data la sua nota esperienza politica e scientifica, il Comune di Martignano, città salentina nella quale il poeta è nato, lo aveva onorato conferendogli la cittadinanza onoraria.

 

Quella fu l’occasione che permise anche a me di stendere una breve postfazione al libro di Elio, nella quale scrivo che la sua “è una poesia forte, un scheggia d’acciaio conficcata nella carne, un bisturi che seziona muscoli, rifila contorni, scarnifica ossi, apre varchi nella coscienza, affonda in abissi inesplorati di un’anima tremula nel deserto. Un’anima, però, che mai si arrende, mai si abbassa alla miseria, mai si prostra, o implora pietà per se stesso o per altri./ La sua è poesia, che svetta come un’unica montagna nella pianura, come un’isola vulcanica nell’oceano, come un menhir che congiunge il cielo alla terra. In essa c’è il nitore della luce del sole d’Oriente./ Elio Coriano nei suoi versi, scritto in forma di haiku, segue un percorso, attraversato da una sorta di filo d’Arianna, dentro un labirinto di parole, senza mai smarrire la tenue luce che intravede in fondo al tunnel. Le parole sono gli attrezzi di cui si serve per aprire varchi, porte blindate, spaccare massi giganteschi.

A volte si mostra tenero amante di queste sue animelle argentate, altre diviene dio terribile e le violenta con una forza che spaventa./ Ma al fondo di tutto, nelle stesse parole e versi del poeta, c’è comunque la vita, non sempre quella idilliaca da giardino all’italiana con solo uccellini canterini, bacche variopinte, fiori e foglie sempreverdi, ma anche quella tormentata e aspra dei rovi, delle spine, delle pietre acuminate, del serpente a sonagli che, nascosto, a tradimento, come un volgare ladro di carne umana, ti tende la trappola per annientarti e ucciderti./ Nella sua poesia Coriano mostra di sapere tutto ciò, mostra di avere coscienza; per questo ascolta, vede e aspetta tempi migliori, sicuro che l’esito non potrà che essere uno soltanto: il sorriso bambino dei suoi forti versi” (pp. 155/56).

Forse non mi sbagliavo a sperare per lui tempi migliori, perché sapevo, so, che i suoi versi hanno l’impeto di una cascata di ruscello d’alta montagna, nella quale la combinazione della freschezza con la schiettezza – “pane al pane vino al vino” – li rendono di un’attrazione assoluta.

“Tocca a me sputare nel fuoco/ tocca a me stare al centro della fuga/ tocca a me ferire le distanze con tocco lieve di parola”, scrive in “H 37792”, a p. 67 di “Scritture randage”. E poco oltre, in “H 37794”, in modo sempre più marcato, annota che è tempo di «mettersi in gioco/ la lama è arrugginita/ la lama non è tagliente/ così fa più male/ la carne si apre l’ombra pure/ dappertutto è ferita dappertutto è parola” (p. 69).

Ecco un’altra attenzione tipica della poesia di Coriano, la «parola», la sua ancestralità, la sua difficoltà ad essere rintracciata, e per questo da lui cercata nella miniera della specie con lo scavo di una vita vissuta nella sofferenza appunto della faticosa ricerca. In “H 37801” scrive: “Io ho il luogo/ io ho le radici/ io ho il caos/ io ho mille silenzi e nessuna parola” (p. 75). E ancora, in “H 37806”: “Troppo solo per urlare/ randagio obbligato/ da nessuna parte è luogo/ da nessuna parte è parola” (p. 79). E poi, in H 37839: “Tante lingue per un solo silenzio/ tante lingue che si battono per qualche sparuta parola/ spesso vuota” (p. 104). E infine, ma non come ultimo, perché di testi dedicati alla sacralità della parola, Elio ne ha scritti a migliaia, nel fuoco d’artificio “H 37848”, scrive: “Rumore di fuoco/ sinfonie di cenere/ scintille di parola” (p. 111).

Elio Coriano ha alle spalle un non indifferente impegno poetico, iniziato con la prima raccolta (una cartella con dodici cartoline spedibili) dall’emblematico titolo A tre deserti dall’ombra dell’ultimo sorriso meccanico/ Tree desert from the shadow of the last mechanical smile (in italiano e in inglese, Lecce 1995), splendidamente curata, per la Conte editore, da Francesco Saverio Dòdaro, che così introduce i testi del poeta: “Dodici haiku. Dodici punti di rilevamento. H 4800. H 4432. H 4953. L’estensione morfologica dei fenomeni dell’inconscio. Dodici isobate. Dodici linee della glossa poetica. / Dodici isoglosse. Del dolore universale: il neumanniano “Weltschmerz”. […] Dodici isoglosse. Del genotesto. Dell’anima. Dell’hegeliana essenza – del ciò che è stato –: “Wesen ist was gewesen ist” […] Dodici isoglosse. Del frammento, prima di Platone, poi di Freud, Lacan, Kristeva. […] Dodici isoglosse. Le parole dei processi di lutto. / Sulla carta della nostra solitudine. Fiabescamente”. In quarta di coperta è ancora Dodòro che scrive: “L’anthropos, perdutosi tra le folle medievali, moderne, contemporanee, riappare nel Villaggio, nella Telematic age, con la sua identità, i suoi segni, a digitare il suo pensiero pensante, il suo desiderio, l’urgenza della comunione./ Questa collana vuole ascoltarlo”.

E di questa raccolta un testo, un haiku, un urlo, uno squarcio nella carne, che Coriano ha posto in fondo alla cartellina col titolo “H 4280”, in cui scrive: “Spaccare il muso alla luna/ e al suo chiaro/ pisciare nel mare/ oleoso di tramonto e promesse mancate/ pescare dal mazzo la carta fortunata/ che ti farà uscire dal labirinto di carne”.

Poi Francesco Saverio Dòdaro cura un’altra sua seconda raccolta poetica, ed anche in questo caso ci troviamo davanti una magica cartella con 50 cartoncini verdi non più, questa volta, spedibili, poiché ogni haiku compare in italiano con la traduzione in inglese (Nicolette S. James), tedesco (Gisela Heidemarie), francese (Christel Mouilleron) e spagnolo (Maria Estrella Lavigne), versi che occupano tutto lo spazio. Il titolo è: Le pianure del silenzio/ The plains of silence/ Die ebenen des schweigens/ Les plaines du silence/ Las llanuras del silencio, e rappresenta la cartella «E800. European Literature/ a cura di-edited by Francesco Saverio Dòdaro. 1. Poetry». Il curatore scrive che «La collana è inchiostrata in cinque lingue. La prima è sempre quella dell’Autore. Per le altre, la sequenza fa riferimento alla “Table 2. Geographic Areas, Historical Periods, Persons” della Dewey Decimal Classification. È auspicabile che altri Editori europei completino la nostra mappa linguistica». Inoltre, nel cartoncino di presentazione, Dòdaro scrive: “Una nuova collana. Una diversa sistemazione della letteratura europea: un’unica, sublime, profonda, nuda stazione. Un’unica storia, un’unica inquietudine. Un’unica anima, i cui segni avremmo voluto inchiostrare nelle tante lingue che l’alimentano, ma siamo costretti ad amputazioni dolorose. Nutriamo, però, una speranza. Verrà il solstizio d’inverno, si accenderanno i fuochi del rito. Noi lanceremo la freccia d’acero accesa alla nostra innamorata, la poesia. Nel cielo. A Est. E lì la raccoglierà un editore-poeta che avrà l’urgenza di farci ascoltare i segni mancanti. E quelli del suo cassetto. Sarà una dulcissima, antropica comunione. […] Primo ospite della collana Elio Coriano. Le sue “solitudini randage”, i suoi viaggi tra “stelle scoppiate”, “deserti d’ombre”, “pianure del silenzio” sconvolgono. Si inchiodano all’anima. All’alba del nuovo millennio”.

Ed anche di questa cartella poetica, prendo un testo che, come il precedente, per scaramanzia, scelgo dall’ultimo cartoncino. È H 11611: “Si consuma ogni volta l’addio negli incontri/ e nella lingua/ e basta già il fiato di due bocche/ a creare nuova tempesta/ a navigare su un silenzio di sabbia/ dove lecca il tempo”.

Nel 2004, per i Quaderni del Bardo, con mitico sacrificio curati dall’amico poeta Maurizio Leo di Copertino, a Elio Coriano spetta il quaderno n. 16, Dolorosa impotenza il mestiere delle parole (con dieci disegni di Maurizio Leo; tirato in 300 copie, pp. 28), introdotto da Antonio Errico, che scrive: “Le parole fanno rabbia, tenerezza, paura; le parole si avvicinano, si piegano, sfuggono. A volte sono dolcissime, a volte sono feroci. A volte sono macigni, a volte sono farina. Sono come le nuvole, sono come catene, sono come un volo di rondine, il turbinio di una falena. Le parole hanno occhi più vasti e più profondi di oceani, sono conti che non tornano, debiti col cielo. […] Con tutto questo che sono e non sono le parole, si confronta la poesia – ogni poesia – di Elio Coriano. Che usa le parole come fionda, come sfida, o le fa tintinnare come zecchini nella tasca, o le sparpaglia in aria come coriandoli rimasti nella malinconia di un carnevale”.

Il bello di questo quaderno bardiano shakespeariano sta nelle stampa dei testi che, come dall’originale, si presentano con le correzioni manoscritte del poeta. Stupendo l’haiku che dà il titolo alla raccolta: H 14188: “Dolorosa impotenza il mestiere delle parole/ costruzioni in mezzo al terremoto continuo/ segni di cenere in mezzo alla gola del vento/ pugni di mosca sul dorso dell’abisso” (p. 17).

Siamo arrivati ora all’ultima raccolta di haiku pubblicati da Elio Coriano. Attenzione che non si tratta dell’ultima sua produzione, ma di una scelta che egli fa in mezzo al mare magnum degli oltre 50 mila haiku composti e rimasti finora inediti. Il titolo è: H// Letture pubbliche (I libri di Icaro, Lecce 2007, pp. 128), prefati da Rossano Astremo, che scrive: “Letture pubbliche è un altro piccolo tassello che raccoglie testi scritti tra il 1996 e il 2001. In questo corpus lirico emergono le costanti della poesia di Coriano: eliminazione della punteggiatura, della rima, di ogni forma di possibile classicismo. i suoi versi sono liberi da tutto questo. In essi entra la natura con il suo fiato e respiro. Esiste un ritmo inconscio, il ritmo del battito cardiaco, il ritmo che regola la circolazione sanguigna. Questo è il ritmo dei suoi versi” (p. 8).

Il poeta dedica questo libro alle due persone a lui più care: «A mio padre/ e a mia madre». Non so il perché, ma anche in questo caso, dopo avere letto tutti i 107 haiku, mi viene spontaneo citare l’ultimo, H 37829: “Sogni scheggiati come bicchiere da gettare/ nella frantumazione quotidiana/ il coraggio della ricostruzione». Poco fa scrivevo di non sapere il perché della scelta, ma ora lo so. Ho scelto questo haiku di Coriano perché rappresenta la storia di Eros e di Thanatos, la storia della vita che nasce e poi muore, per poi nuovamente rinascere e rimorire, e…. Questo almeno finché alla specie è concesso. Poi sia quel che sarà. E questo è quanto scrive pure Sergio Vuskovic Rojo nell’introduzione – I sogni più belli non invecchiano mai – a Scritture randage, quando afferma che «Mai più si avrà che in questa era tecnologica, di Internet e dell’E-mail, i poemi vengano tradotti e elencati i versi, con la loro rispettiva data di creazione, stante l’eco che hanno le finestre dell’anima che aveva le profondità del subconscio dell’essere umano che vive in questi tempi di predominio della tecnica. […] La verità sulla Terra è una sola: i sogni molto belli non invecchiano; al contrario, rinverdiscono, con ogni primavera dei popoli. Perché la bellezza è un valore vero./ Al presente non si vede all’orizzonte un possibile rinnovamento fondamentale della poesia, eccetto il cambiamento formale che proviene dalle tecnologie del secolo XXI. Per questo, noi ci incontreremo sempre sul cammino con la resurrezione della nostalgia e con il desiderio del ritorno alle origini (che è la facoltà umana della memoria) e delle utopie nel più ampio senso del futuro (che è la facoltà umana dell’immaginazione), che sia possibile […] Il mestiere del poeta: talvolta si può scrivere una bella poesia solo con astuzia verbale e tecnica, arrivando a maneggiare l’emozione come colla ben fatta e ben collocata tra due carte. Non è il caso di Elio Coriano” (pp. 7-10).

Vuskovic cita poi alcuni bellissimi versi del poeta che patisce (come scelta autonoma) il silenzio per fare/dire la parola, mentre a me, a chiusura di questo vagabondare tra i deserti dell’anima del poeta, piace citare l’haiku H 37565 che dice: “Nessuna giustificazione per quello che abbiamo fatto/ nessuna giustificazione per quello che non faremo mai”.

 


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