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L'economia e la sfida al pensiero unico PDF Stampa E-mail
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Venerdì 10 Febbraio 2012 19:51

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di venerdì 10 febbraio 2012]

 

Dell’economista Guglielmo Forges Davanzati i lettori del Quotidiano apprezzano settimanalmente gli interventi su temi di attualità economica. In un’epoca contrassegnata dalla diffusione pervasiva di una e una sola modalità di lettura dei processi economici, quella detta “marginalista” o “neo-liberale”, i suoi approfondimenti critici aiutano a mettere in discussione quel che la cronaca economica e i commenti degli economisti “ortodossi” (ma anche la gran parte delle opinioni espresse dal ceto politico dominante) danno quotidianamente per scontato: ad esempio, che l’aumento della flessibilità generi un aumento dell’occupazione; oppure che la crisi che stiamo attraversando sia nell’essenziale una crisi di ordine finanziario e non, a tutti gli effetti, un crisi economica da sovrapproduzione; o, ancora, che la riduzione del debito pubblico sia una strada inevitabile in una congiuntura recessiva.

Tornano alla mente gli interventi di Federico Caffè contro l’«assuefazione all’ovvietà» delle vulgate economiche del libero mercato e del monetarismo negli anni Ottanta: l’economista si assume un ruolo apertamente critico, ma non si affida semplicemente alla polemica o a un contro-pensiero unico; offre alternative propriamente scientifiche.

Chi lo desideri – purché abbia un minimo di consuetudine con il lessico della teoria economica – può oggi approfondire alcuni presupposti teorici da cui scaturiscono le riflessioni di Forges Davanzati con la lettura di un volume certamente impegnativo (non si tratta di un’opera divulgativa), ma non inaccessibile per i profani di teoria economica. In Credito, produzione, occupazione: Marx e l’istituzionalismo (Carocci 2011, pp. 144), l’economista dell’Università del Salento riflette su alcuni concetti-cardine della macroeconomia post-keynesiana, provando ad arricchirne le basi concettuali attraverso una rilettura di due classici del pensiero economico e sociologico. La “sfida” teorica di questo volume, in particolare, è quella di individuare un’area di intersezione nell’opera di Karl Marx e Thorstein Veblen: due autori che non è scontato ritenere prossimi, poiché nella storia del pensiero economico viaggiano con passaporti (“-ismi”) differenti e con ben diversa notorietà.

Meno noto di Marx al “grande pubblico”, Veblen è il capostipite della vasta corrente di studi economici e sociali (ma anche giuridici) che va sotto il nome di istituzionalismo economico. In estrema sintesi, si tratta di un orientamento che: 1) pratica un approccio “sociologico” all’economia politica, rifiutando la pretesa “autonomia” della scienza economica; 2) mette in discussione l’“ottimismo” intrinseco alla teoria economica liberale, contestando che il mercato abbia una “naturale” tendenza alla produzione di prosperità e di benessere; 3) sottolinea perciò che gli assetti economici non sono mai il frutto della pura e semplice azione economica, ma sono determinati, o almeno condizionati, da fatti esterni al sistema dei rapporti economici.

Un approccio istituzionalista aveva permeato la regolazione dei processi economici nei cosiddetti “Gloriosi Trent’anni” (quelli compresi fra il decennio ’50 e il decennio ’70 del secolo scorso); poi è stato progressivamente emarginato dalla politica economica dei governi neo-liberali (a cominciare da quello britannico di Margaret Thatcher e da quello statunitense di Ronald Reagan). In Italia, in particolare, l’istituzionalismo ha dato solidi fondamenti teorici alla legislazione sociale più avanzata e alle regole fondamentali del diritto sindacale e del lavoro (si ricorderà che Gino Giugni studiò nell’Università del Wisconsin, culla dell’istituzionalismo americano, importandone in Italia alcune importanti acquisizioni, rimaste per tre decenni alla base del sistema delle relazioni sindacali).

Forges Davanzati propone di individuare importanti tratti comuni fra Marx e Veblen – entrambi, peraltro, annoverati fra i classici sia del pensiero economico che di quello sociologico – “filtrando” l’eredità teorica dell’uno e dell’altro attraverso le maglie della Teoria Monetaria della Produzione, un approccio macroeconomico keynesiano promosso in Italia da Augusto Graziani e da una più giovane generazione di economisti (fra cui Riccardo Bellofiore, Riccardo Realfonzo, Emiliano Brancaccio e lo stesso Forges Davanzati).

È evidente che la ricostruzione di Forges Davanzati non si articola sul piano della storiografia del pensiero economico: la possibilità di accostare Marx e Veblen non viene proposta, qui, alla luce di una genealogia dell’opera dei due economisti-sociologi. Del resto, chiarire il rapporto fra Veblen e il marxismo è già stata un’occupazione ricorrente per diversi pensatori marxisti (fra cui Gramsci, Adorno, Sweezy), ma non ha mai condotto a risultati “definitivi”: se non alla constatazione che Veblen, pur fieramente critico della regolazione capitalistica (e come tale spesso citato e “utilizzato” da autori di ispirazione marxista), del marxismo non condivideva alcuni presupposti essenziali, fra cui la fiducia nella classe operaia.

La prospettiva di Forges Davanzati, piuttosto, è strettamente teorica. All’autore non interessa, per così dire, “portare Veblen verso Marx” (per non dire del reciproco, ché sarebbe storicamente insensato). Gli interessa, invece, recuperare alcune acquisizioni dei due grandi economisti – mostrandone la reciproca compatibilità – al patrimonio concettuale della Teoria Monetaria della Produzione, per allontanarla dal rischio di risolversi in «un puro schema contabile». Il lavoro di Forges Davanzati, dunque, mette a frutto l’eredità di due classici, ma portandola immediatamente a interagire, sul piano della teoria economica, con l’attuale lavorìo teorico di un’economia non allineata alla dogmatica marginalista e monetarista.

Quanto a Marx, Forges presta attenzione alla teoria del ciclo del capitale monetario, e in particolare agli assunti relativi al carattere endogeno dell'offerta di moneta-credito, alla compressione dei salari, al peso crescente dei consumi improduttivi e al suo rapporto con la stagnazione economica. Degli scritti di Veblen gli interessa non tanto l'attenzione al significato delle istituzioni e al consumo ostentativo, emulativo, competitivo – che sono i temi per i quali Veblen è di gran lunga più noto e citato in ambito economico e sociologico – ma la teoria monetaria, che si dimostra largamente compatibile con la Teoria Monetaria della Produzione laddove fornisce a questa l'indicazione di moventi dell’azione economica non riducibili allo schema di razionalità neoclassico.

La lettura di Marx e di Veblen proposta da Forges Davanzati rafforza le basi di una critica degli assunti-guida della (de-)regolazione contemporanea del capitalismo, mostrando chiaramente che una modalità di accumulazione basata sulla finanziarizzazione, sulla tesaurizzazione e sull’espansione di settori “improduttivi” (settori, cioè, non in grado di assicurare la riproduzione della dinamica economica, come quello dei beni di lusso), nonché sulla compressione dei salari come pre-condizione per l’aumento dei profitti è intrinsecamente instabile e foriera di disuguaglianze socialmente (ed economicamente) insostenibili.

Il libro di Forges Davanzati è un tassello rilevante del lavoro che non pochi economisti – per lo più lasciati a margine dalla visibilità mass-mediatica – svolgono per la messa a punto di approcci teorici alternativi alla teoria economica neo-liberale, in un momento nel quale essa manifesta più drammaticamente la sua insostenibilità. D’altro canto, anche l’attenzione della sociologia economica – dopo una stagione di sostanziale adesione alle vulgate del mercato deregolamentato, dell’accumulazione finanziaria, della flessibilità e della competizione fra “territori” – si va da qualche anno appuntando sull’analisi delle loro devastanti conseguenze, e sulla ricerca di alternative regolative credibili su scala mondiale.

Resta da sperare che la pressione degli interessi economici e finanziari non esiga dai popoli dell’Occidente un nuovo tributo di dolore, prima che la politica possa abbandonare la dogmatica neo-liberale adottata sin dagli anni Ottanta.

La cronaca politica più recente non lascia molto spazio all’ottimismo.

 

 


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