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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
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Programma gennaio 2019
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Postille minime per la Chiesa e la Confraternita dei Battenti di Galatina PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Giovanni Vincenti   
Domenica 12 Febbraio 2012 16:09

Il più antico documento attestante la presenza, nella Terra di S. Pietro in Galatina, della Ecclesia Sante Marie de Misericordia seu Battenti rimonta al 1464, anno della compilazione di un Inventario de la regia Corte, dal quale si rileva che fu «ipsa chiesa, edificata per la moghere chi fo de lo iodiche Ianne Drimi», esponente costui di una tra le più potenti famiglie dell’entourage orsiniano, tale donna Caterina de Peregrino che, passata a miglior vita il 1443, era figlia di notarii Guillelmi e sorella dei più noti «Salomi et Nicolai de Peregrino eius fratris»: notarius Nicola che possedeva terre nel territorio di Sternatia e donnus Solomus che, il 1451, presenziava, in qualità di testes, alla stesura del testamento dell’arcivescovo idruntino Nicola Pagano (1424-1451). È a costei dunque, che si deve la committenza della fabbrica della chiesa, come altresì confermato da un successivo documento del 1608, «altare sub invocatione Purificationes B. Maria, quod fuit erectum per Catherinam Indrimi, quae fundavit ecclesiam», ed è pertanto alla prima metà del XV secolo, e comunque ante 1443, che può farsi risalire la sua edificazione a fundamentis.

Da questa chiesa, di cui detenevano lo jus patronatus, uscivano a piedi scalzi flagellandosi i sodali della Confraternita dei Battenti, procedendo processionalmente per le vie della Galatina quattrocentesca. Ed è a costoro ed ai loro riti penitenziali che di certo guardarono gli anonimi frescanti del ciclo pittorico cateriniano, realizzato nel periodo compreso tra il 1416 ed il 1443, quando rappresentarono, sulla volta della seconda campata della navata centrale della basilica, la scena del Sacramento della Penitenza nell’Allegoria della Chiesa e Sacramenti. In questo affresco è ben individuabile un gruppo di confratelli i quali indossano tuniche bianche in tela grezza lunghe sino ai piedi, cinte in vita da una corda, con i manicali larghi, con una ampia apertura sulle spalle tale da lasciare libera la pelle da flagellare durante il rito penitenziale, il capo coperto da un cappuccio con solo due fori per gli occhi e con in una mano la disciplina e nell’altra una corona, che si pone in evidente rapporto con il rosario, e che scalzi processionalmente si flagellano nel rito di espiazione delle proprie colpe, rarissima testimonianza iconografica delle Confraternite dei Battenti nella regione pugliese. Sono questi, gli stessi simboli che ritroviamo scolpiti nel piccolo scudo, incastonato sulla sommità della facciata della chiesa nel quale scorgiamo, a sinistra, un rosario ossia una cordicella con dieci grani piccoli ed uno più grande e, a destra, una mano, che spunta da un ampio manicale che regge una disciplina con tre tralci di catene da quattro anelli ciascuno.

Narrano le cronache dell’epoca che il Giubileo del 1575 fu pervaso dal fervore che animava la moltitudine di penitenti giunti da ogni dove e nel novero di questi si distinsero i membri della Compagnia di S. Maria della Misericordia di S. Pietro in Galatina che, dopo aver compiuto il viaggio fino a Roma a piedi scalzi, sfilavano per le vie della città battendosi con catene di ferro severissimamente a carne nuda, qualcuno legati i piedi e il collo con grosse catene o cinto di catene con punte a guisa di spine. Ma per meglio descrivere quell’evento lasciamo al cronista [R. Riera, Historia utilissima et dilettevolissima delle cose memorabili passate nell’Alma Città di Roma l’Anno del Gran Giubileo MDLXXV, Macerata 1580, p. 94-99] il racconto: «Delle particolarità, che accaddero il mese di Maggio [1575] […] Et nondimeno tutte queste cose così notabili, & eccellenti non sono per togliere lo splendore della rara edificatione accompagnata con una gran maraviglia, che diedero le Compagnie dei penitenti, tanto per il gran numero di quelli, come ancho per il severissimo rigore, che usavano nelle loro carni per more di Giesu Christo, & dicevano farlo per pater parte della penitenza de’ loro peccati, & per tanti mali, che si commettevano ogni giorno in tutto il mondo. Et questi durarono tutto quel Mese molto frequenti. Subito che entrarono le porte della Città, incominciavano a battersi, & in tal modo disciplinarsi, & con tale ardore, che alcuna volta in mezo la strada veniva manco lo spirito, mercè dei gravi dolori, & confortati poi, per certi mezi convenuti da alcuni loro Confratelli, di nuovo rinfrescati, & ristorati rientravano allegramente in questo santo, & aspro essercitio, & tutti del proprio sangue tinti prostrati in ciascuna Chiesa avanti gli altari, & altri luoghi Sacri chiedevano misericordia. S’io volesse narrarvi il numero di queste Compagnie di penitenti, che nelle più segnalate Città d’Italia si ritrovano, che si battono, & si flagellano & che con questo apparecchio venivano di lungo viaggio al Santo Giubileo, non farei mai fine. Et quantunque le discipline, con le quali si percuotevano, fussero ordinariamente fatte di corde ben accomodate con duri nodi, nondimeno non contenti di queste, perché lor parevano troppo delicate, & poco atte al flagello, per darsi percosse  più pungenti, ponevano nella cima di quelle le punte di sproni, & acute stellette, punte d’achi, & spille d’argento, quali pungevano, & penetravano oltre la pelle infin’all’ossa, levando tal’hor dalle spalle alcuni piccioli pezzetti di carne tutti sanguinolenti, del quale il patimento, & le strade erano tutte tinte, & bagnate. Ma tutto questo non pareva bastante ad alcuni, i quali giudicano appartenersi loro di battersi più crudelmente. Et però comparve una sera fra l’altre alla Cappella della Trinità gran moltitudine d’huomini, i quali con grosse catene di ferro incominciarono così crudelmente a battersi à carne nuda, che il Priore dell’Hospidale sentendo quel gran impeto, & rumore, corse subito pregandoli con le mani giunte, che non volessero così tormentarsi, & mettere la loro vita in tal pericolo. Il che non volsero punto udire, ma continuando le spaventevoli percosse infino al fine delle loro preghiere senza prendere punto di refrigerio; & a quei, che loro essortavano il battersi più moderatamente, rispondevano, che avevano da continuare in questo modo, castigando il loro corpo, cosa invero spaventevole, tre volte il giorno, per amore di Christo nostro Signore in fin che fussero ritornati alla loro patria, che era (se ben mi ricordo) S. Pietro in Galatina nella provincia della Puglia nel Regno di Napoli. Fu dimandato un certo Milanese, il quale teneva in mano una grossa catena fatta di molte grandi anella di ferro, quel che ne volesse fare, rispose, che la portava per castigarsi, & risentire nel corpo suo alcun dolore per amore di Nostro Signore Giesu Christo tanto crudelmente, mercè de’ suoi peccati, afflitto, & flagellato. La medesima risposta fece un altro giovane sbarbato, il quale essendo separato dagli altri del suo ordine per mancamento, & debolezza che gl’era sopragiunta, mercè dei crudi colpi, ristorato alquanto subito corse con un grande animo, & arrivò gli altri compagni per continuare il suo crudo, & pungente essercitio di disciplinarsi, dicendo, che i suoi gravi peccati meritavano ben questo & peggio, & che il mondo haveva grandissimo bisogno, che Iddio fusse placato per alcuni mezi di austerità. Con queste catene, & grandi anelli di ferro si ritrovò alla porta della Chiesa della Compagnia di Gesù un gran numero di genti, che si disciplinavano, pietosamente dicendo à quei che gli persuadevano à non fare sopra le loro persone tanta severità, che lo facevano per amore del Crocifisso, & per penitenza de’ loro peccati. Il che parimente fecero trecent’altri avanti la porta S. Pietro, & altri luoghi pii: di modo che non si sentivano seno percosse, sospiri, lagrime, gridi, & voci, che chiedevano perdono à Christo nostro Salvatore. Tra quali furono riconosciute al loro procedere alcune donne accompagnate co’ loro mariti, c’havevano di tutto il corpo loro solo alquanto delle spalle scoperte, & si davano colpi, & percosse tanto crude, che trapassavano di gran lunga la delicatezza, & tenerezza del lor sesso, il quale invero non fu meno coraggioso, & animoso in tutti i modi di penitenza, & austerità, che sia il virile, se aviene però, che sia prudentemente istruito, & con la gravità Christiana animato alla perfetta mortificatione, dispregio, & vittoria di se medesimo».

Ma la presenza della Confraternita dei Battenti di Galatina è documentata anche nel Giubileo del 1625 quando è registrata tra le altre Compagnie non aggregate alloggiate dall’Arciconfraternita della Santissima Trinità di Roma: «A dì primo di Maggio [1625] venne la Compagnia di S. Pietro in Galatina di Terra d’Otranto, detta S. Maria di Misericordia con sacchi bianchi di numero ottanta. Questi si battevano per le Chiese con catene di ferro, dando à tutta Roma molta edificazione. Lasciarono uno stendardo rosso d’ermelino stellato d’oro» [ M. Honorati, Tesori dell’Anno Santo. Cerimonie in aprire la Porta Santa, e significato di esse. […] Hospitalità fatte a’ pellegrini l’Anno Santo 1625 da Urbano Quarto, e dalle Archiconfraternite di Roma; col numero delle Compagnie, che vennero, e con le oblazioni che fecero, Roma 1649, p. 205]. Solo il 3 marzo 1632, nel pontificato di Urbano VIII, «confratribus confraternitatis Sanctae Mariae Misericordiae auctoritate ordinaria institutae et erectae in ecclesia predicta loci S. Pietro in Galatina Diocesis Hidruntinae» ottennero l'aggregazione «sotto quel sempre lodato titolo della SS. Trinità dei Pellegrini di Roma». Era però tenuto il sodalizio, oltre l'obbligo di indossare l'abito rosso entro tre mesi da quella data, a compiere una opera di misericordia a favore dei degenti negli ospedali, dei convalescenti, dei pellegrini e dotare una giovane da marito: tenuatur ipsa confraternita infra tre menses deferire habitum rubrum et excercere unum ex nostris operibus hospitalitatum convalescentium, peregrinum seu maritagium puellarum et addere proprio titulo Sacrae Trinitatis, alias agregatio nulla sit, a recarsi a Roma in processione in occasione di ogni anno santo, a visitare le basiliche di Roma, a guadagnare il S.to Giubileo, prendendosi per insegna dell'abito una veste talare rossa a guisa di sacco colli manicani ampi che si cinge con una fettuccia dell'istesso colore qual veste parimente ha il suo cappuccio, che tirato copre tutto il volto, secondo vanno vestiti li fratelli della SS. Trinità dei Pellegrini di Roma e con portata finalmente nelle mani una disciplina di ferro in segno di penitenza; qual abiti col fervore di spirito anco presentemente da confrati si vestono in ogni pubblica funzione, stando provvista detta Archiconfratenita da ventiquattro abiti rossi ed in occasione di processioni deve precedere al principio una bandiera rossa di damasco.

In memoria di quell’evento i confratelli commisero e donarono la pala d’altare raffigurante la SS. Trinità (1633) che nello schema esecutivo rievoca quella che Guido Reni il 1625, committente il cardinale Ludovico Ludovisi, realizzò per la chiesa romana della SS. Trinità dei Pellegrini.


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