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Programma gennaio 2019
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Stagione teatrale a Cavallino
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Grandi opere, a volte utili... spesso disastri PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 22 Febbraio 2012 09:01

["Nuovo Quotidiano di Puglia" del 22 febbraio 2012]

 

Quando sono emigrato dalla mia Genova, nel 1987, per venire a cercare fortuna in Salento, la città era in declino. Mal tenuta, sporca, sempre bellissima ma così sciatta, trascurata. Arrivai a Lecce e c’era il restauro delle chiese barocche, le auto circolavano nel centro storico ma un sindaco saggio, con il suo assessore al traffico, le tolse. Si iniziò a raschiar via l’asfalto e a rimettere i basolati. Una grande opera di risanamento. Continuata anche dalle amministrazioni successive.

Nel frattempo, a Genova, nel 1992 ci furono le Colombiane, a festeggiare l’anniversario della scoperta dell’America da parte di un genovese che ha cambiato la storia. Grande occasione, grande investimento. Il porto antico, da sempre precluso alla città, fu liberato dalle inferriate e fu costruito l’Acquario, oggi la struttura più visitata d’Italia. Poi Genova fu capitale europea della cultura, e poi ancora diventò patrimonio Unesco dell’Umanità.

Tutto bene, allora? Proprio no. Quelle occasioni di rilancio, che hanno davvero vivificato la città, non sono state usate anche per risanare gli scempi della speculazione edilizia che ha portato a costruire nell’alveo dei torrenti, che ha riempito le colline di cemento, impermeabilizzando il terreno. Così, quando piove, si formano muri d’acqua che travolgono tutto. Il partito dei soldi, del cemento, è trasversale nel nostro paese. Non ci sono parti politiche che ne sono immuni.  Ogni tanto mostra un volto virtuoso, ma il più delle volte morde e fugge via.

Hanno bloccato le Olimpiadi a Roma. Mi pare che, oltre a quello costruito negli anni sessanta, si volesse costruire un nuovo villaggio olimpico. Inutile restaurare e rimodernare quello che c’è già... ne facciamo un altro bello nuovo! Vuoi mettere? Facciamo un bel G8 alla Maddalena e poi, ma sì, facciamone anche un altro a L’Aquila. Per lo stesso G8. Mondiali di Nuoto, con piscine abbandonate dopo pochi mesi. La lista di grandi opere di questo tipo è lunghissima. Chissà perché le casse dello stato sono vuote?

Se si fa una cosa, poi si deve sapere molto bene come utilizzarla dopo l’evento, come è avvenuto per l’Acquario a Genova. Altrimenti ci sono le solite cattedrali nel deserto. L’altro giorno ho visto un filobus girare per Lecce. Era vuoto. Gira nel centro della città, ma al polo universitario di  Ecotekne non arriva. Geniale.

Ogni grande opera diventa una grande abbuffata. Si vincono le gare al ribasso, poi i costi lievitano e intanto si subappalta. Un’opera che vale cento viene appaltata a 50 (così si vince la gara) poi il costo sale a 300 e si subappalta a 20. Così abbiamo qualcosa che dovrebbe valere 100 che viene a costare 300 ma quello che rimane vale 20. E’ ovvio che chi lavora debba guadagnare e quindi chi fa le grandi opere giustamente deve diventare ricco. Ma almeno che le faccia! E che servano a qualcosa. Invece qualcuno diventa ricco, si fanno opere inutili, spesso non finite, e si devasta il territorio.

L’unica, vera, grande opera necessaria nel nostro paese è la messa in sicurezza del territorio e l’adeguamento della tecnologia alla salvaguardia della salute umana e dell’ambiente naturale e culturale. E’ un’enorme opportunità di lavoro, apre all’innovazione e, se sviluppata in modo adeguato, potrebbe di nuovo portarci ad essere competitivi nel mondo.

Insegniamo a tutti come si salva il paese più bello del mondo dalla bruttezza in cui tante grandi opere lo hanno cacciato. Dobbiamo restaurare l’Italia, pezzetto per pezzetto. Riscoprendo anche le pratiche degli antichi. Conoscete Crêuza de mä,  la canzone di De André? Le crêuze sono strade scoscese che hanno una parte centrale rossa, di mattoni, e due parti laterali bianche, fatte di pietre rotonde, di fiume, piantate nel terreno. Quando piove queste strade rompono l’acqua e la assorbono attraverso gli interstizi tra le pietre e i mattoni, sono drenanti. Ci vuole del lavoro per farle. Quando si rompono, ora le aggiustano col cemento o con l’asfalto. Così quando piove diventano fiumi in piena. I muri a secco, in Liguria, servono per contenere il terreno, per fare i terrazzamenti. Sono muri che sudano e respirano. Hanno smesso di ripararli a regola d’arte, alle Cinque Terre, e sappiamo come è andata.

Il partito del cemento continua la sua battaglia contro la natura e la logica, alla sola ricerca del guadagno. Ma le risorse cominciano a mancare. Il mostro cementifero si è ingoiato tutto, invocando lo sviluppo, e non si riesce a placare. Se vogliamo salvare il nostro paese lo dobbiamo fermare, innescando un altro sviluppo che metta l’uomo e l’ambiente al centro dei nostri sforzi. Per uscire da questa melma ci vuole un obiettivo, e non mi pare che ce ne siano altri, in vista: ridiamo bellezza e sicurezza al nostro paese. Lavorando sodo e inventando modi nuovi di produrre e di consumare. Di vivere.

Intanto, a Porto Miggiano, un altro tratto di costa salentina sta subendo la violazione del cemento. Il partito del cemento non conosce sazietà, non si placa mai.


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