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L’impegno francese per la ricerca (ma a casa nostra) PDF Stampa E-mail
Matematica
Scritto da Paolo Maria Mariano   
Domenica 11 Marzo 2012 13:23

[Articolo apparso sul supplemento culturale domenicale de “Il Riformista” dell’11-03-2012, p. 8]

 

La data è il 5 marzo 2012. Il luogo è Pisa. La circostanza è l’inaugurazione di un laboratorio di ricerca matematica del CNRS francese (l’analogo del Consiglio Nazionale delle Ricerche italiano) presso il ‘Centro di Ricerca Matematica Ennio De Giorgi’.

Il CNRS dispone di trenta laboratori (o unità che dir si voglia) fuori dal territorio francese, di cui nove sono dedicati alla matematica, uno solo in Italia. È stato chiamato ‘Laboratorio Fibonacci’, dal soprannome di Leonardo Pisano (1170 – 1250) che portò in Europa l’algebra arabo-indiana, appresa durante viaggi mercantili in Algeria, in Egitto ed in Siria, e poi rielaborata ed arricchita da contributi propri.

Facendo propria l’attitudine di Fibonacci al viaggio, il laboratorio che ne porta il nome, diretto da Stefano Marmi (professore della Scuola Normale) per parte italiana e da David Sauzin (ricercatore CNRS) per parte francese, non avrà componenti stanziali. Ospiterà ricercatori francesi (finanziati dalle loro istituzioni nazionali), ciascuno per periodi di tempo limitati, senza privilegiare alcun aspetto particolare della ricerca in matematica, con l’idea di assicurare la circolazione delle idee e la diffusione delle esperienze.

Il laboratorio Fibonacci s’inserisce nell’insieme delle attività del Centro De Giorgi, che è stato fondato nel 2001 dalla compartecipazione delle istituzioni universitarie pisane: la Scuola Normale, l’Università di Pisa, la Scuola Sant’Anna. Fin dall’inizio lo scopo è stato quello di avere in quell’area un centro di scambio di informazioni ed opinioni tra ricercatori di vari paesi, che fosse anche un veicolo per promuovere la formazione di nuclei di ricerca, soprattutto interdisciplinari.

Pur consapevole di correre il pericolo d’indurre noia, aspetto non troppo gradevole se anche solo lo sfiorassi, penso che qualche dato possa aiutare il formarsi di un’idea, sia pur sommaria, dell’attività in poco più di un decennio: 20 periodi di attività di ricerca intensiva di due/tre mesi ciascuno, con la presenza ogni volta di 80-90 ricercatori da vari paesi, 8 scuole intensive per giovani ricercatori con esperienza post-dottorato e 80 congressi su argomenti di matematica pura ed applicata che hanno compreso anche aspetti di immediata fruibilità sociale, quali il comportamento dinamico delle specie biologiche e dei mercati, gli sviluppi della teoria dell’informazione verso aspetti quantistici, la logica, la filosofia della matematica. Soprattutto, però, il Centro De Giorgi ha dato possibilità di studio a giovani che aspiravano e lo fanno ancora, ciascuno a suo modo, di diventare studiosi con qualche ragionevole valore. Dal 2004, infatti, sono state assegnate quattordici borse di studio biennali, otto annuali ed altre venti per periodi variabili da uno a sei mesi. Tutto questo è stato ottenuto “compatibilmente con le disponibilità finanziare, purtroppo non sempre generose (se si fa eccezione per la Scuola Normale che si è distinta per impegno economico), e le normative spesso da noi più sensibili ai regolamenti che alle regole”, per citare alcune parole estratte dal breve discorso pronunciato da Mariano Giaquinta, ideatore e direttore del Centro De Giorgi, e professore della Scuola Normale, nella cerimonia di apertura del laboratorio, organizzata con sincero entusiasmo da Fabio Beltram, direttore della Scuola stessa. Si tratta di una disponibilità economica pari a circa un quarto della dotazione degli altri centri di ricerca matematica europei (i bilanci del Centro sono resi pubblici ogni anno assieme al resoconto dell’attività svolta nel periodo). Tutto questo, mi ha ripetuto Giaquinta in varie conversazioni negli ultimi anni, nonostante la completa indifferenza del nostro Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica, e dei ministri che lo hanno retto, fin dalla fondazione del Centro De Giorgi. Un comportamento opposto a quello delle istituzioni francesi, almeno per come è risultato dalle parole dell’ambasciatore di Francia, Monsieur Alain Le Roy, un signore che è parso misurato nel modo di porsi nella cerimonia, un ingegnere che ha passato dieci anni nell’industria per poi approdare a missioni di pace dell’ONU nella ex Jugoslavia, nel periodo critico dei deliri della guerra, ed infine ha intrapreso la carriera diplomatica con la capacità di essere in grado di fare anche domande tecniche non irragionevoli a Jean-Cristophe Yoccoz, una medaglia Fields, a margine della conferenza divulgativa che quest’ultimo ha tenuto nella cerimonia discreta del 5 marzo, e poi continuare a cena con lo stesso tono, lontano dalla circostanza pubblica.

L’impegno francese ha varie ragioni. Non ultima, almeno stando alle parole di Guy Metivier che dirige il settore della matematica del CNRS, la consapevolezza dello sforzo continuo del Centro De Giorgi di creare un ambiente stimolante e competitivo in modo sano per i giovani ricercatori nei vari rivoli interconnessi in cui la matematica si dirama. Fino ad ora questo ambiente è stato assicurato dal direttore del Centro – Mariano Giaquinta per carattere e carriera avuta non ha bisogno di inseguire allori personali favorendo immeritevoli sodali. Il futuro dipenderà dalla natura delle persone che verranno coinvolte di volta in volta. Ciascuno può avere barlumi di timore più o meno acuti.

Il creare un ambiente intellettualmente fervido, dove i giovani possano avere una formazione sostanziale è il punto cruciale del senso che dovrebbe avere l’accademia. Non vedo altro che possa essere considerato prioritario rispetto ad esso. Invece, spesso chi dovrebbe dare concretezza a questo senso sembra si occupi d’altro. Lo stesso legislatore ha difficoltà a dare indicazioni generali risolutive perché è complesso enunciare giudizi specifici su aree anche molto distanti tra loro, nell’ipotesi che ci sia sempre un chiaro interesse ad avere una sistema educativo concretamente funzionante – il dubbio talvolta assale l’osservatore. E qui non si tratta tanto della quantità di fondi, distribuiti in un modo o nell’altro. La questione essenziale è la scelta della classe docente, i criteri che si seguono e, soprattutto, l’adeguatezza di chi sceglie – una questione del tutto non ovvia, quest’ultima.

Con l’istituzione dell’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca sembra si voglia cercare di stimolare la crescita culturale. Il risultato dell’attività delle commissioni di settore, però, lascia principalmente ad indicatori statistici la classificazione della qualità dell’attività di ricerca. I fattori numerici che si ottengono hanno valore indicativo, e sono di certo utili, ma è altresì indubbio che possono essere alterati in maniera anche drastica dall’azione combinata di gruppi di persone che vogliano essere dominanti in un dato settore, indipendentemente dalla loro qualità culturale. D’altra parte la necessità di ricorrere ad indici statistici è stata indotta dall’uso per lo meno avventuroso che troppo spesso si è fatto della possibilità di scelta. Quest’ultima non dovrebbe essere abbandonata, come non lo sarà, proprio per la possibilità di ridurre artificialmente il significato degli indicatori statistici, ma dovrebbe essere accompagnata – un aspetto essenziale – dall’introduzione di almeno un serio criterio di responsabilità del giudicante che non si limitasse, come oggi accade, al mero controllo dell’apposizione corretta di timbri e firme. “Più talento ha l’uomo e più è incline a credere nel talento altrui”, sosteneva Blaise Pascal. Ed è nel momento della scelta che si manifesta il livello (stavo per dire la nobiltà d’animo) di chi è chiamato al compito.


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