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Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 29 PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Lunedì 12 Marzo 2012 13:58

Il Governo Monti, le banche e la libertà d'impresa

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” del 12 marzo 2012]

 

A seguito della crisi del 2007-2008, si è generato un diffuso consenso sul fatto che – attribuendo la crisi esclusivamente all’eccessiva deregolamentazione dei mercati finanziari e del sistema bancario – sarebbe stata necessaria una maggiore regolamentazione degli stessi. Gli accordi internazionali del biennio 2009-2010 sono andati esattamente in questa direzione e, per quanto attiene al caso italiano e nei tempi più recenti, il Governo Monti intende muoversi lungo questa linea. Il più recente provvedimento in materia - inserito nel decreto sulle liberalizzazioni - azzera le commissioni sugli affidamenti bancari. Come è noto, il provvedimento ha dato luogo alle dimissioni dell’intero comitato di Presidenza dell’Associazione Bancaria Italiana, che le ha motivate facendo rilevare che questa disposizione limiterebbe la libertà d’impresa, ridurrebbe gli utili e avrebbe ricadute negative sull’occupazione nel settore bancario.

E’ opportuno preliminarmente sgombrare il campo da un equivoco: è ben difficile ritenere questo provvedimento un provvedimento di liberalizzazione, dal momento che – di fatto – si muove semmai nella direzione (contraria) della regolamentazione dei prezzi e delle tariffe, introducendo nuovi vincoli per gli Istituti di credito. Per molti aspetti, si tratta di un’inattesa svolta ‘dirigistica’ nella gestione della politica economica di questo Esecutivo, e non sono ben chiari gli effetti che ci si attende da queste misure. In ogni caso, si possono prefigurare due scenari.

1)  Il costo del credito potrebbe aumentare o potrebbero ridursi gli impieghi. Ciò a ragione del fatto che le banche possono reagire alla riduzione degli introiti derivanti dal taglio delle commissioni aumentando le tariffe per altri servizi. Oppure, nel caso in cui ciò non si renda conveniente, potrebbero reagire aumentando i tassi di interesse sui finanziamenti a imprese e famiglie.

2) Il costo del credito potrebbe ridursi, ma senza effetti significativi sulla crescita. Infatti, mentre, in linea generale, ci si può attendere che la riduzione del costo del credito incentivi gli investimenti, occorre precisare che questo effetto può generarsi solo a condizione che le aspettative imprenditoriali siano ottimistiche e che, dunque, gli imprenditori siano intenzionati a investire. Ciò, a sua volta, può accadere solo se le imprese si aspettano un aumento della domanda per i beni e servizi che producono. Come scriveva Keynes, “si può portare un cavallo alla fonte, ma non lo si può obbligare a bere”, rilevando il fatto che, in assenza di volontà di investire, la riduzione del costo del credito può rivelarsi sostanzialmente inutile.

Anche su questo fronte, la linea di politica economica perseguita da questo Governo non agisce sulle cause strutturali della crisi e, per questa ragione, anche questo provvedimento rischia di essere del tutto inefficace per gli obiettivi che si propone. E’ ben noto, e su questo vi è accordo pressoché unanime, cheil problema dell’economia italiana consiste nel suo basso tasso di crescita, stimato allo 0% nel 2011 e con valore presumibilmente negativo nel 2012. La recessione è imputabile alla caduta della domanda aggregata, e dunque dei consumi e degli investimenti, a sua volta in larga misura indotta dalle politiche di austerità messe in atto nell’ultimo triennio, con continua riduzione della spesa pubblica, aumenti dell’imposizione fiscale, crescente precarizzazione del lavoro. L’OCSE registra che i salari reali in Italia – con un valore medio di circa 20.000 dollari annui - sono nettamente più bassi della media dei Paesi industrializzati. Su trenta Paesi presi in considerazione, l’Italia si colloca al 23esimo posto, nettamente al di sotto della media OCSE (circa 25.000 dollari), della UE a 15 (quasi 27.000 dollari) e della UE a 19 (circa 24.000 dollari).

In questo scenario, è del tutto evidente che le imprese non hanno alcun incentivo a investire, dal momento che – in un contesto di contrazione dei salari e di conseguente calo dei consumi - non troverebbero adeguati mercati di sbocco. Il che riguarderebbe soprattutto le (molte) imprese italiane che operano esclusivamente sul mercato interno. Dunque, anche nella condizione più favorevole (le misure adottate riducono il costo del credito), non vi è da attendersi una ripresa della crescita economica trainata dall’aumento degli investimenti. Ovviamente ciò non potrebbe accadere, a maggior ragione, nel caso in cui le misure adottate producano restrizione del credito. Si è, dunque, di fronte a una misura la cui ratio è davvero difficile da individuare. Ciò anche in considerazione del fatto che una recente analisi condotta da Standard and Poors, resa pubblica a seguito a seguito della diffusione delle conclusioni degli “stress test” realizzati dall’Autorità europea delle banche per provare la solidità patrimoniale degli istituti di credito, ha evidenziato che le prospettive dei dividendi 2012 dei cinque maggiori istituti di credito italiani presenti nel listino di Milano e sottoposte agli “stress test”, sono al ribasso. La domanda che occorre porsi è: a chi giova l’adozione di misure che penalizzano il sistema bancario, in una fase recessiva (dove occorrerebbe semmai stimolare l’erogazione di credito) e in una fase nella quale gli utili delle banche sono in riduzione? Alcuni autorevoli commentatori hanno fatto osservare che si tratterebbe esclusivamente di un attacco “populistico” al sistema bancario, sollecitato da alcune componenti della maggioranza che sorregge questo Governo. Occorre considerare che il Governo ha annunciato che non si opporrà a eventuali modifiche della norma, adducendo come motivazione il rispetto della sovranità del Parlamento. E’ dunque probabile che la norma verrà modificata, con un duplice vantaggio tutto politico per il Presidente Monti: aver dimostrato di aver provato a distribuire più equamente i sacrifici – chiedendoli anche alle banche - e, al tempo stesso, aver dimostrato che questo Governo non è “l’Esecutivo dei banchieri”. Adducendo infine la responsabilità della mancata approvazione della norma alla Politica. Se ciò fosse vero, resta da chiedersi cosa c’è di tecnico nell’operazione che si sta compiendo.

 

 

 


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