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Antonio Prete e la poesia che azzera le distanze PDF Stampa E-mail
Recensioni
Giovedì 05 Aprile 2012 07:01

["Nuovo Quotidiano di Puglia", 4 aprile 2012]

 

C’è un punto nel libro poetico che Antonio Prete, originario di Copertino e docente di Letterature comparate a Siena, pubblica in questi giorni da Donzelli con il titolo Se la pietra fiorisce in cui teoria e prassi di poesia trovano una sintesi sostanziale, una rappresentazione linguistica che costituisce un’espressione di identità inequivocabile, netta. C’è un punto in cui l’esistenza e la lingua, l’origine e la parola, il senso e l’esistenza si congiungono fino all’identificazione, all’azzeramento della distanza e della differenza tra natura e cultura, alla cancellazione di ogni separazione tra l’esistenza e la letteratura. Il punto è nella conclusione: in una poesia che s’intitola “Màtrima, lu ientu”, l’unica in dialetto salentino, probabilmente non a caso posta alla fine, cioè al termine di un percorso verso l’altro e di un processo  di discesa – di sprofondamento – dentro sé.

La madre e il dialetto. L’una e l’altro archetipi. Lingua madre e madre naturale. L’una e l’altra condizioni di un cominciamento della vita. Universi di memoria. Lievito dell’essere e dell’esprimersi, dell’espressione dell’essere, dell’essere nell’espressione, connaturato ad essa. La parola che da fiato si fa corpo e il corpo che diventa fiato, vento, lenzuolo d’aria, trascoloranza,  sussurro che sale nel ricordo come un’onda. Che, soprattutto si fa racconto, storie che hanno profumi d’Oriente.

Quest’ultimo libro di Prete è poesia del vento e della voce. Sembra che siano questi due elementi a dare movimento al mondo. Un vento che attraversa il paesaggio, che anima le ombre, che scompiglia la luce. Anche un addio è vento. Una voce che proviene dalle profondità del tempo e si fa testimonianza della presenza, restituisce vita alle creature scomparse, rende visibile l’invisibile. E’ una voce assoluta, superiore, quella che alita nella poesia di Prete. Oltrepassa materialità e significato. E’ puro suono, spirito, anima, pulsazione, modulazione cosmica. Prodigium che scende e corre nei pensieri come acqua nel solco delle zolle secche, che si spande fino alle radici di un’esile pianta.

La parola viene dopo la voce: è la voce che diventa struttura, forma, espressione,significato, poesia: poesia come condizione dell’essenzialità e dell’assolutezza della parola, superamento del limite consueto e convenzionale, azzardo di senso che consente la penetrazione di significati che sfuggono alla comune grammatica dell’interpretazione, che si apre alle possibilità dell’analogia. Sono le parole che si affollano nella foresta della lingua – dice Prete-  che si cercano, si accoppiano, che hanno sulla pelle la brina della notte, che sono l’ombra di quel che è assente. La parola annoda “in un solo indecifrato senso/il fiorire e il morire”.

Un indecifrato senso, dunque. Forse la poesia per Antonio Prete  è l’ansia di decifrare quel senso misterioso e, al tempo stesso, un modo per placare quell’ansia, una consolazione della consapevolezza che l’inspiegabile resterà inspiegabile comunque, che l’indicibile resisterà in ogni caso a qualsiasi assalto o inganno di metafora. Perché, poi, c’è sempre qualcosa al di là della parola e oltre il silenzio; perché “l’albero e il vento hanno la stessa essenza,/ la pietra e il mare lo stesso respiro”.

Nelle pagine di questo libro di Prete affiora, di tanto in tanto, quella stessa inquietudine che Hugo von Hofmannsthal manifesta nel finale della sua Lettera di Lord Chandos, quando dice che la lingua in cui gli potrebbe essere concesso non solo di scrivere ma anche di pensare, non è il latino, né l’inglese, né lo spagnolo, né l’italiano, ma quella lingua di cui non conosce una sola parola, quella in cui le cose gli si manifestano e con la quale, un giorno, cercherà di rispondere ad un giudice sconosciuto.


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