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Link per rivedere la conferenza di Maria Luisa Quintabà
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Home Sallentina “Rimpiangi quegli anni?” “No!” Intervista a Tonino Baldari 24 agosto 2006
“Rimpiangi quegli anni?” “No!” Intervista a Tonino Baldari 24 agosto 2006 PDF Stampa E-mail
Sallentina
Venerdì 06 Aprile 2012 08:43

[Questa intervista doveva rientrare nel ciclo di interviste da me raccolte in Gioventù salentina, Galatina, Edit Santoro, 2006, ma poi ne rimase fuori per volontà dell’intervistato. Pubblicata nel 2012 in unigalatina.it dopo un ripensamento dell’intervistato, oggi ci sembra un utile documento per ricordare la figura di Tonino Baldari recentemente scomparso.]

 

Tonino, quando sei nato?

Sono nato nel 1956 a Ginosa in provincia di Taranto. Alla fine degli anni Quaranta, primi anni Cinquanta, i miei genitori con tutta la famiglia Baldari si trasferirono lì con altre cinquanta famiglie salentine, nella zona tra Metaponto e Montescaglioso per la coltivazione del tabacco. I titolari delle aziende agricole erano per lo più leccesi. Sulla questione mio zio Pippi Baldari, sa molte cose.

Che tipo di educazione ti hanno dato i tuoi genitori?

Da piccolo mia madre mi portava in chiesa, la tradizione della famiglia Baldari era cattolica e comunista, ma mio padre non era praticante. Allora, quando facevo la scuola elementare, abitavamo in via Foggia, e frequentavo l’oratorio della chiesa di Via di Soleto.

Dove hai frequentato la scuola media?

Alla “Giovanni XXIII”, in Via di Corigliano. In classe facevo già attività politica, anche se non organizzata. Scioperavamo perché sapevamo che i più grandi scioperavano. Già cominciavo a leggere i libri di Lucio Romano, discutevamo con le professoresse d’italiano Baffa, Tempesta e Negrini, le insegnanti più disponibili. Fuori della scuola mi ero politicizzato. Fin da bambino i miei genitori mi hanno insegnato a fare il pugno chiuso, mi hanno trasmesso culturalmente tutta la tradizione comunista.

E la scuola superiore?

Ho frequentato l’Industriale, i primi due anni a Galatina, poi a Lecce, e infine a Galatone, dove mi sono diplomato come perito elettrotecnico nel 1977. La scuola a Galatina era sopra la sede del MSI, in via Alighieri. Ero il rappresentante di classe. A Lecce arrivai a sedici anni e trovai che l’Industriale “Enrico Fermi”, denominato la Stalingrado di Lecce, era l’istituto più politicizzato della provincia. Qui non ero più un leader, ma uno dei tanti. I leader erano Pino Borrescio (extraparlamentare), Maruccia (del PCI, poi divenne magistrato). All’epoca (1971-72) ero comunista, ero iscritto alla FGCI. Ne sono uscito nel 1976. Ho ricoperto anche la carica di segretario politico della FGCI.

Quindi ti scontravi con gli exstraparlamentari?

Sì, allora il movimento andava dai marxisti leninisti ai maoisti, anarchici, Lotta continua, ecc. A Galatina, in vico Topazio, c’erano un’infinità di sigle. E lì io, essendo della FGCI, rappresentavo l’ala moderata. C’erano a volte degli scontri fisici con i fascisti. Una mattina abbiamo soccorso sul Liceo classico Antonio De Donno, giovane socialista (attuale magistrato), che stava per essere picchiato dai fascisti. In vico Topazio si riuniva il collettivo studentesco, c’era il ciclostile, l’unico ciclostile del movimento a Galatina.

Chi metteva a disposizione questi locali di vico Topazio?

Era una sede autogestita, la pagavamo noi.

Tu, dunque, frequentavi la FGCI, e contemporaneamente frequentavi il movimento? Tutto questo non ti creava problemi?

Sì, mi ha sempre creato problemi. Però quando si facevano le lotte, si stava tutti insieme, anche se con posizioni diverse. Il PCI era più moderato, faceva parte delle istituzioni. La FGCI era piena di iscritti, frequentatissima, c’era fermento politico, si faceva la scuola di partito, venivano i dirigenti, per esempio Gianni Schiraldi, Marcello Strazzeri, erano preparati sul movimento operaio, tenevano lezioni su Gramsci, ecc. Io seguivo queste lezioni nella vecchia sede del PCI in piazzetta Libertà.

Chi frequentava allora la FGCI?

Orlando Ciccardi, Pantaleo Perrone, Giuseppe Ferrari, e tanti altri.

Invece in vico Topazio chi c’era?

Antonio Campanella, Gigi Mangia, Apollonio Tundo, Lino De Matteis, Pippi Lifonso (coi quali volevamo fare un giornale, ma poi non se ne fece niente),  Matilde Bidetti, leader delle femministe, le sorelle Carone, le mie sorelle Iole e Marilena, Antonella Marra, ecc., era un gruppo consistente. Questi avevano rifiutato il PCI per approdare subito nell’estrema sinistra.

Che cosa ti ha indotto ad uscire dalla FGCI nel 1976?

Ho ritenuto di uscirmene, avendo delle posizioni diverse dal patito. Esisteva una disciplina rigida di partito, non solo nel comportamento esterno, c’era un’etica da rispettare, ma soprattutto nelle posizioni ideologiche, e tutto questo, anche se riusciva a tenere unito il partito (il centralismo democratico), alla fine risultava un po’ opprimente.

Ad un certo punto, quindi, il partito ti è sembrato come un vestito troppo stretto?

Sì. Il partito era rigido. Accadeva che un compagno che avesse sbagliato veniva allontanato dal partito per un certo periodo di tempo, poi i probi viri, dopo aver ben considerato la questione, il comportamento dell’imputato, lo riammettevamo nel partito. Insomma, era troppo rigido. Perciò ho preferito frequentare vico Topazio fino alla fine degli anni Settanta. Intanto nel 1978 sono stato un mese a Bologna, poi a Padova. Nel 1979 feci la mia ultima battaglia, cioè l’ultimo tentativo di trovare lavoro a Galatina. Con una decina di compagni andammo presso un’agenzia (ITALAFFARI) che gestiva la Fiera, a cui chiedemmo di assumere almeno un disoccupato, sarebbe stato un segnale positivo. In realtà gli stessi compagni poi non mi diedero nessun appoggio e nessuno fu assunto. Questa fu l’ultima delusione. Finché nel 1983 sono partito amareggiato per Milano.

Torniamo un po’ indietro. Frequentavi altri luoghi oltre a Vico Topazio?

A Vico Topazio c’era la sede fisica di riunione. Poi si andava a Soleto, allu Zonzi, una stanza dove si trovavano i compagni, si mangiavano i pezzetti, si suonava la chitarra, ecc. Naturalmente, ci si vedeva sempre in villa, la vita sociale si svolgeva verso la chiesa della Madonna Immacolata.

Quali frange del movimento erano presenti a Galatina?

C’era Lotta continua e c’era l’Autonomia operaia, che aveva ancor più estremizzato le posizioni. Tra i compagni, due, tre erano di Lotta continua, alcuni erano anarchici, pochi di Autonomia operaia. Il seguito maggiore lo aveva Democrazia proletaria con Apollonio Tundo, Eugenio Morciano, Antonio Campanella.

Parlami un po’ dei viaggi che facesti al Nord.

A Bologna nel 1977 fui l’unico rappresentante di Galatina alla manifestazione internazionale contro la repressione. Quella mattina io andavo a sentire il filosofo Jean Paul Sartre, che poi non venne. Bologna era blindata, pullulava di giovani, con tutti i casini che si possono immaginare. Per non essere nella schiera degli illegali, pagai regolarmente il biglietto del treno anche se non lo pagava nessuno. Quando arrivava il controllore, “buonasera”, “buonasera” e passava oltre. Era il periodo delle autoriduzioni, dell’esproprio proletario, ecc. A Padova c’era Autonomia operaia: mentre vagavo, durante una manifestazione, sono stato fermato due volte dai carabinieri. Ma non mi fecero niente.

E della Lega dei disoccupati, che cosa mi dici?

Le prime riunioni si fecero a casa mia, in via D’Aruca al numero 10. Poi il Comune ci diede una stanza presso Santa Chiara. C’erano compagni di Sogliano (Antonio Campa), di Cutrofiano (Roberto Vantaggiato), poi non ricordo.

Avete pubblicato qualche giornale?

Pubblicammo due, tre numeri di Azione libertaria, nati all’interno della Lega, ma erano fatti dagli anarchici (Pippi Romano, io e altri). Se non sbaglio erano fotocopiati o ciclostilati in vico Topazio.

L’occupazione dell’aula consiliare del Comune fu, dunque, la lotta più importante di quegli anni?

Sì, anche se fu una lotta fallimentare. Io ero per la continuazione della lotta a oltranza, ma passò la mozione che voleva le trattative: c’erano gli uomini dei partiti, del sindacato (Ada Fiorano e Margari, non ricordo il nome), che erano moderati e più numerosi. Questo determinò la divisione del movimento. Ma ci furono anche pressioni della mafia locale.

La mafia locale interviene sulla Lega? Puoi essere più preciso?

E’ andata sempre così! La gestione delle assunzioni è sempre avvenuta per clientelismo, favori, ecc.

C’era un legame, dunque, tra potere politico e piccola criminalità locale?

Sì. Alla fine, quelli che erano stati assunti illegalmente, si dimisero, rifecero il concorso, e furono riassunti. Poi arrivò il sequestro Moro e su quello si spaccò definitivamente il movimento.

Come mai il sequestro Moro ebbe questo effetto così dirompente sul movimento?

Perché non tutti gli extraparlamentari condividevano questo rapimento. La mia posizione fu: “Né con lo Stato né con le Brigate rosse”, secondo lo slogan di allora. Si fecero diverse riunioni su questo argomento, col rischio che qualcuno estremizzasse le proprie posizioni, mentre altri andavano dileguandosi e non si facevano più vedere.

Per riassumere, questi due fattori, uno locale, il fallimento della Lega dei disoccupati, e uno nazionale, il rapimento Moro, determinarono la fine del movimento?

Sì, ci fu allora la repressione dello Stato, e ognuno seguì la propria strada. Poi io e un altro compagno (che poi si suicidò) fummo contattati, ci promisero un lavoro se avessimo lasciato la Lega, ma rifiutammo, perché accettare avrebbe significato tradire i compagni. Poi feci dei lavori saltuari, ma questo non risolveva niente, e allora decisi di partire per Milano. A Galatina non c’era possibilità di lavoro, se non lavori senza contratto, a condizioni tremende (dodici ore di lavoro al giorno), senza garanzie.

Quanto tempo sei rimasto a Milano?

Quasi cinque anni. Poi ho avuto problemi personali e di famiglia, e sono rientrato a Galatina. A Milano ero delegato sindacale (CGIL) di una grande azienda di Corsico-Buccinasco, a Milano-due, produceva circuiti stampati professionali. Furono cinque anni di sofferenza, perché Milano era troppo grande per me. Era impossibile vivere in una pensione, senza la possibilità di cucinare, l’isolamento completo. L’attività politica l’ho fatta in azienda, soprattutto quando stavano per smantellarla e bisognava difendere i posti di lavoro. In quegli anni ho perso i contatti con Galatina e quando sono tornato mi son trovato un po’ spaesato, in una Galatina diversa.

In che senso diversa?

Il gruppo si era disgregato, chi era partito per il lavoro e non era più tornato, chi si era sposato e faceva vita appartata, qualcuno era morto, il movimento era scomparso.

Parliamo del tuo rapporto con la droga.

A Galatina fu un dramma sociale di notevoli dimensioni. Io l’ho vissuto a livello personale e familiare, ma non ne voglio parlare. Ti posso dire che a Galatina il movimento fu distrutto anche dall’eroina e da ciò che ne derivò. L’eroina ha distrutto le persone e ha distrutto il sociale. Nell’Ospedale di Galatina c’era un reparto infettivi, che non riusciva a decollare, e gli infettivi stavano in uno scantinato dell’ospedale. Venne a Galatina Stefano Rizzelli con una troupe della RAI per documentare la situazione, fecero delle interviste con persone che oggi non ci sono più. Anche quella fu una battaglia sacrosanta, vennero a Galatina i deputati del Salento, e alla fine fu aperto il reparto infettivi. L’ARCI, con Daniele Ferrocino, ha fatto un lavoro enorme di indagine a Galatina, nelle scuole, con dei questionari fatti bene, un’indagine che presentammo in Comune, fummo lodati, ma non ci pagarono neppure la carta. Allora ricevemmo molte pressioni.

Da parte di chi?

Di chi non aveva interesse che noi mettessimo il naso in queste storie, toccavamo interessi consolidati?

Puoi essere più preciso?

Non è il caso!

Ti vengo incontro. Un conto è che ci sia il piccolo spacciatore che vende cinque grammi di eroina per averne uno gratis per sé, un conto è che ci fosse qualcuno che si arricchiva sulla pelle degli altri con lo spaccio dell’eroina.

Sì, qualcuno si è arricchito sulla pelle di molta gente. La mafia e il potere politico sono stati più forti di noi. C’era una convergenza di intenti, ma io non ho le prove per dirlo, lo so, ma non ho le prove, come diceva Pasolini.

Nel 1988 sei tornato a Galatina?

Sì, era finita tutta questa ubriacatura degli anni precedenti, la speranza che il mondo potesse cambiare. Ho fatto dei lavoro saltuari, e poi sono entrato nel PDS e nella CGIL-pensionati, per tre quattro anni ho curato la sezione pensionati. Ma anche quello non era un lavoro per me, non mi piaceva. Adesso sono iscritto ai DS, ma non faccio politica militante, se non su fatti concreti e contingenti, come l’anno scorso, quando mi sono impegnato sul problema dei rifiuti.

Tonino, noi siamo ora in un atelier. Tu abiti qui?

Sì, è questa la mia casa, abito e lavoro qui.

Oggi tu sei conosciuto come uno scultore. Quando è nata questa tua passione, che ora è anche il tuo lavoro?

Mi conoscono come scultore della pietra leccese, ma da quando stavo nel PCI, nei primi anni settanta, facevo dei murales, i Che Guevara, i pannelli delle Feste dell’Unità, facevo qualche quadro, mi accontentato di venderli per poco. Cominciai a fare i portacenere di pietra leccese, poi delle teste e altro ancora. Oggi sono uno scultore di pietra leccese, ma continuo a dipingere, ogni tanto faccio delle mostre.

Vuoi aggiungere qualcosa su quegli anni?

C’era una solidarietà di gruppo che ora non c’è più. Se un compagno una sera non aveva una lira, non c’erano problemi, mentre oggi è diverso, c’è un individualismo e un egoismo estremi. La società ci ha condizionato a tal punto che non esiste più alcuna solidarietà tra gli individui. Ti faccio un esempio: nel 1977-78 fui uno dei fondatori di un gruppo di artisti in Vico del Verme, il Centro Pittori Uniti, di cui si è interessato anche Gino Di Mitri, ma non potemmo fare mai una mostra perché non avevamo i soldi per fare le cornici. Questo ci bloccò. Era un tentativo di fondare un gruppo di artisti. E’ significativo l’aggettivo uniti. Tre anni fa ho fondato un gruppo di artisti, il G10, ironizzando sul G8, un gruppo d’arte fondato non su un contratto, ma sull’accordo personale, sulla parola. C’era molto entusiasmo, abbiamo fatto molte manifestazioni, artistiche e sociali. Volevamo fare una sorta di cooperativa d’artisti autosufficiente e che si potesse autofinanziare e autopromuovere. Ebbene, questo gruppo nel giro di due anni si è disperso, per opportunismo individuale, non c’è più. Siamo agli antipodi della vita di gruppo che si faceva una volta. Oggi però ci sono anche cose positive, la qualità della vita è migliorata, nel senso che c’è un maggior benessere, personalmente sto meglio, e questo è gratificante. Allora non avevo un lavoro, oggi sì.

Rimpiangi quegli anni?

No!


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