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Per Orazio Bianco: come un ‘classico’, un uomo che non ‘può’ andare via PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Carlo Alberto Augieri   
Giovedì 12 Aprile 2012 06:18

[Pubblicato nel “Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 11 aprile 2012 col titolo Bianco: il latinista della modernità]

 

Orazio Bianco non è più. Vive nel ‘celato’ del Cielo. Vivrà sempre tra noi nel ‘discorso’ della scrittura, così come nella storia dell’Università del Salento, nella cui Facoltà di Lettere e Filosofia ha iniziato ad insegnare come Professore incaricato in Lingua e Letteratura Latina e Greca sin dall’a.a. 1967-68; successivamente in qualità di Professore Ordinario di Letteratura Latina, a cominciare dal 1976.

Ho sempre ammirato di Lui la capacità di leggere i testi latini con un’attrezzatura critica aggiornata alla modernità metodologica: lettore diacronicamente ‘contemporaneo’, dunque, che ha saputo cogliere negli autori del passato classico ciò che il presente di comprensione si chiede e può significare dentro il tragitto lungo del senso delle parole, così come degli stili narranti. Con i quali ciò che è stato rappresentato non diventa patrimonio da ereditare, ma forma vivente con cui continuiamo a rappresentarci come personaggi riconoscenti, riconoscibili nelle immagini con cui la letteratura già ‘aurorava’ una condizione umana che la storia avrebbe accolto come impegno di compimento, ritrovando nel sapere il disegno di una traccia, il tracciato di una delineazione.

Godevo da anni di un privilegio, per me certo immeritato, che mi ha regalato momenti di altissima felicità: l’invito di Orazio a parlare con lui ‘in privato’, per informarmi di ciò che stava scrivendo, travaglio di riflessione e di analisi; gioia da condividere, con un più giovane amico, di una scoperta rintracciata nella connessione sostenuta della ricerca come esperienza del leggere, come scommessa del comprendere di più, immergendosi nell’allora e nell’ora, simultaneo di vissuto e di pensiero, di cui la scrittura è documento, prova, espressione nel mentre si rende agire che rispecchia ed apprende.

Catullo, Lucrezio, Plauto, Sallustio, Virgilio, in particolare Terenzio sono gli autori latini studiati dal nostro caro Orazio: è  giusto ricordare, non senza un caro ‘orgoglio’ affettuoso, il volume da lui curato, Commedie di P. Terenzio Afro, pubblicato nei “Classici latini” della UTET (1993, con ristampa nel 1995), in cui filologia, narratologia, attenzione storicistica e comprensione ermeneutica fanno da ‘sfondo’ ad un discorso critico acuto, interessante, tant’è che auspico un seminario prossimo da dedicare non tanto alla ‘memoria’ di Orazio Bianco, ma al modo in cui la memoria culturale viene con lui a chiarire il vissuto come ri-vissuto, da comprendere all’interno dell’intreccio tra scrittura e storia, forme del dire e ragioni da dire. Che nella loro ragionevolezza non subiscono un tempo lineare, bensì una temporalità sferica in cui ogni cosa ‘è’ nel suo irradiarsi circolare come contaminatio di un ‘essere stato’, conflitto permanente di sentimento e storia, verità e maschera, desiderio e limite.

Direbbe il caro Orazio, a proposito di Terenzio: contrasto dell’ “ethos dei sentimenti” rispetto all’eidos dei valori delle culture, entità in conflitto con il risultato di un disagio ‘della’ e ‘nella’ civiltà, essendo essa segnata dalla contiguità dell’irrisoluzione di emozioni che vogliono vivere nell’aperto del sentire, sofferto nel chiuso normativo delle convenzioni, che pretendono essere concludenti e compienti.

Nel dialogo terenziano tra giovani e padri, così come nel monologo ‘confidente’ del personaggio con se stesso, è da cogliere l’infrangersi della potestas, la destrutturazione di uno status: forze centrifughe della parola desiderante, che crea, grazie alla rappresentazione testuale, dove anche l’inespresso diventa scena da vedere e ravvedersi, communitas, coscienza generazionale, mondo vitale entro cui condividere il convissuto nel suo farsi epoca ed epica della civiltà.

Come nei testi classici Orazio Bianco ha sempre cercato la tensione con cui l’uomo ha sperimentato la responsabilità del suo “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”, così nel suo essere ‘cittadino’ ha voluto tradurre quella tensione in impegno ‘meridionalista’, con cui agire promovendo la cultura, da Studioso e da Professore, oltre che promovendo il fare culturale e politico entro le istituzioni amministrative del suo paese natìo, Massafra (vi era nato il 3 febbraio 1933), ove occupò l’incarico di Presidente del locale Ospedale (280 posti letto) dal 1975 al 1979 e di Sindaco dal 1979 al 1981; e dell’Università salentina: è stato Preside della Facoltà di Magistero e, in seguito, di Scienze della Formazione dal 1978 al 1996, ininterrottamente; ha svolto l’incarico di Prorettore negli anni 1980-81 e di Rettore reggente nell’ultimo semestre del 1981; più volte è stato pure Direttore di Dipartimento di Scienze dell’Antichità. In ambito universitario nazionale, è stato membro della Commissione Ministeriale per la Riforma delle Facoltà di Lettere e Magistero

A Orazio si deve pure il merito di aver istituito la S.S.I.S. Puglia, di cui è stato Presidente sino al 2008. E’ doveroso ricordare che il 2 giugno del 1985 gli è stata conferita l’onorificenza di Commendatore al merito della Repubblica.

Vedendolo partire spesso e osservando la sua borsa sempre ‘zeppa’ di libri, fogli e cartelle, gli chiedevo con premurosa preoccupazione se non fosse il caso di risparmiarsi un po’, visto che gli impegni erano molteplici e di faticosa responsabilità.

Con sorriso simpatico e tono affettuoso, lui pronto a rispondermi che aveva due luoghi ‘magici’ entro cui ritemprarsi, rigenerarsi: l’aula universitaria e il trullo nella campagna di Massafra. Due spazi dell’intimità e dell’incontro, dove il darsi gli diventava scambio di doni ‘immateriali’, con cui la vita gli si arricchiva dell’ Enérgheia dell’incontro nel mentre si faceva ascolto di voci giovani (gli studenti) e richiamo di voci antiche (le parole dell’infanzia nel trullo paterno) .

Grazie,caro Amico Orazio, per ciò che hai saputo dirmi e darci: la tua morte non ti porta ‘lontano’ da me, come da tutti noi amici e colleghi.

Chi scrive resta, chi fa del bene rimane: Tu, dunque, ti trattieni. Come quando si sfogliano i tuoi libri e non si vogliono più chiudere: si sta, si apprende come in un ‘divino’ intrattenimento.

 

 


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