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Ricordo di Orazio Bianco PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Venerdì 13 Aprile 2012 13:06

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” del 13 aprile 2012]

 

Orazio Bianco... l’ho conosciuto durante la mia breve permanenza nel Senato Accademico dell’Università di Lecce, come si chiamava allora l’Università del Salento. C’erano rappresentanti di tutte le aree dell’Ateneo e Orazio Bianco era lì a rappresentare Magistero, forse ne era persino il Preside. Ricordo riunioni lunghissime (senza gettoni di presenza, li hanno messi appena ho terminato il mio mandato) con estenuanti discussioni. Il Rettore, allora, era il compianto Gino Rizzo. Quello era il Senato che istituì l’ISUFI, tra l’altro. Non conoscevo molti colleghi, al di fuori della Facoltà di Scienze, e così mi trovai all’improvviso a discutere con persone molto lontane dalla mia area di competenza. Parlavano spesso in latino, per sostenere le loro tesi. Ho già scritto un articolo sulla supercazzola dei professori universitari. Ecco, quella era l’arena delle supercazzole con scappellamento a destra come se fosse antani. Di più. Dato che non ho l’anello al naso, cominciai anche io a parlare latino. Ricordo di aver adoperato la frase: pecunia, si uti scis, ancilla est; si nescis.. domina! parlando di finanziamenti con un senatore che parlava quasi esclusivamente in latino, nei suoi interventi. Manzoni mi aveva fatto capire la vacuità del latinorum dei falsi dotti, che si riparano dietro un parlar difficile per impressionare gli sprovveduti, e ora eccomi lì a usare il latinorum.

Orazio Bianco, invece, sosteneva le sue argomentazioni con proverbi salentini e, ogni volta che poteva, ne metteva uno sul ciuccio. A parte quello che consiglia di mettere il ciuccio dove vuole il padrone, mi colpì “Lu ciucciu porta la pagghia e iddru stessu se la ragghia...”. Dopo aver elargito questi distillati di saggezza popolare, Orazio se la rideva di gusto al guardare la faccia scandalizzata dei cultori del latinorum. Così chiesi in giro, agli altri colleghi: ma questo chi è? e mi dissero che era un grande latinista. Mi fu ancora più simpatico. E poi lo sentii parlare sulla responsabilità di formare buoni docenti per le scuole elementari, e le medie, e i licei. Sono sempre andato male a scuola, prima di arrivare all’università, e quindi non ho mai dato molta importanza all’istruzione nei suoi primi stadi. Capii che sbagliavo. La scuola la fanno i buoni docenti, e formare buoni docenti è un compito di valore assoluto, in cui impegnarsi a fondo, per il bene del paese. E appresi, poi, che Orazio andava a Roma periodicamente, alle riunioni di un comitato che lavorava proprio a migliorare le scuole primarie. Così cominciai anche a parlargli, negli intervalli del lavoro senatoriale, e apprezzai molto la sua umanità, il suo calore e, ovviamente, la sua competenza. Era sempre sorridente e allegro, ma era una persona serissima.

Ogni volta che lo incontravo era un piacere scambiare qualche parola con lui. Mi piace ricordarlo in modo lieve e sorridente, come era lui con i suoi proverbi sul ciuccio. Non ho contezza delle sue imprese accademiche, non so neppure se quel che ho riferito sulle sue competenze soddisfi criteri di accuratezza (a parte la competenza sul ciuccio, che posso certificare), però riconosco nel suo modo di fare quello che mi piacerebbe trovare in tutti i colleghi e prima di tutto in me stesso: essere molto seri restando sempre sorridenti e arguti, dando importanza alle cose importanti (come la scuola elementare, e chi vi insegna) e seppellendo con una risata le cose futili spacciate per distillati di saggezza attraverso un eloquio forbitissimo.

Se qualcuno mi chiedesse quali sono i primi nomi che mi vengono in mente, pensando al quarto di secolo che ho trascorso in questa Università, Orazio Bianco è uno dei primi che nominerei, a fianco ai nomi dei Rettori, di qualche Preside e di qualche collega non paludato da altisonanti cariche. E se mastico qualche parola di salentino (scatenando l’ilarità, ma anche la simpatia, degli autoctoni ai miei maldestri tentativi) lo devo proprio a lui, che mi ha fatto venire la curiosità per i proverbi salentini. Aveva 79 anni e quindi, come si dice a Lecce, era “grande” (anche se qualche annetto in più non sarebbe guastato). Prima o poi dobbiamo togliere il disturbo, no? Io non lo dimenticherò, perché continuerà sempre a farmi sorridere con i proverbi sul ciuccio che, assieme a quello della paglia, sono:

quannu lu ciucciu raja te giurnu è già menzatia.

ttacca u ciucciu addhru ole u patrunu.

sape cchiu lu ciucciu a casa sua ca lu mésciu a casa te l'addhrri

quannu lu ciùcciu nu bòle cu bìve te frànchi cù fìschi.

Ovviamente Orazio Bianco non sarà ricordato da altri per questi proverbi. Questo è solo un piccolissimo omaggio personale che, ne sono sicuro, gli avrebbe fatto piacere.


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