Sfogliando Galatina: una iniziativa per ripartire
Dopo questi mesi di inattività forzata, l'Università Popolare ha aderito con entusiasmo a una iniziativa del Patto Locale per la Lettura di Galatina, firmando la prima delle passeggiate letterarie... Leggi tutto...
Programma di Dicembre 2019
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Lunedì 2 dicembre, sala Contaldo, ore 18,00: prof. Vincenzo Mello, Myflor e Flormart 2019: Orto-Floro-Vivaismo internazionale. Venerdì 6 dicembre, sala... Leggi tutto...
Programma di Novembre 2019
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Il Vecchio e l’Ombra 2. Diarium ad Iohannem (ricordo di Oronzo Parlangéli) PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Giovedì 12 Marzo 2015 15:33

[Brogliaccio Salentino di “Presenza Taurisanese”, n. 5 / Maggio 2014, p. 8]

 

Il titolo non riguarda un’opera inedita del compianto Oronzo Parlangéli, ma è uno dei titoli ch’egli apponeva alle lettere a me indirizzate. C’erano poi varianti: Cronicha ad..., Chronica ad... (diceva: “Non so se si scriva così”.), Cronicha ab Urbe seu itinerarium Romani Orontii pelegrini, Epistula riassumtiva ad...

La richiesta d’un amico novolese mi ha spinto a cercare, nel cumulo disordinato della posta accumulatasi anno dopo anno, le lettere di Parlangéli. Fortunatamente erano tutte insieme: sedici lettere e una cartolina postale, risalenti agli ultimi mesi del 1939 fino al 2 settembre ‘41.

Nelle prime la data è spesso incompleta, poiché omesso l’anno. D’altra parte impossibile riferirsi al timbro d’affrancatura, in quanto solo tre sono conservate in busta. Comunque mi è facile l’individuazione dell’anno dato che lo scambio epistolare cominciò allorché, dopo la scomparsa di mio padre, tornai, con mia madre, nella città nativa, lasciando il Liceo-ginnasio “Palmieri” di Lecce per il “D'Annunzio” di Pescara.

Si tratta di lettere lunghissime, di quattro facciate e oltre, zeppe d’una grafìa minuta, talvolta illeggibile, scritte molte volte nello spazio di più giorni, secondo la disponibilità del tempo. A voler definire le caratteristiche prevalenti in tali lettere potrebbe forse usarsi l’aggettivo “goliardiche”.

Infatti il tono è scherzoso, irridente nei riguardi dei professori, designati con termini dialettali (lu mesciu, la mescia) o con la materia insegnata, il Filosofo o “quel pupo”, del quale evidenzia un tic nervoso (gli stiramenti di collo) o col soprannome (Fegatino) o con il cognome di qualche letterato. L’ottimo professore di greco, don Gennaro D’Elia, peraltro di Novoli, quindi compaesano di Parlangéli, avendo citato più volte sulla “Questione omerica” uno studioso, credo russo, il Kirkoff, si ebbe, appioppato per sempre, tale nome. Il prof. Vilei diventa “mesciu ‘Nzinu, quello dei 175 ‘silenzio’ all’ora”, mentre un insegnante d’italiano “Piedi di burro” e quello di religione, anziano, grasso e molle “Papa Recotta”. La “mescia” di Storia dell’arte viene dalla “Regia Scarperia” (Scuola di Avviamento professionale, adiacente al vecchio “Palmieri”). Si potrebbe continuare con altri docenti e scenette scolastiche più o meno esilaranti.

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Mario Marti per testimonianza diretta. La sua scomparsa compensata da un grande lascito culturale PDF Stampa E-mail
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Lunedì 02 Marzo 2015 17:28

[Brogliaccio Salentino di “Presenza Taurisanese”, Febbraio 2015, pag. 6]

 

Si è spento a Lecce nella sua casa Mario Marti nella notte tra martedì 3 e mercoledì 4 febbraio. Aveva compiuto cento anni il 17 maggio dell’anno scorso. Aspettavamo, come ormai da anni si faceva al Circolo “Galileo” di Trepuzzi per iniziativa di Totuccio Capodieci, di festeggiarlo anche quest’anno per il suo 101°. E lui, pur non potendo più partecipare di persona, sarebbe stato felice. Era una tappa, quella dei 100 anni, a cui teneva moltissimo e alla quale credeva con spirito volitivo. In occasione della presentazione del suo libro Su Dante e il suo tempo con altri scritti di italianistica per il suo 95° compleanno nel 2009, gli telefonai per rammaricarmi di non esserci stato. «Era una cosa del Dipartimento non molto pubblicizzata – mi disse – non ti preoccupare, ci sarai quando farò cento anni». Proprio così!

Sono stato a trovarlo alla vigilia di Natale, come ogni anno. Cordiale come sempre. Se il suo corpo fosse stato all’altezza della sua mente sarebbe vissuto chissà per quanti anni altri ancora. Era lucidissimo, interessato, curioso di sapere cosa facevamo noi, suoi amici della Società di Storia Patria, a cui era legatissimo. Mi rammentò il mio Cavalcanti, che gli era piaciuto pur non condividendo il taglio interpretativo della ballatetta, che gli avevo dedicato per i suoi 100 anni. Per Marti è il lettore che deve trasferirsi tutto nel testo di un autore alla ricerca del vero, e non viceversa; diffidava delle interpretazioni, che hanno sempre curvature di soggettività se non proprio di arbitrarietà. Di qui la sua prudenza nei confronti degli autori del Novecento, secolo che ha celebrato i fasti della semiologia.

Parlammo di tante altre cose in quel quarto d’ora. Quando mi alzai per andarmene mi rimproverò che scappo sempre, che m’intrattengo poco. Gli risposi che soffro di una sorta di irrequietezza compulsiva che non mi fa stare in un luogo più di pochi minuti. Esagerai, e lui sorrise.

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Un ricordo di Mario Marti PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Sabato 21 Febbraio 2015 08:32

[Letto il 20 febbraio 2015, in occasione dell’inaugurazione dell’anno sociale della “Società di Storia Patria” di Lecce.]


Mentre scrivo questo breve ricordo di Mario Marti, ho fra le mani il suo “Leopardino” del 1944, il volumetto uscito nella prestigiosa “Biblioteca del Leonardo” dell’Editore Sansoni, quando il suo autore era ancora impegnato sul fronte di guerra. Il libro sulla formazione del giovane Leopardi, che è una rielaborazione della tesi di laurea alla Normale di Pisa con il grande critico letterario Luigi Russo, è la prima pubblicazione di Mario Marti, se non propriamente in senso assoluto, certamente per rilevanza storico-critica. Prima di pubblicare questo libro, Marti lo sottopose alla supervisione di un altro gigante della critica letteraria primo-novecentesca, Attilio Momigliano. A casa Marti si conserva, come un cimelio prezioso che io ho avuto la fortuna di visionare, la copia della tesi con le correzioni e con gli interventi di Momigliano.

Parto dal “Leopardino” del 1944, perché a esso mi lega uno dei miei ultimi ricordi di Marti, in una sorta di significativa circolarità fra il primo e l’ultimo tempo della sua vita. Oramai costretto a letto, fortemente indebolito, impedito nell’uso della parola (un tormento della sua ultima fase di vita), Marti mi chiese, con grande fatica, di leggergli un pezzo del suo libro in cui si riporta una citazione dal Saggio sopra gli errori popolari degli antichi. Si tratta di una bellissima descrizione giovanile di un meriggio, tra le più notevoli rappresentazioni “meridiane” della letteratura italiana, che anticipa la vena idillica di Leopardi: e tutto questo libro di Marti, del resto, si sforza di dimostrare con fondatezza, senza mai scadere tuttavia in automatismi deterministici, come il primo periodo della vita e della formazione del poeta non sia qualcosa di avulso dal prosieguo, ma in qualche modo anticipi e prepari, a livello di erudizione e di studio filologico, l’ispirazione successiva. Già all’esordio della sua parabola critica, Marti rivelava così la sua inossidabile impostazione storicistica e la sua non comune capacità di inquadrare fenomeni culturali dentro panorami vasti, con uno sguardo lungo, di prospettiva, che solo i grandi critici sanno avere. Nonostante la sofferenza fisica, sopportata sino all’ultimo con grandissima e ammirevole dignità, Marti dimostrò di saper ancora apprezzare quel passo giovanile di Leopardi e durante la mia lettura mi abbozzò un sorriso compiaciuto; l’amore per la grande letteratura non lo aveva abbandonato neppure in quella sua estrema fase di difficoltà, né in lui erano venute meno la lucidità mentale, mai veramente ottenebrata dal peggioramento della sua condizione di salute, e l’intelligenza delle cose.

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Tutto può succedere… 11. Il secolo lungo di Mario Marti PDF Stampa E-mail
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Domenica 15 Febbraio 2015 08:49

["Il Galatino" anno XLVIII n. 3 del 13 febbraio 2015]

 

Scrivo sull’onda dell’emozione per la scomparsa di Mario Marti. E’ il pomeriggio del 4 febbraio 2015 e Marti è morto da poche ore, la notte scorsa, nella sua casa di Via Ritucci, a Lecce. Si è spento senza dolore, per pura purissima consumazione fisica dovuta al passare del tempo. Avrebbe compiuto 101 anni nel prossimo maggio. Il secolo lungo per me si chiude oggi, con la morte di Mario Marti, maestro e amico di almeno tre generazioni di studenti e di studiosi di letteratura italiana.

Dalla sua casa leccese siamo passati in tanti in questi ultimi anni, sempre accolti dal volto sereno e sorridente della Signora Franca, per portargli un libro in dono, per riceverlo dalle sua mani, per un consiglio, per fargli gli auguri in occasione di un compleanno o semplicemente per salutarlo. L’ultima volta che sono andato a trovarlo, qualche mese fa, era a letto per una leggera influenza. Sotto le coperte si intuiva un corpo esile e scarno, immobile, ma il volto era quello di sempre, adorno dei soliti baffetti e con quegli occhi mobili e inquieti, indagatori: “Non me dici nienzi”, disse a me che stavo in silenzio e lasciavo parlare il mio amico - Antonio gli raccontava del Centro di studi leopardiani e degli amici comuni e dei colleghi e dei maestri d’un tempo -. Ora mi sembra di sapere la ragione del mio silenzio: sentivo che quella poteva essere l’ultima volta che l’avrei visto, e così è stato. E allora, facendomi forza, gli dissi che mi faceva piacere vederlo e lo ringraziavo per l’ultimo suo libro, gli facevo i complimenti perché a 100 anni sono in pochi gli studiosi che possono permettersi di aumentare la propria bibliografia: il suo sorriso dal fondo degli occhi piccoli e luminosi, indimenticabile!

Mario Marti è stato un maestro. Il maestro è colui che ha qualcosa da insegnare: un metodo, uno stile di vita e di studio, ch’egli ha appreso con fatica e dedizione e intende trasmettere agli altri; è colui che mostra agli altri il limite oltre il quale non è lecito andare, entro il quale occorre mantenersi, sotto pena di confondere la propria parola con le innumerevoli parole che vanno a perdersi nel chiacchiericcio diuturno del nostro mondo. Il maestro è colui che dichiara che cosa può essere detto con sufficienti ragioni per non sbagliare. Nel secolo lungo, che per me si chiude oggi, un Novecento iniziato nel maggio del 1914, Marti ha esercitato un magistero che lascia un segno più che tangibile, la scuola leccese di letteratura italiana, nella quale si continua a professare la sua idea degli studi di critica letteraria come filologia integrale. Il maestro è sempre il depositario di una verità e, dunque, la sua parola ha inevitabilmente il carattere della conservazione. Mario Marti è stato il grande conservatore degli studi di letteratura italiana ed in particolare di critica letteraria: tutta la sua opera si può leggere come una lunga azione di contrasto alla deriva degli studi di italianistica, che del troppo e del vano hanno fatto spesso la cifra distintiva del proprio blaterare. Egli ci ricorda che solo nella storia, alla luce della storia, la letteratura acquista un senso. Ecco perché quando leggeremo un libro o ci capiterà di scrivere qualunque cosa, continueremo a chiederci:  - Che cosa ne penserebbe Mario Marti? -, come fosse sempre vivo, tra noi.

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Ricordi di Mario Marti PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Martedì 10 Febbraio 2015 21:17

Il mio primo ricordo di Mario Marti è legato alla sua personalità, schietta e sincera, vivace e vitale, che si manifestava nella voce perentoria e squillante, che emergeva anche nelle conversazioni telefoniche.

Il secondo ricordo è relativo alla sua attività di docente: egli è stato (insieme ad altri, tra i quali va ricordato Carlo Prato) uno dei padri fondatori dell’Università di Lecce, assicurando fin dall’inizio le regolarità dell’impegno didattico e lo sforzo per costituire a Lecce le condizioni per un serio lavoro di studio e di ricerca.

Il terzo ricordo riguarda lo studioso ed è legato a due formule che caratterizzano la sua attività e che sono anche titoli di suoi scritti. La prima è: dal certo al vero. La formula, che si ispira a noti principi vichiani, condensa bene le esigenze di un approccio filologico e storico ai testi. Essa afferma la necessità di una verifica preliminare della sicurezza, della genuinità dei testi, che debbono essere interpretati nel contesto della storia di cui essi fanno parte. La seconda formula, in  qualche modo correlata alla prima, è: Critica letteraria come filologia integrale. La critica letteraria qui si identifica tout court con la filologia, mettendo in secondo piano altri suoi compiti, come ad es. quello del giudizio di valore (estetico) delle opere letterarie. Questi principi sono esposti in modo riassuntivo nell’opuscoletto Il mestiere del critico, che contiene la prolusione ai corsi in occasione del conseguimento della funzione di professore ordinario (come si usava una volta). Da qui prendiamo qualche sua considerazione: “…il mestiere del critico deve allargare i propri interessi fino a comprendere quelli dello storico, nel senso più ampio del termine, perché l’arte non può essere adeguatamente intesa senza che venga inteso il contesto vichianamente filologico, nel quale… opera vivamente ed attivamente. In questo tipo di attività critica ogni specifico ed empirico metodo d’analisi è accettabile e fruttuoso, dall’indagine stilistica a quella psicologica, dalla ricerca del documento d’archivio allo studio delle fonti, dalle ipotesi di carattere psicanalitico al rilevamento dei dati economici, dall’accertamento biografico all’inchiesta di carattere sociale e così via: anzi sarà spesso l’opera d’arte a suggerire o a condizionare il modo col quale vuole essere accertata e interpretata”.

Questa impostazione concorreva a convalidare nei fatti ciò che imparavo da Carlo Prato nel campo della filologia classica, e cioè che la verifica testuale è il passo imprescindibile di un procedimento che può toccare poi altri livelli del testo, dove diverse opzioni personali sono possibili secondo la sensibilità del filologo, ma che sarebbero vuote e vane senza quel primo passo.


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