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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
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Programma febbraio 2021
Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
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Ricordo di Mario Marti PDF Stampa E-mail
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Giovedì 05 Febbraio 2015 22:32

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 5 Febbraio 2015]

 

Adattando a questa occasione  le parole che sono state talvolta utilizzate per commemorare altri grandi della nostra cultura si può dire che Mario Marti ha avuto la meritata e rara fortuna di serbare fino all’ultimo il vigore della mente, di essere da vecchio (al di là di ogni liturgia accademica) riverito e affettuosamente accompagnato da riconoscimenti e da attenzioni generali.

Il mio primo incontro con lo studioso non avvenne di persona, ma attraverso i libri. Frequentavo le aule del Liceo “Colonna” di Galatina. Dal mio insegnante di letteratura, il compianto professor Luigi Manna, sentii citare per la prima volta il nome di Mario Marti, a proposito dei suoi scritti ariosteschi: con gli scarsi strumenti bibliografici a mia disposizione cercai di saperne di più e riuscii a leggere la voce «Ludovico Ariosto» nei Maggiori di Marzorati (1956); da lì, all’indietro, con l’aiuto dello stesso mio professore di Liceo, per qualche giorno potei avere tra le mani l’edizione dell’Orlando Furioso dello stesso Marti. Ebbi per tale vie una prima idea della statura dello studioso, ma poi non continuai sulla strada di quelle letture, distolto da altre incombenze e da altri avvenimenti, anche di carattere personale. Solo due anni dopo, con rispetto misto a un po’ di trepidazione, mi accinsi a frequentare i corsi di «Letteratura italiana» all’università, tenuti proprio da quel professor Marti che cessava così di essere una firma in calce a un saggio e diventava un uomo in carne ed ossa. Feci gli esami di letteratura, poi presi la tesi di laurea con Francesco Sabatini, un altro dei maestri di cui la nostra università poteva andare fiera in quegli anni; forse in me prevale la lente deformante della nostalgia ma rimpiango quel periodo fervido e ne traggo motivi di  rammarico a paragone della diffusa atonia del presente. Torniamo al tema principale. I miei studi si orientavano sempre più verso le fasi medioevali e prerinascimentali della nostra storia linguistica: in tal modo, senza averlo programmato, familiarizzavo con gli studi di Marti sulla letteratura antica. Poco per volta imparavo a conoscere i lavori che ogni studioso di testi antichi deve ancor oggi consultare, a distanza di vari decenni dalla prima apparizione: i Poeti giocosi del tempo di Dante; il volume sulla Prosa del Duecento, nella “Letteratura italiana. Storia e testi” di Ricciardi, il capitolo con lo stesso titolo nella Storia della letteratura italiana di Garzanti, la silloge dei Poeti del Dolce stil nuovo, la monumentale Storia dello stil nuovo,  tanti studi che riguardano Boccaccio, Bembo, i prediletti Dante e Leopardi, i tantissimi altri temi e personalità trattati in una bibliografia straripante, che supera le mille voci. Frequentando le sue opere cresceva il contatto con Marti, che però a lungo, un po’ paradossalmente, avveniva più attraverso i libri e gli scritti, non nella realtà quotidiana, nonostante la contiguità delle sedi di lavoro.

Poi la svolta nel rapporto personale. Gli sottoposi un mio saggio per il «Giornale storico della letteratura italiana», la più importante rivista di italianistica che lui ha diretto fino all’ultimo giorno di vita. Lesse il mio dattiloscritto, mi invitò a discuterne nella sua casa di v. Capitano Ritucci; entrai così per la prima volta in quella casa che poi mi sarebbe divenuta familiare, ci sedemmo sulle poltrone del salotto, poggiò i fogli sul tavolino basso, dove tante altre volte in séguito la signora Franca avrebbe offerto tè e pasticcini.

Quella casa mi è divenuta familiare. Andavo abbastanza spesso  trovarlo. Lui ascoltava, si informava del lavoro, dava consigli, a volte sosteneva di aver un po’ rallentato nel ritmo degli studi, con un po’ di civetteria dichiarava che quello che stava scrivendo era davvero il suo ultimo libro. Poi il libro usciva, e uscivano nuovi articoli, e progettava un nuovo libro che invariabilmente dopo un po’  era a stampa. Negli ultimi tempi le sue condizioni di salute lentamente peggioravano, una candela che si spegne lentamente. Ma, una volta avviata la conversazione, la debolezza del fisico veniva sconfitta dalla brillantezza della mente e ritornavano i temi delle mille ricerche già fatte, di quelle ancora da fare, l’età era dimenticata.

Negli ultimi decenni di vita Marti ha studiato a fondo, accanto ai grandi della letteratura che ho prima ricordato, autori e testi della cultura salentina, suoi ultimi grandissimi amori. Negli studi di argomento locale non vi è traccia di provincialismo (che purtroppo spesso affiora nei lavori di epigoni maldestri): egli punta costantemente a collegare la storia culturale del Salento ai movimenti che attraversano la scena nazionale, anche in questo rivelandosi esempio da seguire. Il Maestro studia Dante e il neretino Rogeri de Pacienza con la stessa cura, le ricerche approdano in sedi e iniziative editoriali prestigiose. La piccola patria e la nazione esigono lo stesso rispetto.

Mi sono concentrato sulla figura di studioso, ma l’università del Salento gli deve moltissimo anche sotto il profilo amministrativo e gestionale. Nell’ateneo Marti ha ricoperto cariche importanti, fino a quella di Rettore, agendo sempre con probità e dirittura morale.

Aborro le agiografie, questo ritratto non deve diventare un elenco dei riconoscimenti ricevuti da Mario Marti nella sua vita lunga e operosa. Ma voglio ricordare almeno che il numero 31 (2013) degli «Annali d’Italianistica», importante rivista di Letteratura italiana pubblicata dall’Università del North Carolina, reca in una delle pagine iniziali la seguente epigrafe: «This 31st volume of Annali d’Italianistica is offered in Homage to Mario Marti, scholar and mentor, The Dean of all Italianists Worldwide». È bello, quasi commovente, che una rivista americana abbia deciso di rendere un così diretto omaggio al nostro professore. Noi lo ricorderemo come studioso eminente e guida scientifica, continueremo a leggere i suoi libri da cui molto continueremo a imparare.

 

 

 

 

 

 


Il mio professore, Salvatore Pizzileo PDF Stampa E-mail
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Sabato 20 Dicembre 2014 08:17

[ “Presenza Taurisanese”, dicembre 2014]

 

Era un giorno d’inverno di fine anni Ottanta. Frequentavo il quarto anno al Liceo Classico Dante Alighieri di Casarano. Ero uno studente diligente ma esuberante, poco disciplinato. Durante l’ora di matematica l’avevo fatta grossa. Approfittando di una momentanea assenza della docente (la professoressa Rosanna Rizzo, Dio l’abbia in gloria) mi ero affacciato alla finestra rivolgendo troppo colorite espressioni all’indirizzo del professore di educazione fisica che faceva lezione nello spiazzo esterno dell’istituto. Risultato: i due docenti coalizzati contro di me e fermi nel proposito di chiedere la mia espulsione dalla scuola. Convocato d’urgenza il collegio docenti per decidere la mia sospensione. Era un freddo giorno di tardo inverno di fine anni Ottanta ed io attendevo di essere convocato in presidenza per conoscere la mia sorte. Passarono le ore e non giunse alcuna chiamata. Durante l’ultima lezione, il docente di chimica (professor Nello Martina) con la sua consueta aria un po’ sorniona mi informò: “Vincenti, l’hai fatta franca ieri sera. Ringrazia il professore Pizzileo che ha interceduto per te. Altrimenti saresti stato sospeso!”. Il professore Pizzileo era stato in classe alcune ore prima ma nessuna accenno aveva fatto alla incresciosa situazione. Non me ne meravigliai. Ché (quanto amava il docente di italiano questa congiunzione che rafforzava nella lettura acconciando all’uopo il tono della voce ), ché, appunto, con Pizzileo non potevi mai sapere. Sapeva ingigantire con la sua enfasi  fatti minimi, dettagli trascurabili, e di contro passar sopra ad eventi capitali (che almeno a me sembravano tali) liquidandoli con un motteggio, una esclamazione, una interiezione, declassandoli ad inezie. Non lo ringraziai mai comunque, non ne trovai il modo, l’occasione. Però qualche mattina dopo, facendo un rapido accenno alla letteratura picaresca del Cinquecento, egli appoggiando una mano sulla mia spalla e facendovi pressione come a dire “attenzione, ascolta bene!”, osservò:  “i picari erano giovani esuberanti, certo colti, ma un po’ goliardi, proprio come il nostro Vincenti” (io in realtà, se mi sentivo poco Rolando, non mi sentivo però nemmeno Lazzarillo de Tormes).  Ecco, quella definizione di letteratura picaresca mi sarebbe rimasta incollata addosso e, per le vie misteriose del destino, sarebbe stata ripresa a distanza di tanti anni da Gigi Montonato nel recensire un mio libro.

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Raffale Spongano, un salentino-tedesco PDF Stampa E-mail
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Venerdì 07 Novembre 2014 17:43

Raffale Spongano era un uomo di ferro, come non ne nascono più. Era nato a Cellino San Marco, il paese di Albano, nel 1904, ed è morto centenario a Bologna, dove ha  vissuto gli ultimi cinquant’anni della sua esistenza di meridionale “anomalo”. Non sapeva cantare, né suonare la chitarra e il mandolino. In compenso fondò la Facoltà di Lettere presso l’Università degli Studi di Lecce. E si affermò come uno dei più illustri italianisti, fondatore di varie accademie riviste e fondazioni culturali.

Per quindici anni, dal 1948 al 1963, aveva insegnato letteratura italiana all’Università di Padova, poi era approdato a quella prestigiosa di Bologna, dove era stato per molti anni Presidente della Commissione per i testi di lingua, alla cui attività aveva dato  grande impulso.

Me ne parlò, quasi casualmente, a Gallipoli,  un suo allievo, Emilio Pasquini, attualmente ordinario di lingua e letteratura italiana presso l’università di Bologna, con il quale ci conoscemmo un’estate della fine degli anni novanta sui campi di tennis  di tennis del  Club degli Ulivi di Tuglie, diretto dal maestro Cosimo Pino.

Tra un dritto e un rovescio, un pallonetto e una voleè, ma soprattutto nei cambi di campo, capitava che ne parlassimo:

“Emilio, com’era questo salentino-tedesco?”

Io so che quando era preside a Lecce pretese che – bandendo concorsi – andassero i vincitori alla Facoltà di Lettere – si impose per esempio con Maria Corti e così per Mario Marti, insomma decisamente più bravi. Filologo rigoroso, rigido, uno che aveva frequentato l’Accademia di Lucugnano con Girolamo Comi, uno che veniva dalla gavetta, uno che era convinto che il Sud ha gente sì molto creativa, ma troppo pasticciona. Raffaele Spongano aveva dei principi ferrei, un rigore calvinista. Tu pensa che una volta prese in fallo il famoso Francesco Flora, suo collega all’Università di Bologna, uno che a quel tempo era considerato tra i primissimi critici letterari. Spongano era correlatore e chiese a Flora di leggere ad alta voce una tesi di laurea che presentava una ragazza. Flora lesse e rabbrividì. La tesi era copiata di sana pianta. Flora era bravo e preparato ma non gli passava manco pp’a capa di seguire gli studenti nel corso dei lavori di redazione.

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Ricordo di Aldo Moro PDF Stampa E-mail
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Sabato 28 Giugno 2014 08:44

Aldo Moro nel ricordo di Donato Moro suo cugino

 

a cura di Vittorio Zacchino

 

[ne "Il Titano. Supplemento economico de "Il Galatimo" n. 12 del 26 giugno 2014, p. 36-38. Nella foto qui accanto: Roma 2 aprile 1951: Aldo Moro alle nozze di Donato Moro e Maria Marinari].

 

Dalla babilonia delle mie carte è riemerso inaspettato, e prezioso, un articolo  di Donato Moro scritto sul  del Maggio 1985, dal titolo RICORDO DI ALDO MORO. L’ho riletto, con emozione, trovandoci  l’ennesimo segno di sintonia con Donato e la sua anima bella, soprattutto in questa imminenza del martirio di Aldo. E’ un flashback  sofferto di Donato  da cui traspare il suo profondo legame di autenticità cristiana e di visione  politica e sociale  col suo più illustre cugino.(Altro cugino è stato il cronista sportivo Baldo Moro figlio di zio Lucio e coetaneo di Aldo) Forse la chiave per risalire alle ragioni di un perdurante, sottostimato e poco amato impegno di servus servorum, svolto da Donato Moro  nella Galatina distratta e prevenuta dei suoi anni.

Le riflessioni sul povero Aldo Moro si accompagnano alla messa a  punto delle comuni radici genealogiche, supportate dai ricordi dell’altro cugino, il giudice Alfredo Carlo, fratello di Aldo, che spiegano l’orgoglio della  reciproca  comunanza prosopopaica. (Che potrebbe anche risalire ai Mattheo e Intino lo moro attestati nel Focolario di Galatone del 1572, ma dati per irreperibili, e forse emigrati a Galatina). Probabilmente,il comune ceppo originario tra Donato e Aldo  risultava indigesto a una certa Galatina insofferente dei due Moro, e a un certo Salento becero che ancora oggi grida alla soppressione della Regione Salento “per un ormai accertato accordo Moro-Togliatti”. Una amenità  stucchevole e ricorrente,che viene  rimessa in campo in tempi di elezioni, per vilipendere  la memoria del traditore “ultrabarese” Aldo Moro.  Al quale “ noi dedichiamo piazze e viali”.

Alla vigilia del 36°  tragico anniversario del 9 maggio 1978, credo sia  giusto  riproporre il pezzo del , col corredo di una foto di Aldo Moro, testimone alle Nozze di Donato e Maria Marinari. Il lettore potrà confrontare questa avveduta lucida analisi di filologia politica di Donato Moro sulla politica lungimirante del paziente tessitore, e il sacrificio assurdo di quest’ultimo,  alla luce della recente ricostruzione documentaria di Miguel Gotorin in “ Il Memoriale della Repubblica”  e le ultime rivelazioni della stampa sul cinismo di regime dissepolto dagli archivi (vittorio zacchino).

 

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Un ricordo di Augusto Graziani (1933-2014) PDF Stampa E-mail
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Sabato 10 Maggio 2014 16:17

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di venerdì 9 maggio 2014]

 

Lo scorso 5 gennaio è  morto, nella sua casa di Napoli, Augusto Graziani, uno dei maggiori esponenti del pensiero economico italiano della seconda metà del Novecento. Nato a Napoli il 4 maggio 1933, Graziani si è formato, dopo gli studi alla Facoltà di Giurisprudenza dell’ateneo napoletano, prima alla London School of Economics, sotto la guida di Lionel Robbins e successivamente ad Harvard con Wassili Leontief e Paul Rosentein-Rodan. Collaboratore di Manlio Rossi Doria al Centro di Specializzazione e Ricerche di Portici, Professore di Economia Politica a Catania, poi a Napoli “Federico II” e infine a Roma “La Sapienza”, accademico dei Lincei, dal 1998 al 2001 è stato Presidente della Società Italiana degli Economisti e, dal 1992 al 1994, senatore indipendente del Partito Democratico Sinistra. Ha svolto un’intensa attività divulgativa, essenzialmente finalizzata a criticare le politiche conservatrici di austerità e a proporre misure di ridistribuzione del reddito contestuali a interventi di politica industriale. Ciò nella convinzione – maturata soprattutto nei primi anni settanta – secondo la quale la gestione della politica economica risente profondamente degli interessi contrapposti di classi sociali in conflitto sull’appropriazione del sovrappiù realizzato, ovvero in conflitto sulla determinazione del quanto e cosa produrre. Graziani aveva due doti intellettuali alquanto rare: esponeva le sue teorie con un rigore logico non comune e, al tempo stesso, riusciva a renderle comprensibili anche ai “non addetti ai lavori”,

Lo si ricorda come uomo mite e, al tempo stesso, estremamente combattivo nella difesa delle proprie idee e contro ogni forma di conformismo intellettuale. Graziani ha dato contributi rilevantissimi – riconosciuti in ambito internazionale – principalmente su due linee di ricerca. La prima fa riferimento a una reinterpretazione delle teorie monetarie di Karl Marx, Joseph A. Schumpeter e John M. Keynes e giunge all’elaborazione di un originale schema di funzionamento di un’economia capitalistica noto come teoria del circuito monetario (o teoria monetaria della produzione). La seconda riguarda lo sviluppo dell’economia italiana, in particolare dal secondo Dopoguerra all’ingresso nell’Unione Monetaria Europea. Graziani ha anche incoraggiato studi di Storia del pensiero economico, con particolare riferimento al pensiero economico italiano. La notevole conoscenza dei contributi degli autori del passato gli ha consentito di pubblicare manuali di Macroeconomia e di Microeconomia – che hanno formato almeno due generazioni di economisti – basati su una visione “competitiva” della teoria economica, in base alla quale lo studio delle teorie del passato non è concepibile, per dirla con Schumpeter, come una “visita in soffitta” e in ogni momento storico, esistono teorie economiche (e indicazioni di politica economica) radicalmente contrapposte e non conciliabili, proprio in quanto fondate su ipotesi contrastanti.

Oggi si terrà Lecce (Sala Chirico – Monastero degli Olivetani) un seminario in suo ricordo, dal titolo “Credito e crisi economiche”, organizzato dal Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’Uomo, con interventi di Stefano Figuera (Università di Catania), Guglielmo Forges Davanzati (Universtà del Salento), Giorgio Gattei (Università di Bologna), Vitantonio Gioia (Università del Salento), Emanuele Itta (Università del Salento) e Gennaro Zezza (Università di Cassino e Levy Institute).  L’evento non è stato pensato come commemorazione, né lo si poteva pensare così nel rispetto dell’ammonizione che lo stesso Graziani soleva ripetere, ovvero che la commemorazione di un economista defunto è un’ottima occasione, per chi la fa, per auto-promuoversi. E’ stato pensato, per contro, per due obiettivi: dar conto degli sviluppi più recenti della teoria monetaria della produzione – peraltro attualissima – e presentare a un pubblico ampio, non di soli economisti, riflessioni sul rapporto esistente fra l’operare del sistema bancario e la genesi delle crisi economiche. Sarà anche l’occasione per ricordare un grande intellettuale meridionale, che, come molti altri intellettuali meridionali di quella generazione, ha fornito contributi alla conoscenza scientifica riconosciuti come contributi di massima eccellenza a livello internazionale.

 


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