Sfogliando Galatina: una iniziativa per ripartire
Dopo questi mesi di inattività forzata, l'Università Popolare ha aderito con entusiasmo a una iniziativa del Patto Locale per la Lettura di Galatina, firmando la prima delle passeggiate letterarie... Leggi tutto...
Programma di Dicembre 2019
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Programma di Novembre 2019
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
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Antonio De Viti De Marco, una storia degna di memoria PDF Stampa E-mail
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Domenica 20 Aprile 2014 07:34

L’Università Popolare Aldo Vallone Galatina ricorda il settantesimo anniversario della morte dell’economista di Casamassella

 

Un documentario a cura di Manuela Mosca

 

["Il Galatino" XLVII n. 7 dell'11 aprile 2014, p. 5]

 

Venerdì 28 febbraio 2014 si è svolta, presso il Palazzo della Cultura “Zeffirino Rizzelli”, dove ha sede l’Università Popolare “Aldo Vallone” di Galatina, una lezione tenuta dalla prof.ssa Manuela Mosca e coordinata dal professore Gianluca Virgilio, per celebrare la figura di Antonio de Viti De Marco a settant’anni dalla sua morte sopraggiunta il 1 dicembre del 1943.

Prima di dare la parola alla prof.ssa Mosca, docente di Storia del pensiero economico presso la Facoltà di Economia dell’Università del Salento, intitolata proprio ad Antonio De Viti De Marco, il prof. Virgilio ha voluto ricordare come l’economista di Casamassella fosse molto legato al galatinese Antonio Vallone, per il quale scrisse l’oratio funebris che pronunciò il 19 aprile 1925 e che fu poi pubblicata dalla tipografia “Marra e Lanzi”.

La prof.ssa Mosca ha introdotto il documentario: Antonio De Viti De Marco – Una storia degna di memoria, spiegando i motivi che l’hanno spinta a realizzarlo; primo fra tutti, è stata la volontà di raccogliere la preziosa testimonianza di Emilia Chirilli, italianista, dantista, biografa di De Marco, ma soprattutto ultima persona ad averlo conosciuto direttamente dopo la scomparsa di tutti i suoi discendenti; inoltre, il desiderio di far conoscere De Marco sul piano privato, politico, pubblico e scientifico, considerando il suo operato ed il suo contributo di livello non solo locale, ma nazionale e internazionale. Si è proceduto, quindi, alla visione del documentario con cui si sono ricostruite le tappe più importanti della sua vita a partire dall’infanzia fino al rifiuto del giuramento di fedeltà al fascismo, ripercorse da Emilia Chirilli e da dieci studiosi italiani e stranieri, tra cui il premio Nobel per l’economia James Buchanan.

Abbiamo avuto modo di conoscere i luoghi della sua vita: dalla casa di Casamassella alla tenuta vinicola di Cellino San Marco, all’Università di Roma dove De Marco studiò Giurisprudenza. In particolare, grazie ai racconti di Emilia, si è delineato il profilo privato di questo personaggio che fu un grande economista italiano, deputato combattivo liberale, radicale, democratico ed antiprotezionista.

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Chi era davvero il precario della ricerca morto al Polo Sud - (22 gennaio 2014) PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 22 Gennaio 2014 10:48

["La Stampa" di mercoledì 22 gennaio 2014]

Luigi Michaud aveva 40 anni, una moglie, due figlie. Sui giornali che danno la notizia della sua morte in Antartide, Luigi è etichettato come ricercatore presso l’Università di Messina. Magari. Luigi Michaud non era ricercatore. Se lo fosse stato, in senso burocratico, avrebbe avuto un posto stabile nel mondo della ricerca italiana. Luigi Michaud era un assegnista di ricerca. Un precario. A 40 anni, con due figlie, con decine di lavori scientifici al suo attivo, con una competenza che lo ha portato diverse volte in Antartide, Luigi era ancora un apprendista. Lavorava per quattro soldi, senza una vera prospettiva. Ce ne sono migliaia, come lui. Perché lo fanno? La risposta è solo una: passione senza limiti per la ricerca scientifica. Chi lavora nelle scienze marine, poi, fa questo lavoro (il più bello del mondo) anche a rischio della vita. Nel 1988 ero su un treno, di ritorno dall’Austria, quando strappai il giornale di mano a chi lo stava leggendo, di fronte a me. Così lessi la notizia che il mio amico Bruno Scotto di Carlo, della Stazione Zoologica di Napoli, era morto in un naufragio assieme a Vincenzo Tramontano e Patrizia Mascellaro. E’ diverso quando si leggono i nomi di amici sui giornali che danno queste notizie. Nel 2007 muore il ricercatore Pets Mikhejchik, nel naufragio di una nave da ricerca del CNR. Nel 2009 due ricercatori che lavorano con me erano fuori dalla grotta marina in cui persero la vita i ricercatori Dario Romano e Gaetano Ferruzza. Ho seguito la vicenda al telefono, e ancora mi sveglio, la notte, con l’angoscia di quelle due vite spezzate. Un altro caduto si aggiunge alla lista. Chi lavora in mare sa che il rischio esiste: se dovessimo rimuovere tutti i possibili rischi, ce ne staremmo a casa. In Antartide, poi, ci si va dopo accuratissime visite mediche, e esiste un’organizzazione quasi militare che mette la sicurezza prima di ogni altra cosa. Non sono ammessi scavezzacollo che ignorano le procedure. Certo, non mi posso sostituire a chi dovrà stabilire possibili responsabilità, ma penso che Luigi sia morto per una tragica fatalità.
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La scomparsa di Bruno Gentili PDF Stampa E-mail
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Venerdì 10 Gennaio 2014 16:13

L’8 gennaio è scomparso, all’età di 98 anni, Bruno Gentili. Allievo a Roma di Gennaro Perrotta, ha insegnato letteratura greca a Lecce e poi, per lungo tempo, ad Urbino. Accademico dei Lincei, è stato insignito delle lauree honoris causa a Southampton ed a Madrid.

Nella sua lunga attività (appena l’anno scorso è apparsa la sua ultima fatica, il testo e la traduzione delle Olimpiche di Pindaro, in un volume mondadoriano a cui hanno collaborato anche Carmine Catenacci, Pietro Giannini e Liana Lomento) ha cercato sempre di conciliare le ragioni della filologia con le ragioni della poesia. Educato al gusto del testo poetico da Perrotta, ha superato la lettura puramente estetica di scuola crociana nella direzione di una comprensione globale del testo, dalle sue premesse critico-testuali (sempre perseguite con estremo rigore, ad esempio nelle edizioni critiche di Anacreonte, 1958, Premio Salento, e dei poeti elegiaci greci, 1988 e 2002, in collaborazione con Carlo Prato) alle diverse implicazioni, linguistiche, semantiche, pragmatiche, antropologiche, sociologiche. Ma soprattutto metriche, da lui esplorate non come semplici norme del testo, ma come mezzo per potenziarne il significato. E nella metrica greca ha dato un decisivo contributo, dalla Metrica greca arcaica (1950), dalla Metrica dei Greci (1952) sino all’ultimo Metrica e ritmica. Storia delle forme poetiche nella Grecia antica (2003, in collaborazione con Liana Lomiento, tradotto in inglese), lavori nei quali ha cercato di ricostruire la metrica sulla base delle fonti antiche. Altrettanto incisivo il contributo nello studio della lirica greca arcaica, non nell’ottica deformante della lirica moderna, libresca e solipsistica, ma come fenomeno storico, inserita nel contesto della cultura greca, orale e sociale. Emblematico il volume di Polinnia. Poesia greca arcaica, libro di testo per molte generazioni di studenti liceali, nato in collaborazione con Perrotta nel 1948 e rinnovato con Carmine Catenacci nel 2007; illuminante l’articolo Aspetti del rapporto poeta, committente, uditorio nella lirica corale greca, che staccava il testo poetico dalla autonomia del poeta e lo inseriva in un triangolo che produceva risultati diversi a seconda dei diversi luoghi e diversi momenti storici.

Il modello culturale orale e la dinamica dialettica oralità-scrittura sono stati l’asse portante della sua indagine sulla letteratura greca arcaica e classica, all’interno del quale sono state considerate, in maniera funzionale, le diverse manifestazioni letterarie, dall’epica, alla lirica, alla tragedia, alla storiografia, alla biografia. Una serie di ricerche che hanno trovato adeguata sintesi nei volumi Poesia e pubblico nella Grecia antica (1984, Premio Viareggio, quarta edizione nel 2006, tradotto in inglese e in spagnolo) e Storia e biografia nel pensiero antico (1983, in collaborazione con G. Cerri).

L’ampia prospettiva storica ha informato anche i suoi studi sulla letteratura latina arcaica, vista in stretta connessione con la cultura greca (Storia della letteratura latina, 1976, in collaborazione con E. Pasoli e M. Simonetti; 1987, con L Stupazzini e M. Simonetti); da qui, oltre alle forme metriche, la prassi della contaminatio, esemplata sulle rappresentazioni teatrali antologiche dell’età ellenistica (Lo spettacolo nel mondo antico, 2006 in seconda edizione; La letteratura di Roma arcaica e l’ellenismo, 2005, in collaborazione con G. Cerri).

La sua sensibilità poetica ha avuto modo di manifestarsi, oltre che nella duttile lettura dei testi lirici, nelle traduzioni, in particole di Pindaro (le Olimpiche citate, e, prima ancora le Pitiche, 1995), che cercano di coniugare la precisione filologica con l’eleganza dello stile e la cadenza del verso, per offrire al lettore moderno un leggibile supporto alla comprensione storica.

La necessità di recuperare l’antichità “nella dimensione del nostro tempo” lo ha portato a non trascurare problemi di vasta portata quali il rapporto tra cultura umanistica e cultura scientifica e la funzione dei classici nella società attuale (contributi nel citato Poesia e pubblico).

Non va dimenticata, infine, la sua attività di promotore culturale, che si è esplicata nella fondazione e nella direzione della Rivista Quaderni Urbinati di cultura classica, in diverse collane editoriali, fra cui è da ricordare quella destinata alla pubblicazione delle testimonianze e dei frammenti della lirica greca, e nella fondazione della S.I.S.A.C. (Società Internazionale per lo Studio dell’Antichità Classica).

A conclusione di questa sommaria esposizione dell’attività di Bruno Gentili, piace riportare un pensiero di T. S. Eliot, a lui caro, che sembra adattarsi perfettamente al suo metodo di indagine: “Abbiamo bisogno di un occhio che possa vedere il passato al suo posto con le sue definite differenze dal presente e tuttavia in modo così vivo che esso sia tanto presente a noi come il presente”.


Ricordo di Carlo Ferdinando Russo PDF Stampa E-mail
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Venerdì 27 Settembre 2013 20:38

Il nome di Carlo Ferdinando Russo, spentosi lo scorso 26 luglio a Bari all’età di 91 anni, rimanda soprattutto al bimestrale “Belfagor”, fondato dal padre Luigi Russo ( 1892-1961) nel 1946 e chiuso, ‘per raggiunti limiti d’età’, nel 2012. Pur essendo un filologo classico, formatosi alla scuola di Giorgio Pasquali (la sua fama di filologo è legata soprattutto agli studi sul teatro di Aristofane), Russo aveva seguito fin dall'inizio la vita di ”Belfagor”, tra gli altri avendo accanto, nei primi anni, Nicola De Donno, compagno di studi alla Normale e appena reduce dall'infelice esperienza dell’Armir. Un impegno che lo avrebbe progressivamente assorbito fino alla fine che è pressoché coincisa con quella della rivista.

Russo fu un direttore severo e generoso, pronto alla critica ma anche al consiglio, specie con giovani ai quali non esitava di aprire le pagine di quella rivista che, per la sua storia e per la statura del suo fondatore, incuteva timore e rispetto.

In questo particolare carattere di Russo si rifletteva uno dei tratti distintivi della ‘sua’ rivista: l’apertura;  a sua volta manifestazione essenziale della laicità. Apertura significava non schiacciare l'identità della rivista su nessuna Auctoritas: né politica o culturale, né religiosa o accademica. Su quest'ultimo aspetto, che si potrebbe configurare come una professione di antiaccademismo, va ricordato che esso non era uno sterile atteggiamento snobistico di chi peraltro accademico lo era; quanto invece la conseguenza di una scelta ben precisa, coerente con una storia dai precedenti illustri,  ultimo dei quali era Benedetto Croce. Tenersi fuori dalla logica accademica, infatti, non voleva dire ignorare l'università. Anzi, significava rendere disponibile un polmone capace di sprigionare ‘energie nuove’, di liberare gli spiriti repressi, di dare spazio ad una vis polemica troppo spesso edulcorata.

Era proprio il clima più autentico di “Belfagor“ a consentire a fior di accademici di ritrovare il gusto della polemica e dello scontro aperto senza ipocrisie e infingimenti; con prove che avevano soprattutto nella rubrica ‘noterelle e schermaglie’ il luogo d’elezione. Indimenticabili sono le “Lettere a Belfagor” scritte a partire dal 1986 da Gianmatteo del Brica (Giulio Ferroni), poi continuate dal Dottor Dappertutto (Remo Cesarani) e infine le ‘noterelle’ avviate da Mario Isnenghi fin dal 1994 e continuate fino al 2012, che costituiscono un vero e proprio diario etico-politico dell'Italia presente. Ma da questo punto di vista l'esempio più rilevante è offerto da una figura oggi pressoché dimenticata, quella di Sebastiano Timpanaro. Proprio sulle pagine di “Belfagor”  apparvero alcuni dei saggi poi confluiti nel volume Sul materialismo, come anche le stimolanti pagine di Antileopardiani e neomoderati e poi una quantità di saggi, note, recensioni, postille che ne avevano fatto, a un certo punto, una personalità centrale della rivista.

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Aldo de Bernart, in memoria PDF Stampa E-mail
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Venerdì 23 Agosto 2013 08:25

[in  “NuovAlba”, Parabita,  agosto 2013]

 

Pronuncia sempre con riverenza questo nome – maestro – che dopo quello di padre, è il più nobile, il più dolce

nome che possa dare un uomo a un altro uomo.

Edmondo De AmicisCuore, 1886

 

 

Ancora qualcuno, degli amici più giovani o a lui più  lontani, mi chiede incredulo: “Ma è vero, il professore de Bernart è scomparso?”.  E’ passato qualche mese dalla dipartita di Aldo de Bernart ma il vuoto che ha lasciato in chi, come me, lo ha conosciuto, frequentato, amato, è incolmabile. Il 1° marzo 2013 il maestro de Bernart è passato nel mondo dei più, seguendo di circa un anno, la sua compagna di vita, donna Maria Pia Castriota Scanderbeg. Gli amici e tutti collaboratori si sono stretti attorno alla sua famiglia, la figlia Aida ed il figlio Mario, e la comunità salentina di studi umanistici è rimasta orfana  di così alto nobile esempio. Noblesse oblige, mi veniva da dire spesso, pensando al caro Aldo, ma nel suo caso questa non era una formula vuota o di circostanza, ma manifesto di vita di chi aveva fatto dell’eleganza e dell’aristocrazia dei modi il proprio tratto distintivo. Quando se ne va un personaggio del calibro di de Bernart, capita spesso di fare solenni encomi pubblici,  caricando di retorica i propri interventi, facendosi prendere, pure in buona fede, dall’enfasi che trasporta anche chi, in genere, mantiene uno stile severo e sorvegliato. L’aggettivo più usato negli interventi fatti nelle immediatezze della scomparsa è stato: maestro.  E quale miglior aggettivo può riassumere la missione di una vita, l’alto magistero che de Bernart ha portato in tutti i consessi, negli studi, nei convegni, ed anche negli incontri informali nei quali si trovava? Egli si è guadagnato sul campo la stima e finanche la riverenza  perché, oltre a sapere molto per avere tanto studiato, fino all’ultimo continuava ad imparare. E credo che sia proprio questo a trasformare un  insegnante elementare in guida spirituale ed esempio da seguire, ovvero  un “maestro” in un “Maestro” .

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