Sfogliando Galatina: una iniziativa per ripartire
Dopo questi mesi di inattività forzata, l'Università Popolare ha aderito con entusiasmo a una iniziativa del Patto Locale per la Lettura di Galatina, firmando la prima delle passeggiate letterarie... Leggi tutto...
Riconvocazione Assemblea dei soci ed elezioni
Riconvocazione Assemblea dei soci ed elezioni Dopo questo lungo periodo di forzata inattività, il Consiglio Direttivo ha trovato, grazie alla disponibilità dell’Amministrazione Comunale, la sede... Leggi tutto...
Nuova sospensione delle attività
La presenza di casi di coronavirus sul territorio di Galatina e l'ordinanza di chiusura delle scuole emanata dal sindaco ci hanno consigliato un ulteriore consulto medico dal quale è emersa ... Leggi tutto...
Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
Dopo un consulto medico, il Consiglio Direttivo ha deciso di riprendere le attività lunedì 2 marzo alle ore 18, con la conferenza del prof. Mario Graziuso “L’ultima rappresentazione sacra del... Leggi tutto...
Sospensione attività in via precauzionale
Avviso sospensione attività Pur in assenza di casi accertati di coronavirus, nella regione Puglia sono sconsigliati (anche se non ancora formalmente vietati) gli assembramenti di persone. Per questo... Leggi tutto...
In memoria di Piero Manni, editore
Da qualche giorno il Salento e il mondo della cultura sono più poveri: il 22... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Necrologi e Ricordi
Congedo da Roversi PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Massimiliano Martines   
Domenica 23 Settembre 2012 21:13

C'è un rapporto ineludibile tra ciò che si è e le persone che hanno abitato la propria vita. Negare questo vorrebbe dire opporsi all'evidenza ontologica delle cose. Non siamo stati generati da un solo ventre, il destino si scrive giorno per giorno, la nostra esistenza è un cane che stancamente o rabbiosamente o entusiasticamente o per inerzia, spinge il muso negli anfratti del mondo che gli è dato esplorare. La circostanzialità scandisce il ritmo della conoscenza e dell'affettività. La libertà di scegliere se stessi o sciogliersi dai lacci non è un'opzione sempre percorribile. Chi nasce in regioni dove questa possibilità è negata a priori, fatica più di altri a emergere dalla palude dei mostri e dal suo terrificante regno.

Eppure c'è un luogo dove tutto è possibile: il pensiero scuce, slabbra, rivolge, vola, spande, sfugge, scava, sorprende, ...

La realtà in cui si cresce risulta sempre invisa, la peggiore in cui si crede di essere venuti alla luce. Ognuno sarebbe voluto nascere in un luogo diverso e in un altro desidererebbe trascorrere i propri giorni. Da qui un fiorire di frasi fatte e mezze verità. Poi arriva il momento dei commiati definitivi, le anime evaporano dai corpi e le persone care, in un attimo estinte, ci ricordano ciò che abbiamo perduto, una parte di noi si dilegua con loro. Ci si sente meno solidi e più soli, ma è un'apparenza, una fantasmagoria della materia che mangia materia. Noi non siamo la somma aritmetica che crediamo di essere, bensì fattori che non si risolvono, che si moltiplicano all'infinito. Prendere coscienza di questo significa smettere di azzannare e scannare, di smangiucchiare e razionare i pasti, finalmente ci si può lasciare smorzicare dagli altri, moltiplicarsi nei ventri, rinascere in tanti per non morire in uno.

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Per Orazio Bianco: come un ‘classico’, un uomo che non ‘può’ andare via PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Carlo Alberto Augieri   
Giovedì 12 Aprile 2012 06:18

[Pubblicato nel “Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 11 aprile 2012 col titolo Bianco: il latinista della modernità]

 

Orazio Bianco non è più. Vive nel ‘celato’ del Cielo. Vivrà sempre tra noi nel ‘discorso’ della scrittura, così come nella storia dell’Università del Salento, nella cui Facoltà di Lettere e Filosofia ha iniziato ad insegnare come Professore incaricato in Lingua e Letteratura Latina e Greca sin dall’a.a. 1967-68; successivamente in qualità di Professore Ordinario di Letteratura Latina, a cominciare dal 1976.

Ho sempre ammirato di Lui la capacità di leggere i testi latini con un’attrezzatura critica aggiornata alla modernità metodologica: lettore diacronicamente ‘contemporaneo’, dunque, che ha saputo cogliere negli autori del passato classico ciò che il presente di comprensione si chiede e può significare dentro il tragitto lungo del senso delle parole, così come degli stili narranti. Con i quali ciò che è stato rappresentato non diventa patrimonio da ereditare, ma forma vivente con cui continuiamo a rappresentarci come personaggi riconoscenti, riconoscibili nelle immagini con cui la letteratura già ‘aurorava’ una condizione umana che la storia avrebbe accolto come impegno di compimento, ritrovando nel sapere il disegno di una traccia, il tracciato di una delineazione.

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Per Vincenzo Consolo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Antonio Errico   
Martedì 31 Gennaio 2012 07:13

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di sabato 28 gennaio 2012]

 

Si è così sciocchi, a volte, da pensare che i miti non possano morire. Per questo qualche giorno fa sono rimasto frastornato alla notizia che Vincenzo Consolo era morto. Lessi “Il sorriso dell’ignoto marinaio” nell’’84, al militare, nottetempo, negli intervalli fra due turni di guardia sull’altana. Mi stregò quel linguaggio emerso dalle profondità della memoria, il risultato di combinazioni sapienti di lessico e di forme, regolato nel suo scorrimento da un ritmo interiore, naturale come il respiro, la pulsione del sangue.

Poi lo conobbi a Roma, nei primi anni Novanta. Qualche anno fa ci rivedemmo a Lecce, per la presentazione di un suo libro. Piccolo uomo, di poche parole. Scrittore fantastico. Diceva che ci sono due modi di essere scrittore: uno di tipo logico-razionale, di pensiero, e l’altro di tipo irrazionale-intuitivo, di sentimento. Lui è stato uno scrittore di sentimento. Dalla “ Ferita dell’aprile” in poi, ha scritto con un linguaggio che è una sorta di territorio compreso tra dimensione archetipica e invenzione; la sua sonorità e il suo ritmo sono preesistenti all’espressione, appartengono ad una sensibilità e ad un pensiero che percepiscono il mondo attraverso il suono, che stabiliscono analogie e differenze confrontando i suoni e i ritmi prodotti dall’universo esteriore e interiore. Il significato viene dopo, quando al suono percepito si associa un elemento della cultura, quando il ritmo viene riempito di storia, di memoria.

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Addio ad Aldo Bello, cronista dei fatti del mondo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Antonio Errico   
Venerdì 30 Dicembre 2011 09:24

[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, 28 dicembre 2011]

 

Date dieci righe in cronaca senza commenti. Così avrebbe detto. I commenti non servono mai e meno che mai davanti alla morte. Aldo Bello era un giornalista puro. Uno di quelli per i quali l’unica cosa che conta sono i fatti, perchè i fatti servono a comprendere la Storia e gli uomini che si agitano dentro di essa.

Classe ’37, se n’è andato ieri, in un ospedale di Roma, dove viveva da quando a diciott’anni lasciò Galatina per inseguire il sogno dei giornali. Studia Lettere moderne con Sapegno, Ungaretti, Chabod.

Avevo dieci anni quando ascoltavo alla radio i suoi reportages. Lo conobbi a ventisei, a Lecce, davanti al bar Alvino, con Antonio Verri, una mattina d’aprile che pioveva.

Non mi invitò a collaborare a “Sud Puglia”; me lo impose. A quella rivista, che poi si sarebbe chiamata “Apulia”, Aldo Bello era legato  forse molto di più di quanto lo fosse ad altre esperienze. Dopo aver lavorato al “Giornale d’Italia”, al “Globo”, all’ “Opinione”, arriva in Rai nel Sessantacinque. Per quindici anni fa l’inviato speciale sui fronti di tutto il mondo. Segue la guerra Iran-Iraq, quella del Golfo, i sommovimenti integralisti nelle terre arabe, in Egitto, in Sudan, nel Centroafrica, in Algeria e in Marocco. Fa il capo redattore dei servizi speciali del Gr1, il direttore di Televideo e della televisione di San Marino.

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Ricordo di Ennio Bonea PDF Stampa E-mail
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Scritto da Augusto Benemeglio   
Mercoledì 31 Agosto 2011 08:28

[col titolo "Ho cercato altri cieli" di Ennio Bonea in Ritratti salentini e gallipolini, I poeti dell'"Uomo e il Mare", Gallipoli, 2008, pp. 54-56]

 

Ennio Bonea se ne è andato a cercare “altri cieli”, si è voltato su un fianco, quietamente, al dolce rotolare d’una lama di maretta, e ha detto “amen”. Si è spento all’alba del 12 dicembre 2006 , in un clima natalizio vieto, tutto vetrine torroni e panettoni, in una Lecce “globalizzata”, capricciosa, fatua e indifferente, nulla a che vedere con la sua Lecce, che aveva conosciuto e amato come sua patria d’elezione, in cui si era immerso come un palombaro, negli odori di altri inverni fuggitivi, con le arance, i fichi secchi, il timo e il rosmarino, e le piramidi di noci, le geometrie colorate dei giardini di limoni e mandarini,  in quel fresco umidore delle corti, in quel senso di cielo e di libertà che sono proprie della sua gente, la gente della Magna Grecia, pur negli spazi dolorosi della miseria e del disincanto. Al “vecchio”  professore universitario, e grande umanista, era stato  appena conferito il premio “Il Sallentino”  “per la sua coerente, lunga e prestigiosa carriera di critico letterario, caratterizzata dal forte radicamento identitario della cultura salentina”, e mai motivazione fu più azzeccata. Nel Salento, nella sua storia e nei suoi misteri, Bonea vi si era come arrotolato, avvoltolato, avviluppato, oserei dire intrappolato, aveva scoperto il segreto interno della rosa del Sud, Lecce, città di miele, città gentile dal meraviglioso labbro chiuso, metà romana e metà arabo-bizantina, che sa parlare solo a chi sa ascoltare, nelle sue chiese, nei vicoli, negli archi e nei fornici, nelle mura antiche, aveva spaziato nella luce, tra i dadi di calci viva e le spiagge d’oro, dietro i muretti bruciati da un’estate senza scampo, tra gli uliveti scialbati dalle brode del libeccio, rasciugati dalla solitudine, aveva lì sognato un avvenire pieno di speranze, col suo cuore grande e generoso, sempre severo, coerente, irto, spinoso anche, e pur dolce come il fico d’india.

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