Programma maggio 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Maggio 2022 Mercoledì 4 maggio, ore 18:30, Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse: dott. Massimo Graziuso,... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
Convocazione Assemblea dei Soci   L’Assemblea dei Soci è convocata nella Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse venerdì 22 aprile alle ore 16,00 in prima convocazione e 17,00 in... Leggi tutto...
Programma Aprile 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Aprile 2022 ●       Venerdì 1 aprile, ore 17:00, Officine di Placetelling - L’Università del Salento... Leggi tutto...
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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
Venerdì 22 ottobre alle ore 18:00, nell’ex Convento delle Clarisse in piazza Galluccio, avrà luogo l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare “Aldo Vallone”:... Leggi tutto...
A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
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Necrologi e Ricordi
Ricordo di Gino Pisanò PDF Stampa E-mail
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Lunedì 01 Aprile 2013 18:31

Gino Pisanò si è spento a San Giovanni Rotondo il 18 marzo 2013, all’età di sessantacinque anni (era nato a Casarano il 26 giugno 1947), dopo una lunga malattia.

Quando se ne va un uomo della levatura di Gino Pisanò, le persone tra cui egli lavorò si sentono impoverite perché hanno perso un punto di riferimento culturale importante e difficilmente sostituibile. Uomini di scuola, intellettuali, studiosi, ma anche tutti quelli che ebbero modo di seguirne la lezione in pubblici consessi e di apprezzarne il garbo dell’eloquio, la sobrietà dei gesti e l’amabilità dei modi, e tanto più coloro che ebbero il privilegio di frequentarlo e di conoscerne le virtù morali, si sentono orfani e hanno bisogno di tempo per elaborare il lutto. Allora, anche un breve necrologio può servire. Una vita spesa nello studio, nella ricerca, nell’insegnamento e nella divulgazione da un giorno all’altro scompare. Rimangono le opere, il ricordo. I Salentini ricordano con affetto Gino, oltre che per la sua dottrina, per la sua affabilità, che tra i dotti, dove spesso vige la boria, è virtù rara ed inestimabile. Ne ho fatto esperienza io stesso quando mi è capitato di contattare l’amico per invitarlo a tenere una lezione presso l’Università Popolare “Aldo Vallone” di Galatina. La sua affabilità si traduceva non in semplici modi gentili, ma nella pronta disponibilità a venire a Galatina per incontrare gli amici, a cui avrebbe parlato della “Vita Nuova” di Dante o della poesia di Giuseppe Greco. Ho citato due sue belle lezioni, tra le ultime da lui effettivamente tenute, che oggi si possono seguire nei video del sito dell’Università Popolare (www.unigalatina.it), per dire anche quale apertura avesse la cultura di Gino, che gli consentiva l’approccio con eguale passione e competenza al grande poeta fiorentino come all’amico poeta dialettale di Parabita. L’ultima lezione che avevamo concordato riguardava le biblioteche nel Medioevo, con una giunta relativa alle biblioteche salentine. Avrebbe dovuto tenerla nel maggio scorso, ma mi telefonò da San Giovanni Rotondo per dirmi che dovevamo rimandarla a data da destinarsi per via del suo cattivo stato di salute. Era preoccupato di darmi un incomodo e di deludere gli amici di Galatina, ma io lo rassicurai dicendogli che avremmo programmato la lezione non appena si fosse sentito bene. Così ci lasciammo, pensando alle cose da fare. Purtroppo certi mali non perdonano. A noi non rimane che ricordare l’amico scomparso e, d’ora in avanti, studiarne l’opera.


Congedo da Roversi PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Domenica 23 Settembre 2012 21:13

C'è un rapporto ineludibile tra ciò che si è e le persone che hanno abitato la propria vita. Negare questo vorrebbe dire opporsi all'evidenza ontologica delle cose. Non siamo stati generati da un solo ventre, il destino si scrive giorno per giorno, la nostra esistenza è un cane che stancamente o rabbiosamente o entusiasticamente o per inerzia, spinge il muso negli anfratti del mondo che gli è dato esplorare. La circostanzialità scandisce il ritmo della conoscenza e dell'affettività. La libertà di scegliere se stessi o sciogliersi dai lacci non è un'opzione sempre percorribile. Chi nasce in regioni dove questa possibilità è negata a priori, fatica più di altri a emergere dalla palude dei mostri e dal suo terrificante regno.

Eppure c'è un luogo dove tutto è possibile: il pensiero scuce, slabbra, rivolge, vola, spande, sfugge, scava, sorprende, ...

La realtà in cui si cresce risulta sempre invisa, la peggiore in cui si crede di essere venuti alla luce. Ognuno sarebbe voluto nascere in un luogo diverso e in un altro desidererebbe trascorrere i propri giorni. Da qui un fiorire di frasi fatte e mezze verità. Poi arriva il momento dei commiati definitivi, le anime evaporano dai corpi e le persone care, in un attimo estinte, ci ricordano ciò che abbiamo perduto, una parte di noi si dilegua con loro. Ci si sente meno solidi e più soli, ma è un'apparenza, una fantasmagoria della materia che mangia materia. Noi non siamo la somma aritmetica che crediamo di essere, bensì fattori che non si risolvono, che si moltiplicano all'infinito. Prendere coscienza di questo significa smettere di azzannare e scannare, di smangiucchiare e razionare i pasti, finalmente ci si può lasciare smorzicare dagli altri, moltiplicarsi nei ventri, rinascere in tanti per non morire in uno.

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Per Orazio Bianco: come un ‘classico’, un uomo che non ‘può’ andare via PDF Stampa E-mail
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Giovedì 12 Aprile 2012 06:18

[Pubblicato nel “Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 11 aprile 2012 col titolo Bianco: il latinista della modernità]

 

Orazio Bianco non è più. Vive nel ‘celato’ del Cielo. Vivrà sempre tra noi nel ‘discorso’ della scrittura, così come nella storia dell’Università del Salento, nella cui Facoltà di Lettere e Filosofia ha iniziato ad insegnare come Professore incaricato in Lingua e Letteratura Latina e Greca sin dall’a.a. 1967-68; successivamente in qualità di Professore Ordinario di Letteratura Latina, a cominciare dal 1976.

Ho sempre ammirato di Lui la capacità di leggere i testi latini con un’attrezzatura critica aggiornata alla modernità metodologica: lettore diacronicamente ‘contemporaneo’, dunque, che ha saputo cogliere negli autori del passato classico ciò che il presente di comprensione si chiede e può significare dentro il tragitto lungo del senso delle parole, così come degli stili narranti. Con i quali ciò che è stato rappresentato non diventa patrimonio da ereditare, ma forma vivente con cui continuiamo a rappresentarci come personaggi riconoscenti, riconoscibili nelle immagini con cui la letteratura già ‘aurorava’ una condizione umana che la storia avrebbe accolto come impegno di compimento, ritrovando nel sapere il disegno di una traccia, il tracciato di una delineazione.

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Per Vincenzo Consolo PDF Stampa E-mail
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Martedì 31 Gennaio 2012 07:13

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di sabato 28 gennaio 2012]

 

Si è così sciocchi, a volte, da pensare che i miti non possano morire. Per questo qualche giorno fa sono rimasto frastornato alla notizia che Vincenzo Consolo era morto. Lessi “Il sorriso dell’ignoto marinaio” nell’’84, al militare, nottetempo, negli intervalli fra due turni di guardia sull’altana. Mi stregò quel linguaggio emerso dalle profondità della memoria, il risultato di combinazioni sapienti di lessico e di forme, regolato nel suo scorrimento da un ritmo interiore, naturale come il respiro, la pulsione del sangue.

Poi lo conobbi a Roma, nei primi anni Novanta. Qualche anno fa ci rivedemmo a Lecce, per la presentazione di un suo libro. Piccolo uomo, di poche parole. Scrittore fantastico. Diceva che ci sono due modi di essere scrittore: uno di tipo logico-razionale, di pensiero, e l’altro di tipo irrazionale-intuitivo, di sentimento. Lui è stato uno scrittore di sentimento. Dalla “ Ferita dell’aprile” in poi, ha scritto con un linguaggio che è una sorta di territorio compreso tra dimensione archetipica e invenzione; la sua sonorità e il suo ritmo sono preesistenti all’espressione, appartengono ad una sensibilità e ad un pensiero che percepiscono il mondo attraverso il suono, che stabiliscono analogie e differenze confrontando i suoni e i ritmi prodotti dall’universo esteriore e interiore. Il significato viene dopo, quando al suono percepito si associa un elemento della cultura, quando il ritmo viene riempito di storia, di memoria.

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Addio ad Aldo Bello, cronista dei fatti del mondo PDF Stampa E-mail
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Venerdì 30 Dicembre 2011 09:24

[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, 28 dicembre 2011]

 

Date dieci righe in cronaca senza commenti. Così avrebbe detto. I commenti non servono mai e meno che mai davanti alla morte. Aldo Bello era un giornalista puro. Uno di quelli per i quali l’unica cosa che conta sono i fatti, perchè i fatti servono a comprendere la Storia e gli uomini che si agitano dentro di essa.

Classe ’37, se n’è andato ieri, in un ospedale di Roma, dove viveva da quando a diciott’anni lasciò Galatina per inseguire il sogno dei giornali. Studia Lettere moderne con Sapegno, Ungaretti, Chabod.

Avevo dieci anni quando ascoltavo alla radio i suoi reportages. Lo conobbi a ventisei, a Lecce, davanti al bar Alvino, con Antonio Verri, una mattina d’aprile che pioveva.

Non mi invitò a collaborare a “Sud Puglia”; me lo impose. A quella rivista, che poi si sarebbe chiamata “Apulia”, Aldo Bello era legato  forse molto di più di quanto lo fosse ad altre esperienze. Dopo aver lavorato al “Giornale d’Italia”, al “Globo”, all’ “Opinione”, arriva in Rai nel Sessantacinque. Per quindici anni fa l’inviato speciale sui fronti di tutto il mondo. Segue la guerra Iran-Iraq, quella del Golfo, i sommovimenti integralisti nelle terre arabe, in Egitto, in Sudan, nel Centroafrica, in Algeria e in Marocco. Fa il capo redattore dei servizi speciali del Gr1, il direttore di Televideo e della televisione di San Marino.

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