Nuova sospensione delle attività
La presenza di casi di coronavirus sul territorio di Galatina e l'ordinanza di chiusura delle scuole emanata dal sindaco ci hanno consigliato un ulteriore consulto medico dal quale è emersa ... Leggi tutto...
Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
Dopo un consulto medico, il Consiglio Direttivo ha deciso di riprendere le attività lunedì 2 marzo alle ore 18, con la conferenza del prof. Mario Graziuso “L’ultima rappresentazione sacra del... Leggi tutto...
Sospensione attività in via precauzionale
Avviso sospensione attività Pur in assenza di casi accertati di coronavirus, nella regione Puglia sono sconsigliati (anche se non ancora formalmente vietati) gli assembramenti di persone. Per questo... Leggi tutto...
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo dell’Università Popolare A. Vallone di Galatina (in ordine alfabetico)   1 Bozzetti Maria Rita, nata a Roma 2.Campa Antonio nato a Galatina (Le) 3 Diso... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
Sulla base di quanto deliberato durante l'ultima Assemblea, giovedì 27 febbraio 2020 si procederà alle elezioni del nuovo Consiglio Direttivo e all'approvazione delle modifiche dello Statuto. Si... Leggi tutto...
In memoria di Piero Manni, editore
Da qualche giorno il Salento e il mondo della cultura sono più poveri: il 22... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
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Necrologi e Ricordi
Per Gino Pisanò PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Marco Leone   
Lunedì 21 Marzo 2016 07:07

[Intervento letto il 18 marzo 2016 a Casarano, in occasione del terzo anniversario della scomparsa di Gino Pisanò e dell’intestazione a suo nome dell’auditorium comunale.]


Ci sono due modalità di conoscere gli uomini, l’una avviene attraverso diretti rapporti interpersonali, l’altra per vie mediate. A questa seconda modalità risale la mia prima conoscenza di Gino Pisanò, il cui nome incontrai per la prima volta alla fine degli anni Novanta, quando ero ancora dottorando di ricerca, grazie alla lettura del suo libro forse più importante, Seicento letterario in Terra d’Otranto, pubblicato dall’Editore Congedo di Galatina qualche anno prima, nel 1993. In quel tempo non conoscevo ancora Gino Pisanò di persona e stavo preparando la mia tesi dottorale su tematiche barocche, legate per molti aspetti alla zona geoculturale del Salento. Il libro ‘barocco’ di Pisanò mi fornì un utilissimo spaccato su autori e testi, con i quali ero entrato in contatto lavorando alla mia tesi. Si tratta di un libro di cui apprezzai da subito la solida erudizione, mai tuttavia asfittica o pedantesca, la ricchezza di notizie anche minuziose, la capacità di inquadrare micro-fenomeni letterari in prospettive culturali più larghe, le ricerche di prima mano su fonti archivistiche e documentali riguardo a un ambito che solo il compianto Gino Rizzo, prima di Pisanò, aveva cominciato a esplorare. Fu, dunque, una esperienza di lettura interessante e proficua, che anticipò la conoscenza personale dello studioso, avvenuta quando incominciai a interessarmi, nella scia delle mie indagini per la tesi dottorale, di un poeta barocco in latino d’area salentina, Girolamo Cicala. Era stato proprio Pisanò, infatti, a dedicare il primo studio moderno e sistematico al Cicala, autore di Carmina ispirati a una singolare forma di marinismo latinizzato, fra tradizione classicistica e rielaborazione modernista. Questo suo studio, compreso in Seicento letterario in Terra d’Otranto, ha costituito poi la base imprescindibile e fondamentale per la mia edizione dei Carmina cicaliani. Fu proprio durante la preparazione di questa edizione e soprattutto dopo la sua pubblicazione, che i miei rapporti con Pisanò divennero, da virtuali, concreti, anche perché nel corso degli anni successivi ebbi modo di incontrare Pisanò in occasione di numerosi convegni e seminari: il suo vasto sapere enciclopedico, generalista e interdisciplinare (mai disordinato, ma sempre rigoroso), svariante dalla grecità sino alla letteratura contemporanea oltre ogni ristretto e rigido steccato disciplinare, gli consentiva, infatti, di presenziare a incontri di vario genere e di diversa natura, nel corso dei quali egli era sempre in grado di fornire e il suo contributo puntuale e prezioso.

Dal punto di vista metodologico, la sua visuale delle vicende culturali era di lunga durata e dentro questa visuale entrava a pieno titolo anche la sua attenzione per la cultura barocca, peculiarmente esaminata, come nel caso del Cicala, dal versante ‘moderato’ più che da quello innovatore e ritenuta in qualche modo, per questo, un prolungamento, sia pure manipolativo e rivisitato, della tradizione letteraria. Una simile concezione del barocco discendeva a Pisanò dalla sua formazione classicistica, quella stessa formazione che aveva stimolato l’interesse per un poeta in latino periferico e, sino al suo studio, quasi fantasmatico, ma molto significativo, perché con la sua poesia testimoniava la persistenza di una feconda stagione di letteratura italiana in latino, più tarda rispetto all’epoca umanistico-rinascimentale, e una diversa e originale declinazione del modello mariniano.

In ciascuno di questi incontri Gino Pisanò non mancava di chiedermi informazioni sullo stato e sui progressi del mio impegno editoriale, ansioso com’era di vedere risultati concreti su uno scrittore del quale aveva aperto pioneristicamente e meritoriamente la via della conoscenza.  Ogni incontro si tramutava così anche in una paterna esortazione o in un sincero incoraggiamento a proseguire in un lavoro certamente non semplice, perché Pisanò era perfettamente consapevole della complessità di quell’autore e di quei testi. L’edizione del Cicala è apparsa poi quando Gino Pisanò si era purtroppo già ammalato. Assecondando una sua esplicita richiesta, ero stato ovviamente ben contento di fargliene recapitare una copia, per il tramite del comune amico Fabio D’Astore, e Gino Pisanò rispose al mio dono questa volta con una lettera, benevola e generosa, che conservo gelosamente e dalla quale traspare, oltre alla soddisfazione per l’obiettivo finalmente raggiunto, soprattutto una schietta e cordiale affabilità, una sua precipua nota caratteriale che si è sempre più acuita e accresciuta nello scorcio finale della sua esistenza. Nonostante che la malattia avanzasse inesorabilmente, Pisanò si propose di presentare, con mio grande compiacimento, l’edizione del Cicala: stava lavorando a questo appuntamento, già calendarizzato, con l’abituale dedizione, però poi il peggioramento delle sue condizioni di salute gli impedì di portare a termine il suo proposito. Mi telefonò per comunicarmi il suo rammarico, che era anche il mio: lo fece con la signorilità e con la eleganza che lo contraddistinguevano di consueto. Fu l’ultima volta che ebbi la possibilità di parlargli, anche perché la presentazione dell’altro suo più recente volume, Studi di italianistica fra Salento e Italia secc. XV-XX, a cui pure avrei dovuto partecipare come relatore, fu purtroppo annullata, a pochi giorni dalla data fissata, a causa della sopraggiunta morte. Si può dire così che il mio rapporto con Gino Pisano si sia concluso così come era iniziato, nel nome di un ignoto poeta latino di età barocca e nel segno di una condivisione di interessi letterari che alla fine si è trasformata col tempo, per mia fortuna, anche in una corrispondenza umana e amicale.


Mario Marti e il Salento PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Marco Leone   
Domenica 28 Febbraio 2016 07:48

[in "Presenza taurisanese"  anno XXXIV n. 2 - febbraio 2016, p. 6.]

 

È già trascorso un anno, oramai, dalla scomparsa di Mario Marti, avvenuta il 4 febbraio del 2015. Immediatamente a ridosso della sua morte, e nel periodo successivo, non sono mancate occasioniper celebrarne la figura, l’opera, gli studi e anche ora, in vista del triste anniversario, sono in programmazione varie iniziative commemorative, a conferma che il ricordo di Marti è vivo e non accenna affatto a sbiadire. Quando Gigi Montonato mi ha chiestodi scrivere di Mario Marti per la sua rivista, ho accettato dunque con piacere, ma anche timoroso di ripetermi eben consapevole che il genere necrologico, già di per sé convenzionale ed enfatico, può diventarlo ancora di più, se applicato a un uomo e a uno studioso come Marti. E allora, poiché il pericolo di edulcorazioni agiografiche o repliche scontate è sempre dietro l’angolo, sarà meglio concentrarsi su dati oggettivi, certi, veridici, secondo un approccio cheforse non sarebbe dispiaciuto all’illustre defunto, per stilareuna sorta di bilancio in tre punti, assolutamente parziale eprovvisorio,dell’impatto che l’opera e l’attività di Marti hanno avuto sulla cultura, non solo accademica, d’area salentina.

1)  Va preliminarmente precisato che si è trattato di un impatto con ricadute forti e radicalmente innovative, anche se talvolta depotenziato da eventi e circostanze nonriconducibili alla diretta responsabilità dello studioso. Come è noto, Marti è stato il fondatore di un indirizzo di storiografia letteraria, teso alla riscoperta e alla valorizzazione di autori e opere (talora di primo piano) di Terra d’Otranto, elaborato in continuità con la scuola salentina erudita di secondo Ottocento, ma su presupposti metodologici profondamente diversi e totalmente aggiornati. La zona della letteratura regionale non è più, infatti, oggetto di rivendicazione municipalistica, ma campo di applicazione di consapevoli e robuste direttrici metodologiche di impianto filologico-storicistico, non disgiunte dall’esame dei dati formali e stilistici dei testi e miratea rivalutare la reale identità di questa letteratura, sullo sfondo di questioni cruciali sapientemente affrontate e risolte: il rapporto maggiore-minore e quello fra centro e periferia, fra regione e nazione, nel solco della riflessione, positivista prima e dionisottiana poi, riguardoal policentrismo della tradizione letteraria italiana. Sono problemi ben noti, sui quali è superfluo soffermarsi oltre, mentre è invece opportuno sottolineare che Marti avvia questa sua linea storiografica, per così dire, controcorrente, pur avendo alle spalle l’autorevole esempio di Dionisotti e le specifiche tendenze della critica letteraria coeva, in una stagione culturale in cui sul piano locale si guardava ancora con diffidenza a simili operazioni, avvertitecome retrograde e conservatrici. Anche se non mancano luoghi di codificazione teorica (soprattutto i libriCritica letteraria come filologia integrale eDalla regione per la nazione), i principi metodologici di questa linea storiografica scaturiscono soprattutto dall’analisi sulla concreta fenomenologia letteraria dei minori, quasi che questi studi (saggi ed edizioni), e non quelli sui grandi autori, abbiano costituito per Marti una specie di laboratorio ideale per l’individuazione diprecisi criteri di orientamento. Il frutto più significativo di questo filone di ricerca è rappresentato dai volumi della “Biblioteca salentina di cultura”, poi divenuta, con il cambio di editore, “Biblioteca di scrittori salentini”, un’impresa notevole nel panorama della storiografia letteraria di secondo Novecento, che non conta molte altre operazioni di analoga complessità in riferimento alle letterature d’ambito regionale: oltre venti volumi e decine di autori e di testi riportati alla luce secondo norme di rigorosa scientificità, dopo un vero e proprio scavo filologico.

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Quel che posso dire... 15. Ricordo del mio professore Cesare Questa PDF Stampa E-mail
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Scritto da Gianluca Virgilio   
Mercoledì 24 Febbraio 2016 11:58

[Il  4 febbraio 2016 è scomparso all’età di 82 anni Cesare Questa, professore di Lingua e letteratura latina dell’Università di Urbino. Questo articolo è comparso ne "Il Galatino" anno XLIX n. 7 del 15 aprile 2016, p. 4.]

 

Faceva lezione in un seminterrato di un vecchio palazzo in via Veterani, in un’aula senza finestre, dove egli discendeva dal secondo piano dell’edificio in cui era allogato il suo studio con annessa biblioteca. Lì lo aspettavamo due volte la settimana, di pomeriggio, dopo aver lasciato dietro di noi, per strada, sotto il cielo plumbeo di Urbino, palazzi e vie immersi nella nebbia.

Le lezioni del professor Cesare Questa, tanto erudite quanto divaganti, avevano un potere attrattivo ed emulativo fortissimo.  Erudizione come premessa di un sapere certo e frutto di una connaturata curiositas, divagazione come elemento necessario della complessità dei fenomeni letterari antichi e moderni, approfondimento e scavo filologico e storico, non deragliamento, errore, svagamento, vaniloquio.

Non eravamo mai in molti alle lezioni di Lingua e letteratura latina, quindici, venti persone, verso la fine del corso anche meno. Una volta ci portò nel suo studio per donarci alcune copie non rilegate di Numeri innumeri, ch’egli in tipografia aveva salvato dal macero, pensando bene di utilizzarle in questo modo. Questo deve essere accaduto alla fine del 1984 o ai primi del 1985, perché la prima edizione di quel libro è datata gennaio 1985. Anch’io ebbi la mia copia, che poi portai in legatoria e rivestii con una bella copertina color amaranto. Salite le scale e attraversata la biblioteca dove, intorno al lungo tavolo, si tenevano i seminari, eravamo nel suo studio, tutti in piedi, compreso il professore, che maneggiava queste copie scucite della sua opera plautina, spiegando, col suo solito incespicare nelle parole, che quando Plauto morì, “numeri innumeri simul omnes conlacrimarunt” (scoppiarono in pianto tutti insieme ritmi innumerevoli), come scrisse Gellio; non so perché, io mi sedetti, e questo attirò la sua attenzione e, di riflesso, quella dei miei compagni di studi; sentii all’improvviso tutti gli sguardi puntati su di me, tanto che divenni rosso come un pomodoro. Il professore chiese se mi trovassi a mio agio nel suo studio e se desiderassi rimanervi e studiare la metrica di Plauto; io mi confusi, balbettai qualche parola e mi alzai in piedi, colpevole d’aver mancato di rispetto al mio professore; il quale mi pregò insistentemente di rimanere seduto, ma io ormai ero in piedi e non mi sarei riseduto per nulla al mondo. Poi, per fortuna l’attenzione dei presenti fu volta altrove.

Un giorno d’estate dei miei anni universitari mi trovavo con qualche amico su una spiaggia della riviera romagnola (Rimini, Milano Marittima, Misano, Gabicce? Non ricordo più), quando qualcuno di noi avvistò in lontananza Cesare Questa che avanzava in costume da bagno, evitando con mosse studiate e repentine i corpi che gli si paravano davanti. Era la sua abituale passeggiata mattutina sul litorale sabbioso. Dovevamo avvicinarlo oppure no? Aveva tutto il corpo, cosparso di molta peluria, sporco di sabbia, e la barba bagnata, segni che era stato disteso al sole  e forse si era lavato il viso nell’acqua del mare. Egli allora aveva poco più di cinquant’anni, trenta più di noi, e la sua statura, non solo intellettuale, ma proprio quella fisica, incuteva negli astanti un certo rispetto. Vincemmo la timidezza e il timore reverenziale (e se si fosse messo a parlare in latino…?) e lo fermammo sul bagnasciuga. “Buon giorno, professore, si ricorda di noi?”. “Ma certamente: i miei studenti urbinati!” esclamò con un largo sorriso e incespicando nell’avverbio. Non so se ricordasse i nostri nomi, penso di no, dal momento che non li pronunciò mai durante il breve colloquio, ma siccome era curioso di tutto, volle informarsi sui nostri spostamenti estivi, meravigliandosi molto che viaggiassimo in autostop e dicendoci che aveva la tentazione di venire con noi, ma ormai la sua età non glielo consentiva. E poi il mare luccicante della riviera, il sole, la sabbia… lo trattenevano. Ci salutammo con una stretta di mano, dicendoci che ci saremmo rivisti a Urbino, a lezione, e lui proseguì la sua passeggiata solitaria scansando molto abilmente chi gli si parava davanti. Mentre si allontanava sulla spiaggia, lo sentimmo canticchiare: intonava un motivo dell’Italiana in Algeri di Gioacchino Rossini, che riconoscemmo subito per averlo ascoltato a lezione:

Son l’aure seconde – tranquille son l’onde

Su presto salpiamo: non stiamo a tardar.

E poi sparì tra la folla dei bagnanti.


Cinquant’anni fa scompariva Luigi Corvaglia, studioso del Vanini, scrittore e pensatore politico PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Gigi Montonato   
Martedì 23 Febbraio 2016 10:59

["Presenza taurisanese" a XXXIV n. 2 - febbraio 2016, p. 9]


Il 24 febbraio del 1966 moriva a Roma Luigi Corvaglia di Melissano. Aveva quasi 74 anni, essendo nato il 27 febbraio 1892.

Il suo nome è spesso legato ai suoi studi vaniniani, alla sua denuncia del “plagio gigantesco” (1931) e alle furibonde polemiche che ne seguirono con Guido Porzio, che del Vanini aveva tradotto in italiano le opere (1912) e si era eretto a difensore appassionato.

Corvaglia, che aveva la doppia laurea, in legge e in filosofia, aveva il piglio tipico del moralista e del polemista irriducibile. Tale non solo nei confronti del Vanini, a suo dire un plagiario, ma anche dei pubblici poteri in genere: un fustigatore di costumi, nemico giurato di ogni forma di frode, di disonestà e pressappochismo.

Si definiva “anima erratica”, consapevole di un isolamento, che non era solo geografico. Alcune esperienze negative professionali gli accentuarono un certo risentimento politico e lo convinsero che non c’è posto per gli onesti e i puri in questo mondo.

Apparteneva alla borghesia terriera e finì giocoforza per dividersi tra pratiche amministrative, per la sua cospicua proprietà, la scrittura creativa e la ricerca filosofica, conseguendo anche consensi di critica presso autorevoli uomini di cultura.

Molto di lui, del suo carattere duro e sdegnoso, sappiamo dalle sue lettere, nelle quali si raccontava senza nulla tacere. Lo rendeva particolarmente aperto e loquace l’autorevolezza dei suoi corrispondenti, tra cui Annibale Pastore, Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Antonio Corsano, Giuseppe Gabrieli. Era un uomo insoddisfatto nonostante il benessere economico. Invece di vivere la vita comoda di tanti “signori di paese”, tra agi e potere locale, era tormentato dal demone delle lettere e della filosofia. Lo testimonia la scelta di così illustri interlocutori, nei quali cercava la cordialità e il dialogo che non trovava nel chiuso ambiente della sua Melissano.

Corvaglia non fu solo Vanini. Scrisse importanti saggi sulla filosofia del Rinascimento, su Cardano, Scaligero e Pomponazzi, rimasti inediti fino alla prima metà degli anni Novanta quando uscirono a cura di Maria Corvaglia (figlia) e Gino Pisanò. Fu autore di commedie: Casa di Seneca (1926), Rondini (1928), Tantalo (1929), Santa Teresa e Alonzo (1931); di un romanzo,Finibusterre (1936); di numerosi opuscoli di politica.

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Ricordo di Antonio Mangione a un anno dalla scomparsa PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Antonio Lucio Giannone   
Mercoledì 25 Novembre 2015 07:12

Un anno fa, esattamente  il 25 novembre 2014, all’età di ottantasette anni, si spegneva Antonio Mangione.  Studioso un po’ appartato, ma serio e rigoroso, Mangione ha offerto contributi importanti nel campo della letteratura italiana, e in particolare salentina, del Seicento e dell’Otto-Novecento. Nato a Soleto nel 1927, si laureò in Lettere all’Università di Roma discutendo una tesi su Giovanni Berchet con Alfredo Schiaffini, illustre storico della lingua italiana, da cui gli derivò una solida preparazione filologica. È vissuto e ha operato sempre a Lecce, dove è stato a lungo docente di materie letterarie nell’Istituto tecnico commerciale “Costa” e, per un certo periodo, anche assistente straordinario di Letteratura italiana presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università e incaricato del corso speciale di questa disciplina all’Accademia di Belle Arti.

Incominciò la sua attività critica con saggi su scrittori minori dell’Ottocento come Giovanni Berchet, Arrigo Boito e Remigio Zena, al quale dedicò il volumetto Sperimentalismo fine secolo di Remigio Zena poeta (Lecce, Milella, 1969). Poi si indirizzò verso lo studio della cultura letteraria salentina messa in rapporto con quella nazionale, secondo una concezione policentrica della storia della letteratura italiana. In quest’ambito ebbe il merito di riscoprire autori e opere dimenticate come il romanzo storico ottocentesco Il rinnegato salentino ossia I martiri d’Otranto, di  Giuseppe Castiglione, di Sannicola di Lecce, in cui veniva rielaborato il noto episodio dell’invasione turca di Otranto nel 1480. Di esso curò la ristampa nella “Biblioteca dell’Ottocento italiano” diretta da Gaetano Mariani per l’editore Cappelli di Bologna nel 1974, interpretandolo come rappresentativo di certe costanti antropologiche della società meridionale. Ritornò su questo scrittore in Castiglione inedito: manzonismo salentino (ed altro) (Lecce, Edizioni Orantes, 1985),  e su di lui e altri scrittori, quali Leonardo Antonio Forleo, di Francavilla Fontana, e Francesco Prudenzano, di Manduria, nel volume Narratori salentini dell’Ottocento. Forleo, Castiglione e Prudenzano, apparso nel 1981 nella “Biblioteca salentina di cultura” diretta da Mario Marti per le edizioni Milella di Lecce.

Per la stessa collana, che contribuì a fondare, nel 1997 portò a termine una fatica improba: la cura della monumentale edizione, in due tomi, del poema epico seicentesco Il Tancredi, del leccese Ascanio Grandi, pubblicata quell’anno presso l’editore Congedo di Galatina. Con questo lavoro, ricco di indicazioni linguistiche ed esegetiche ma anche di illuminanti osservazioni critiche, Mangione ha riportato all’attenzione un’opera significativa della civiltà barocca, che ebbe a Lecce e nel Salento, com’è noto,  uno spiccato rilievo e una sua originale configurazione, non solo in campo architettonico e artistico, ma anche in campo letterario.

Oltre che a Marti, è stato vicino anche a un altro maestro degli studi letterari, Oreste Macrì, collaborando alla nuova serie della rivista “L’Albero” ripresa proprio da Macrì e Donato Valli nel 1970. Interessato ai rapporti tra letteratura e arte, ha rivolto l’attenzione ad alcuni dei maggiori pittori pugliesi del Novecento come Raffaele Spizzico, Lino Suppressa  e Nino Della Notte, da lui conosciuti e frequentati. Di Della Notte curò una splendida monografia nel 1985 con le edizioni Schena di Fasano, in occasione di una grande mostra retrospettiva dell’artista scomparso qualche anno prima. Si è occupato anche dei due maggiori poeti dialettali salentini del secolo passato, il cegliese Pietro Gatti e il magliese Nicola G. De Donno, con i quali stabilì fecondi sodalizi, umani e intellettuali. L’ultima raccolta poetica di De Donno, Filosofannu? Cu lle vite, la Vita? Ma la Vita è scura, del 2002, nasce proprio da uno scambio epistolare con il critico, al punto che il sottotitolo recita, non a caso, Discorrendo con Antonio Mangione.

Più di recente, ha preso in esame l’opera poetica di Vittorio Bodini, commentando i suoi libri di versi, La luna dei Borboni, Dopo la luna e Metamor, in tre pregevoli volumetti apparsi nella collana “Bodiniana” delle edizioni Besa di Nardò tra il 2006 e il 2010. Qui Mangione ha condotto un lavoro accurato e scrupoloso, offrendo a  studiosi, docenti e lettori uno strumento fondamentale di conoscenza e di approfondimento della non facile poesia di Bodini. Nei suoi commenti egli si serve di tutto il materiale disponibile (prose, scritti critici, lettere) dello scrittore salentino per chiarire e precisare luoghi particolarmente oscuri, offrendo al tempo stesso un’acuta interpretazione della lirica bodiniana. Per questo lavoro, nel 2013, ricevette una Targa a Cocumola, in occasione del Premio “La luna dei Borboni”.

Se n’è andato proprio nell’anno del centenario della nascita del poeta leccese, lasciando un profondo rimpianto in quanti lo hanno conosciuto e ne hanno apprezzato il carattere mite  e la generosità, così rara ai nostri giorni anche tra gli uomini di cultura.

 

 


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