Sfogliando Galatina: una iniziativa per ripartire
Dopo questi mesi di inattività forzata, l'Università Popolare ha aderito con entusiasmo a una iniziativa del Patto Locale per la Lettura di Galatina, firmando la prima delle passeggiate letterarie... Leggi tutto...
Programma di Dicembre 2019
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Programma di Novembre 2019
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Necrologi e Ricordi
Ricordo di Giovanni Cosi PDF Stampa E-mail
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Domenica 27 Marzo 2016 08:18

[Pubblicato in "Presenza taurisanese", a. XXXIV n. 3 - marzo 2016, p. 9, col titolo "Ci ha lasciati Nino Cosi. Uomo della tradizione, ricercatore infaticabile, cultore del documento".]


Non so se, potendo scegliere la data per andarsene, Giovanni Cosi avrebbe scelto un giorno che ricorre ogni quattro anni. Si è spento lunedì, 29 febbraio, a 96 anni, nella sua Arigliano, una frazione di Gagliano del Capo, dove da qualche tempo si era stabilito definitivamente, dopo anni di su e giù da Lecce. Certamente ci avrebbe scherzato su, con quella sua fine ironia, che lo rendeva un autentico signore di garbo.

Aveva, Cosi, la disciplina nel suo dna e un alto senso dell’onore e della coerenza. Per anni aveva insegnato Educazione fisica in istituti superiori leccesi; ma aveva una formazione umanistica importante che gli consentiva di muoversi con padronanza negli archivi e con dimestichezza leggeva e traduceva documenti anche in latino.

Ad Arigliano, nella sua bellissima casa-giardino curava l’orto e i fiori. Apparteneva ad una famiglia della media borghesia terriera e di professionisti. Era un uomo del Sud, appassionato della sua terra, del suo sole, dei suoi alberi, delle sue piante. Ai suoi òmmini affidava vigneti e oliveti. Produceva olio e vino, che volentieri donava agli amici che andavano a trovarlo. Poco distante aveva un boschetto, un vero Eden, dove fertilità di terreno, calore del sole e brezza marina maturavano dolcissimi fichi e grosse cotogne di un giallo luminoso.

Quando andavo a trovarlo, specialmente negli anni Ottanta, gli confessavo che in quell’angolo di Salento avevo l’impressione che tutto, a parte la struttura della stazione ferroviaria di recente costruzione, fosse rimasto incontaminato. E lui era contento. Poi anche Arigliano si è aggiornata con le brutture della contemporaneità.

Amava il profilo basso. Diceva di non essere uno storico né tanto meno uno scrittore, perché gli scrittori, specialmente quelli che si occupano di storia, tendono a dire più di quello che dovrebbero. I suoi scritti erano brevi e asciutti, iniziavano e finivano con la notizia, desunta da documenti, atti notarili, registri di nati, di morti, di matrimoni, che andava a consultare negli archivi comunali e parrocchiali e soprattutto all’Archivio di Stato di Lecce.

Era Ispettore onorario della Soprintendenza e aveva scoperto reperti importanti, tra cui due menhir ad Arigliano, uno che oggi si trova alla biforcazione della strada dove finisce il suo giardino, e l’altro è rimasto addossato alla Cappella del Santo Spirito.

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Per Gino Pisanò PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Lunedì 21 Marzo 2016 07:07

[Intervento letto il 18 marzo 2016 a Casarano, in occasione del terzo anniversario della scomparsa di Gino Pisanò e dell’intestazione a suo nome dell’auditorium comunale.]


Ci sono due modalità di conoscere gli uomini, l’una avviene attraverso diretti rapporti interpersonali, l’altra per vie mediate. A questa seconda modalità risale la mia prima conoscenza di Gino Pisanò, il cui nome incontrai per la prima volta alla fine degli anni Novanta, quando ero ancora dottorando di ricerca, grazie alla lettura del suo libro forse più importante, Seicento letterario in Terra d’Otranto, pubblicato dall’Editore Congedo di Galatina qualche anno prima, nel 1993. In quel tempo non conoscevo ancora Gino Pisanò di persona e stavo preparando la mia tesi dottorale su tematiche barocche, legate per molti aspetti alla zona geoculturale del Salento. Il libro ‘barocco’ di Pisanò mi fornì un utilissimo spaccato su autori e testi, con i quali ero entrato in contatto lavorando alla mia tesi. Si tratta di un libro di cui apprezzai da subito la solida erudizione, mai tuttavia asfittica o pedantesca, la ricchezza di notizie anche minuziose, la capacità di inquadrare micro-fenomeni letterari in prospettive culturali più larghe, le ricerche di prima mano su fonti archivistiche e documentali riguardo a un ambito che solo il compianto Gino Rizzo, prima di Pisanò, aveva cominciato a esplorare. Fu, dunque, una esperienza di lettura interessante e proficua, che anticipò la conoscenza personale dello studioso, avvenuta quando incominciai a interessarmi, nella scia delle mie indagini per la tesi dottorale, di un poeta barocco in latino d’area salentina, Girolamo Cicala. Era stato proprio Pisanò, infatti, a dedicare il primo studio moderno e sistematico al Cicala, autore di Carmina ispirati a una singolare forma di marinismo latinizzato, fra tradizione classicistica e rielaborazione modernista. Questo suo studio, compreso in Seicento letterario in Terra d’Otranto, ha costituito poi la base imprescindibile e fondamentale per la mia edizione dei Carmina cicaliani. Fu proprio durante la preparazione di questa edizione e soprattutto dopo la sua pubblicazione, che i miei rapporti con Pisanò divennero, da virtuali, concreti, anche perché nel corso degli anni successivi ebbi modo di incontrare Pisanò in occasione di numerosi convegni e seminari: il suo vasto sapere enciclopedico, generalista e interdisciplinare (mai disordinato, ma sempre rigoroso), svariante dalla grecità sino alla letteratura contemporanea oltre ogni ristretto e rigido steccato disciplinare, gli consentiva, infatti, di presenziare a incontri di vario genere e di diversa natura, nel corso dei quali egli era sempre in grado di fornire e il suo contributo puntuale e prezioso.

Dal punto di vista metodologico, la sua visuale delle vicende culturali era di lunga durata e dentro questa visuale entrava a pieno titolo anche la sua attenzione per la cultura barocca, peculiarmente esaminata, come nel caso del Cicala, dal versante ‘moderato’ più che da quello innovatore e ritenuta in qualche modo, per questo, un prolungamento, sia pure manipolativo e rivisitato, della tradizione letteraria. Una simile concezione del barocco discendeva a Pisanò dalla sua formazione classicistica, quella stessa formazione che aveva stimolato l’interesse per un poeta in latino periferico e, sino al suo studio, quasi fantasmatico, ma molto significativo, perché con la sua poesia testimoniava la persistenza di una feconda stagione di letteratura italiana in latino, più tarda rispetto all’epoca umanistico-rinascimentale, e una diversa e originale declinazione del modello mariniano.

In ciascuno di questi incontri Gino Pisanò non mancava di chiedermi informazioni sullo stato e sui progressi del mio impegno editoriale, ansioso com’era di vedere risultati concreti su uno scrittore del quale aveva aperto pioneristicamente e meritoriamente la via della conoscenza.  Ogni incontro si tramutava così anche in una paterna esortazione o in un sincero incoraggiamento a proseguire in un lavoro certamente non semplice, perché Pisanò era perfettamente consapevole della complessità di quell’autore e di quei testi. L’edizione del Cicala è apparsa poi quando Gino Pisanò si era purtroppo già ammalato. Assecondando una sua esplicita richiesta, ero stato ovviamente ben contento di fargliene recapitare una copia, per il tramite del comune amico Fabio D’Astore, e Gino Pisanò rispose al mio dono questa volta con una lettera, benevola e generosa, che conservo gelosamente e dalla quale traspare, oltre alla soddisfazione per l’obiettivo finalmente raggiunto, soprattutto una schietta e cordiale affabilità, una sua precipua nota caratteriale che si è sempre più acuita e accresciuta nello scorcio finale della sua esistenza. Nonostante che la malattia avanzasse inesorabilmente, Pisanò si propose di presentare, con mio grande compiacimento, l’edizione del Cicala: stava lavorando a questo appuntamento, già calendarizzato, con l’abituale dedizione, però poi il peggioramento delle sue condizioni di salute gli impedì di portare a termine il suo proposito. Mi telefonò per comunicarmi il suo rammarico, che era anche il mio: lo fece con la signorilità e con la eleganza che lo contraddistinguevano di consueto. Fu l’ultima volta che ebbi la possibilità di parlargli, anche perché la presentazione dell’altro suo più recente volume, Studi di italianistica fra Salento e Italia secc. XV-XX, a cui pure avrei dovuto partecipare come relatore, fu purtroppo annullata, a pochi giorni dalla data fissata, a causa della sopraggiunta morte. Si può dire così che il mio rapporto con Gino Pisano si sia concluso così come era iniziato, nel nome di un ignoto poeta latino di età barocca e nel segno di una condivisione di interessi letterari che alla fine si è trasformata col tempo, per mia fortuna, anche in una corrispondenza umana e amicale.


Mario Marti e il Salento PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Domenica 28 Febbraio 2016 07:48

[in "Presenza taurisanese"  anno XXXIV n. 2 - febbraio 2016, p. 6.]

 

È già trascorso un anno, oramai, dalla scomparsa di Mario Marti, avvenuta il 4 febbraio del 2015. Immediatamente a ridosso della sua morte, e nel periodo successivo, non sono mancate occasioniper celebrarne la figura, l’opera, gli studi e anche ora, in vista del triste anniversario, sono in programmazione varie iniziative commemorative, a conferma che il ricordo di Marti è vivo e non accenna affatto a sbiadire. Quando Gigi Montonato mi ha chiestodi scrivere di Mario Marti per la sua rivista, ho accettato dunque con piacere, ma anche timoroso di ripetermi eben consapevole che il genere necrologico, già di per sé convenzionale ed enfatico, può diventarlo ancora di più, se applicato a un uomo e a uno studioso come Marti. E allora, poiché il pericolo di edulcorazioni agiografiche o repliche scontate è sempre dietro l’angolo, sarà meglio concentrarsi su dati oggettivi, certi, veridici, secondo un approccio cheforse non sarebbe dispiaciuto all’illustre defunto, per stilareuna sorta di bilancio in tre punti, assolutamente parziale eprovvisorio,dell’impatto che l’opera e l’attività di Marti hanno avuto sulla cultura, non solo accademica, d’area salentina.

1)  Va preliminarmente precisato che si è trattato di un impatto con ricadute forti e radicalmente innovative, anche se talvolta depotenziato da eventi e circostanze nonriconducibili alla diretta responsabilità dello studioso. Come è noto, Marti è stato il fondatore di un indirizzo di storiografia letteraria, teso alla riscoperta e alla valorizzazione di autori e opere (talora di primo piano) di Terra d’Otranto, elaborato in continuità con la scuola salentina erudita di secondo Ottocento, ma su presupposti metodologici profondamente diversi e totalmente aggiornati. La zona della letteratura regionale non è più, infatti, oggetto di rivendicazione municipalistica, ma campo di applicazione di consapevoli e robuste direttrici metodologiche di impianto filologico-storicistico, non disgiunte dall’esame dei dati formali e stilistici dei testi e miratea rivalutare la reale identità di questa letteratura, sullo sfondo di questioni cruciali sapientemente affrontate e risolte: il rapporto maggiore-minore e quello fra centro e periferia, fra regione e nazione, nel solco della riflessione, positivista prima e dionisottiana poi, riguardoal policentrismo della tradizione letteraria italiana. Sono problemi ben noti, sui quali è superfluo soffermarsi oltre, mentre è invece opportuno sottolineare che Marti avvia questa sua linea storiografica, per così dire, controcorrente, pur avendo alle spalle l’autorevole esempio di Dionisotti e le specifiche tendenze della critica letteraria coeva, in una stagione culturale in cui sul piano locale si guardava ancora con diffidenza a simili operazioni, avvertitecome retrograde e conservatrici. Anche se non mancano luoghi di codificazione teorica (soprattutto i libriCritica letteraria come filologia integrale eDalla regione per la nazione), i principi metodologici di questa linea storiografica scaturiscono soprattutto dall’analisi sulla concreta fenomenologia letteraria dei minori, quasi che questi studi (saggi ed edizioni), e non quelli sui grandi autori, abbiano costituito per Marti una specie di laboratorio ideale per l’individuazione diprecisi criteri di orientamento. Il frutto più significativo di questo filone di ricerca è rappresentato dai volumi della “Biblioteca salentina di cultura”, poi divenuta, con il cambio di editore, “Biblioteca di scrittori salentini”, un’impresa notevole nel panorama della storiografia letteraria di secondo Novecento, che non conta molte altre operazioni di analoga complessità in riferimento alle letterature d’ambito regionale: oltre venti volumi e decine di autori e di testi riportati alla luce secondo norme di rigorosa scientificità, dopo un vero e proprio scavo filologico.

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Quel che posso dire... 15. Ricordo del mio professore Cesare Questa PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Mercoledì 24 Febbraio 2016 11:58

[Il  4 febbraio 2016 è scomparso all’età di 82 anni Cesare Questa, professore di Lingua e letteratura latina dell’Università di Urbino. Questo articolo è comparso ne "Il Galatino" anno XLIX n. 7 del 15 aprile 2016, p. 4.]

 

Faceva lezione in un seminterrato di un vecchio palazzo in via Veterani, in un’aula senza finestre, dove egli discendeva dal secondo piano dell’edificio in cui era allogato il suo studio con annessa biblioteca. Lì lo aspettavamo due volte la settimana, di pomeriggio, dopo aver lasciato dietro di noi, per strada, sotto il cielo plumbeo di Urbino, palazzi e vie immersi nella nebbia.

Le lezioni del professor Cesare Questa, tanto erudite quanto divaganti, avevano un potere attrattivo ed emulativo fortissimo.  Erudizione come premessa di un sapere certo e frutto di una connaturata curiositas, divagazione come elemento necessario della complessità dei fenomeni letterari antichi e moderni, approfondimento e scavo filologico e storico, non deragliamento, errore, svagamento, vaniloquio.

Non eravamo mai in molti alle lezioni di Lingua e letteratura latina, quindici, venti persone, verso la fine del corso anche meno. Una volta ci portò nel suo studio per donarci alcune copie non rilegate di Numeri innumeri, ch’egli in tipografia aveva salvato dal macero, pensando bene di utilizzarle in questo modo. Questo deve essere accaduto alla fine del 1984 o ai primi del 1985, perché la prima edizione di quel libro è datata gennaio 1985. Anch’io ebbi la mia copia, che poi portai in legatoria e rivestii con una bella copertina color amaranto. Salite le scale e attraversata la biblioteca dove, intorno al lungo tavolo, si tenevano i seminari, eravamo nel suo studio, tutti in piedi, compreso il professore, che maneggiava queste copie scucite della sua opera plautina, spiegando, col suo solito incespicare nelle parole, che quando Plauto morì, “numeri innumeri simul omnes conlacrimarunt” (scoppiarono in pianto tutti insieme ritmi innumerevoli), come scrisse Gellio; non so perché, io mi sedetti, e questo attirò la sua attenzione e, di riflesso, quella dei miei compagni di studi; sentii all’improvviso tutti gli sguardi puntati su di me, tanto che divenni rosso come un pomodoro. Il professore chiese se mi trovassi a mio agio nel suo studio e se desiderassi rimanervi e studiare la metrica di Plauto; io mi confusi, balbettai qualche parola e mi alzai in piedi, colpevole d’aver mancato di rispetto al mio professore; il quale mi pregò insistentemente di rimanere seduto, ma io ormai ero in piedi e non mi sarei riseduto per nulla al mondo. Poi, per fortuna l’attenzione dei presenti fu volta altrove.

Un giorno d’estate dei miei anni universitari mi trovavo con qualche amico su una spiaggia della riviera romagnola (Rimini, Milano Marittima, Misano, Gabicce? Non ricordo più), quando qualcuno di noi avvistò in lontananza Cesare Questa che avanzava in costume da bagno, evitando con mosse studiate e repentine i corpi che gli si paravano davanti. Era la sua abituale passeggiata mattutina sul litorale sabbioso. Dovevamo avvicinarlo oppure no? Aveva tutto il corpo, cosparso di molta peluria, sporco di sabbia, e la barba bagnata, segni che era stato disteso al sole  e forse si era lavato il viso nell’acqua del mare. Egli allora aveva poco più di cinquant’anni, trenta più di noi, e la sua statura, non solo intellettuale, ma proprio quella fisica, incuteva negli astanti un certo rispetto. Vincemmo la timidezza e il timore reverenziale (e se si fosse messo a parlare in latino…?) e lo fermammo sul bagnasciuga. “Buon giorno, professore, si ricorda di noi?”. “Ma certamente: i miei studenti urbinati!” esclamò con un largo sorriso e incespicando nell’avverbio. Non so se ricordasse i nostri nomi, penso di no, dal momento che non li pronunciò mai durante il breve colloquio, ma siccome era curioso di tutto, volle informarsi sui nostri spostamenti estivi, meravigliandosi molto che viaggiassimo in autostop e dicendoci che aveva la tentazione di venire con noi, ma ormai la sua età non glielo consentiva. E poi il mare luccicante della riviera, il sole, la sabbia… lo trattenevano. Ci salutammo con una stretta di mano, dicendoci che ci saremmo rivisti a Urbino, a lezione, e lui proseguì la sua passeggiata solitaria scansando molto abilmente chi gli si parava davanti. Mentre si allontanava sulla spiaggia, lo sentimmo canticchiare: intonava un motivo dell’Italiana in Algeri di Gioacchino Rossini, che riconoscemmo subito per averlo ascoltato a lezione:

Son l’aure seconde – tranquille son l’onde

Su presto salpiamo: non stiamo a tardar.

E poi sparì tra la folla dei bagnanti.


Cinquant’anni fa scompariva Luigi Corvaglia, studioso del Vanini, scrittore e pensatore politico PDF Stampa E-mail
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Martedì 23 Febbraio 2016 10:59

["Presenza taurisanese" a XXXIV n. 2 - febbraio 2016, p. 9]


Il 24 febbraio del 1966 moriva a Roma Luigi Corvaglia di Melissano. Aveva quasi 74 anni, essendo nato il 27 febbraio 1892.

Il suo nome è spesso legato ai suoi studi vaniniani, alla sua denuncia del “plagio gigantesco” (1931) e alle furibonde polemiche che ne seguirono con Guido Porzio, che del Vanini aveva tradotto in italiano le opere (1912) e si era eretto a difensore appassionato.

Corvaglia, che aveva la doppia laurea, in legge e in filosofia, aveva il piglio tipico del moralista e del polemista irriducibile. Tale non solo nei confronti del Vanini, a suo dire un plagiario, ma anche dei pubblici poteri in genere: un fustigatore di costumi, nemico giurato di ogni forma di frode, di disonestà e pressappochismo.

Si definiva “anima erratica”, consapevole di un isolamento, che non era solo geografico. Alcune esperienze negative professionali gli accentuarono un certo risentimento politico e lo convinsero che non c’è posto per gli onesti e i puri in questo mondo.

Apparteneva alla borghesia terriera e finì giocoforza per dividersi tra pratiche amministrative, per la sua cospicua proprietà, la scrittura creativa e la ricerca filosofica, conseguendo anche consensi di critica presso autorevoli uomini di cultura.

Molto di lui, del suo carattere duro e sdegnoso, sappiamo dalle sue lettere, nelle quali si raccontava senza nulla tacere. Lo rendeva particolarmente aperto e loquace l’autorevolezza dei suoi corrispondenti, tra cui Annibale Pastore, Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Antonio Corsano, Giuseppe Gabrieli. Era un uomo insoddisfatto nonostante il benessere economico. Invece di vivere la vita comoda di tanti “signori di paese”, tra agi e potere locale, era tormentato dal demone delle lettere e della filosofia. Lo testimonia la scelta di così illustri interlocutori, nei quali cercava la cordialità e il dialogo che non trovava nel chiuso ambiente della sua Melissano.

Corvaglia non fu solo Vanini. Scrisse importanti saggi sulla filosofia del Rinascimento, su Cardano, Scaligero e Pomponazzi, rimasti inediti fino alla prima metà degli anni Novanta quando uscirono a cura di Maria Corvaglia (figlia) e Gino Pisanò. Fu autore di commedie: Casa di Seneca (1926), Rondini (1928), Tantalo (1929), Santa Teresa e Alonzo (1931); di un romanzo,Finibusterre (1936); di numerosi opuscoli di politica.

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