Programma maggio 2022
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Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
Convocazione Assemblea dei Soci   L’Assemblea dei Soci è convocata nella Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse venerdì 22 aprile alle ore 16,00 in prima convocazione e 17,00 in... Leggi tutto...
Programma Aprile 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Aprile 2022 ●       Venerdì 1 aprile, ore 17:00, Officine di Placetelling - L’Università del Salento... Leggi tutto...
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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
Venerdì 22 ottobre alle ore 18:00, nell’ex Convento delle Clarisse in piazza Galluccio, avrà luogo l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare “Aldo Vallone”:... Leggi tutto...
A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
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Cattedrali nel deserto PDF Stampa E-mail
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Sabato 20 Febbraio 2016 17:37

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di venerdì 18 febbraio 2016]

 

Quando si inizia un’impresa si deve fare un piano industriale che valuti i costi e i benefici di quel che si sta per fare. E il piano deve essere a breve, medio e lungo termine. Certo, si possono fare imprese di vita breve, in cui si sfrutta un’occasione nel breve periodo e poi si chiude. Come fanno i negozi temporanei che sempre più sorgono nel periodo natalizio. Ma se si costruiscono grandi edifici che costano milioni e milioni di euro non si può pensare solo nel breve termine.

Il nostro territorio è stracolmo di cattedrali nel deserto. Si costruisce qualcosa perché c’è un finanziamento per farla, ma non si sa bene cosa poi si farà di quel che si è costruito. Succede anche per le ristrutturazioni di gioielli architettonici che stavano andando in malora. Si rimettono a posto, ma poi non si sa che farne. E dopo qualche decennio tornano quel che erano: ruderi.

Il classico del nostro paese è l’edificio bello nuovo, usato poco, che, pian piano, si deteriora. Non si fa manutenzione, i muri cominciano a scrostarsi, gli impianti si rompono, e magari i vandali iniziano ad agire. I vetri rotti non si riparano e inizia, appunto, la proverbiale sindrome del vetro rotto: si comincia con una piccola cosa e poi si finisce con il degrado totale.

L’unico modo per far prosperare un edificio è usarlo in modo proficuo. Prima, magari, accadeva che il politico che aveva “trovato i soldi” per costruire o restaurare, poi li trovava anche per assumere un bel po’ di persone che, in molti casi, facevano persino finta di lavorare, tenendo aperto un luogo che non frequentava nessuno. Ma i tempi sono cambiati. I posti fissi per non far niente sono sempre più rari. Mentre continua la disponibilità di moltissimo denaro per fare appalti per costruire edifici o per restaurarli. L’appalto è sempre in voga.

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La distruzione dell’Università italiana - (14 febbraio 2016) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Mercoledì 17 Febbraio 2016 12:08

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 14 febbraio 2016]

 

Nel 2009, il Ministro Tremonti aveva cominciato a raccontarci che l’Università italiana era popolata da professori baroni, nullafacenti e nepotisti e che “con la cultura non si mangia”. In nome dell’ obiettivo di tenere i conti pubblici in ordine, procedette coerentemente a un taglio del fondo di finanziamento ordinario alle Università statali che dai 702 milioni di euro nel 2010 raggiunse nel 2011 gli 835 milioni, in netta controtendenza con quanto si faceva in altri Paesi europei (Germania, in primo luogo). In fondo, si disse, più o meno esplicitamente, i trasferimenti di risorse pubbliche agli Atenei sono uno spreco. Con i loro più o meno puntuali resoconti sui concorsi truccati, giornalisti ed economisti di area “riformista” avevano fornito le “basi teoriche” della “riforma”, che verrà poi ricordata con il nome di Maria Stella Gelmini. Se anche l’obiettivo da perseguire era quello, non era chiaro perché il settore maggiormente colpito dai tagli dovesse essere quello della formazione: in fondo, si è sempre ritenuto (e si ritiene in altri Paesi) che il sottofinanziamento della ricerca è la strada più efficace per prolungare e intensificare la recessione. E’ difficile negare che il finanziamento della ricerca scientifica sia strategico per l’attuazione di flussi di innovazioni e dunque per generare crescita economica.

Come è noto, negli anni successivi non vi è stata alcuna inversione di tendenza. Tutt’altro: il sottofinanziamento delle Università ha raggiunto livelli tali da far prefigurare a SVIMEZ la chiusura totale delle sedi meridionali (non di singoli corsi di studio) nei prossimi venti anni e un drastico ridimensionamento dell’intero sistema universitario pubblico nazionale. L’imposizione di limiti alle assunzioni, combinato con l’abolizione del ruolo del ricercatore a tempo indeterminato e la sua sostituzione con il ruolo di ricercatore a tempo determinato, comporta un consistente aumento dell’età media del corpo docente e picchi di pensionamento.

Le proteste di quegli anni, lette a posteriori, non colsero la reale motivazione di queste scelte. Si disse che la controriforma dell’Università era voluta per dar spazio al privato; cosa solo parzialmente verificatasi. La motivazione era da ricercarsi altrove. Partendo dal dato per il quale le politiche formative in Italia sono da anni nelle mani di Confindustria. E le nostre imprese non hanno bisogno, salvo le dovute eccezioni, di lavoro altamente qualificato. Avevamo effettivamente troppi laureati, non già nel confronto internazionale (ne avevamo e ne abbiamo notevolmente meno), ma troppi rispetto alle esigenze di un tessuto produttivo che, anche per la caduta della domanda interna conseguente allo scoppio della crisi e dell’avvio delle politiche di austerità, accentuava le sue criticità: piccole dimensioni aziendali e scarsa propensione all’innovazione.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 165 - (29 gennaio 2016) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Venerdì 29 Gennaio 2016 17:46

["MicroMega" online del 29 gennaio 2016]

 

SINTESI. Lo stato di profonda crisi dell’Università italiana è imputabile a politiche di continue decurtazioni di fondi iniziate nel 2009. E’ ormai evidente che tali misure rispondono al disegno di differenziare le sedi in research e teaching. Nelle prime si fa ricerca, nelle seconde solo didattica, un po’ più dei Licei. Tuttavia,  la realizzazione di questo disegno richiede modifiche normative radicali, di difficile praticabilità, e anche difficilmente spendibili politicamente e per fini elettorali. Queste difficoltà creano una condizione per la quale ciò che può essere fatto è solo portare a lenta agonia le sedi che si intende chiudere – e che verranno chiuse con la nobile motivazione che sono poco produttive. In questo scenario è pienamente comprensibile la protesta dei numerosi docenti universitari che rifiuteranno di sottoporsi a valutazione: non perché non intendono essere valutati, ma perché non intendono essere valutati in una condizione di continua riduzione delle risorse per la ricerca e con criteri di valutazione che premiano il conformismo.

 

La distruzione dell'Università e le ragioni di chi si oppone

 

Nel 2009, il Ministro Tremonti aveva cominciato a raccontarci che l’Università italiana era popolata da professori baroni, nullafacenti e nepotisti e che “con la cultura non si mangia”. In nome dell’ obiettivo di tenere i conti pubblici in ordine, procedette coerentemente a un taglio del fondo di finanziamento ordinario alle Università statali che dai 702 milioni di euro nel 2010 raggiunse nel 2011 gli 835 milioni, in netta controtendenza con quanto si faceva in altri Paesi europei (Germania, in primo luogo). In fondo, si disse, più o meno esplicitamente, i trasferimenti di risorse pubbliche agli Atenei sono uno spreco. Con i loro più o meno puntuali resoconti sui concorsi truccati, giornalisti ed economisti di area “riformista” avevano fornito le “basi teoriche” della “riforma”, che verrà poi ricordata con il nome di Maria Stella Gelmini. Se anche l’obiettivo da perseguire era quello, non era chiaro perché il settore maggiormente colpito dai tagli dovesse essere quello della formazione: in fondo, si è sempre ritenuto (e si ritiene in altri Paesi) che il sottofinanziamento della ricerca è la strada più efficace per prolungare e intensificare la recessione. E’ difficile negare, infatti, che il finanziamento pubblico della ricerca scientifica sia strategico per l’attuazione di flussi di innovazioni nel settore privato e dunque per generare crescita economica[1].

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La bocciatura di Agraria e di Scienze Motorie - (30 dicembre 2015) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Mercoledì 30 Dicembre 2015 10:48

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 30 dicembre 2015]

 

Il CURC boccia Agraria e Scienze Motorie. Avremmo dovuto prevenire questa mossa. Non ci si presenta all’esame con una scarsa preparazione, si corre il rischio di bocciatura. Poi si può sempre dar la colpa al professore, ma intanto la bocciatura c’è stata.

Ho qualche domanda a cui non riesco a trovare risposta. Ci stanno diminuendo il budget, e non abbiamo fondi da investire in nuovi posti di ruolo, per sostituire chi va in pensione. Avremo difficoltà a mantenere i corsi che abbiamo, però ne proponiamo di nuovi. Pare che le proposte siano state bocciate perché non ci sono docenti di ruolo in numero sufficiente a garantire il normale svolgimento dei corsi e si confida troppo in docenti “esterni”. Come avremmo fatto a mantenere i nuovi corsi? Avremmo smantellato quel che abbiamo costruito e avremmo usato i budget lasciati liberi dai pensionamenti per sostenere le nuove proposte? Se ci sono stati investimenti in direzioni che hanno fruttato poco in termini di produzione scientifica e di prestigio per la nostra Università, sarebbe meglio rivedere la rotta. C’è la valutazione ANVUR a dirlo. E il successo nei progetti europei e nazionali, e anche nelle abilitazioni a ruoli superiori. Dobbiamo valorizzare quel che di buono abbiamo realizzato. Continuo a chiedere: quali sono le aree in cui l’Università del Salento ha raggiunto livello internazionale? E poi, se vogliamo aprire nuovi corsi possiamo attingere agli elenchi degli abilitati nei recentissimi concorsi valutativi. Chiamiamo il meglio e rubiamolo alle altre Università! E prepariamo corsi di laurea competitivi fin da subito. Solo la qualità paga, non c’è altra strada. Non siamo più negli anni cinquanta: chi ambisce a conseguire una laurea vuole avere il meglio, si informa, e va dove l’offerta formativa è  migliore. Non possiamo offrire corsi di “parcheggio”, il famoso esamificio che dà pochi sbocchi. Trovo ottima l’idea di un corso di Comunicazione Istituzionale. Oramai ogni progetto europeo ha un pacchetto di lavoro dedicato alla comunicazione. E all’Università si chiede la terza missione che, tra l’altro, comprende la comunicazione. Mi sento di suggerirne un altro: Confezionamento e gestione di progetti europei. Abbiamo un preoccupante deficit di successo nell’ottenimento dei fondi europei. E quando li otteniamo spesso poi non li spendiamo adeguatamente. Ci vogliono professionisti per questi ruoli. E’ difficilissimo ottemperare agli adempimenti burocratici imposti dall’Unione Europea, e non solo. La vessazione burocratica nei confronti del mondo produttivo è spaventosa. Certo, la soluzione sarebbe di semplificare. Ma pare che questa battaglia sia perduta. E quindi almeno formiamo persone che siano in grado di gestire le pastoie burocratiche che ci impediscono di lavorare in pace. Magari riusciranno persino a semplificare le procedure.

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L’Università sotto la lente della Conferenza di Ateneo PDF Stampa E-mail
Universitaria
Giovedì 10 Dicembre 2015 18:02

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 10 dicembre 2015]

 

L’Italia è ultima, fra i Paesi OCSE, per percentuale di laureati, superata nell’ultimo anno dalla Turchia. Lo certifica l’ultimo Rapporto Education at glance, ed è un dato non sorprendente per chi è a conoscenza del processo di demolizione dell’Università italiana portata avanti dai Governi che si sono succeduti almeno negli ultimi cinque anni. Da quando il Ministro Tremonti dichiarò che “con la cultura non si mangia” all’accesa campagna mediatica che ha dipinto l’Università italiana come luogo di baronie e nepotismi, alla massiccia riduzione dei finanziamenti (e, dunque, all’aumento delle tasse di iscrizione) si è delineato un percorso che non poteva non avere questo esito.

La fondamentale motivazione utilizzata per decurtare fondi alle Università riguarda il fatto che questi risparmi sono necessari per ragioni di bilancio. Si tratta di una tesi palesemente falsificata dal fatto che, nell’intero settore del pubblico impiego, le maggiori decurtazioni di fondi sono state subìte proprio da scuole e università. Si è, dunque, in presenza di una scelta di ordine puramente politico, non dettata da ragioni “tecniche”. Scelta di ordine politico che ha a che vedere con il modello di specializzazione produttiva dell’economia italiana. E’ del tutto evidente, infatti, che un sistema produttivo prevalentemente composto da imprese di piccole dimensioni, poco innovative, collocate in settori “maturi” (agroalimentare, Made in Italy) non ha bisogno né di ricerca (né di base e neppure di ricerca applicata) né di forza-lavoro altamente qualificata.

Nel Mezzogiorno la situazione è ancora peggiore. E’ sufficiente un dato per fotografarla: il 25,7% del totale della “quota premiale” (la quota del finanziamento ordinario quantificata sulla base della produttività degli Atenei), nel 2013, è andato agli atenei meridionali contro il 36,8% delle Università settentrionali. Come registrato dalla SVIMEZ (Rapporto 2014), al sistema universitario meridionale sono stati sottratti 160 milioni di euro dal 2011. Ciò fondamentalmente a ragione del numero eccessivo di studenti fuori corso e di laureati disoccupati. Al di là del fatto che non dovrebbe essere compito dell’Università modificare il contesto socio-economico nel quale opera, il disegno appare chiaro (anche perché esplicitato recentemente dal Presidente del Consiglio): diversificare il sistema universitario italiano in sedi teaching e sedi research, dove nelle seconde si fa didattica ricerca e nelle prime esclusivamente didattica (con soli corsi di laurea triennali – poco più di un Liceo). E non è un mistero che i poli di “eccellenza” che si intendono istituire (o dichiarare tali) sono al Nord.

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